Lasciati dire come sei

pubblicato da Giulia lunedì, marzo 28, 2005 10:56
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Questo post di Achille riprende – involontariamente? – un’annosa questione. Ci si domanda, perché tutte le opere (canzoni, libri, serie TV, film) che parlano di donne sono state scritte da uomini?

Ci sono diverse considerazioni da fare. La prima è di ordine storico. Artemisia Gentileschi, una delle poche pittrici fra i grandi nomi, patì grame sorti e attraversò enormi difficoltà per seguire la sua passione. In altri tempi, era difficile se non impossibile che una donna avesse la possibilità di dedicarsi alle arti: i ruoli sociali lo impedivano. Se non c’è stata una Michelangelo femmina è con buona probabilità dovuto al fatto che nessuno avrebbe mandato una bambina a bottega, ad imparare l’arte. Servivano ad altro, le bambine. Nel migliore dei casi, eri musa ispiratrice, soggetto del quadro (una per tutte, Monna Lisa del Giocondo). La storia dell’arte e della letteratura risente di questa scelta sociale. Alla fine di Piccole donne crescono, l’anticonformista Jo rinuncia alla scrittura per sposarsi e farsi una famiglia, tra gli applausi di tutti. Se avesse fatto scelte diverse, avrebbe alla fine partorito il capolavoro che da sempre sognava di scrivere? Quante donne, nella vita reale, avranno fatto la stessa scelta per non sentirsi inadeguate?

La seconda considerazione da fare è che, se si postula che uomini e donne abbiano una prospettiva diversa sul mondo e su se stessi, ne deriva che canzoni come Quello che le donne non dicono (cantata da Fiorella Mannoia, ma scritta da Enrico Ruggeri) non parlano delle donne, ma parlano di come gli uomini vedono le donne. In questo caso pazienti, remissive, passive, in perenne attesa, disponibili, tenaci. Come donna poco remissiva e anche meno passiva, non mi riconosco nella descrizione di Ruggeri, eppure sono femmina anche io. Per caritଠbella canzone e bel quadretto, ma non descrive l’universo femminile.

Per una semplice ragione: l’universo femminile non esiste. L’unico trait d’union fra le donne del mondo è la maternità, sperimentata o negata, sofferta o rifiutata. L’utero è la grande livella, anche per chi non ce l’ha (perché escludere le transgender dal novero?) Così come il pene accomuna tutti gli uomini del mondo, anche quelli che per averne uno devono infilarselo, finto, nelle mutande.

Siamo culturalmente portate a ciarlare di vestiti e a imbronciarci se il fidanzato si dimentica l’anniversario. Ma questa e una sovrastruttura ambientale. Le donne Masai non vanno in giro con i tacchi da dodici. L’essenza femminile, spesso raccontata come debolezza, arrendevolezza e desiderio di intimitଠnon tiene conto dei milioni di esseri umani di sesso femminile che, nel corso dei secoli, anche quando era considerato disdicevole per una signora essere in primo piano, hanno portato avanti idee e battaglie. Se Jeanne D’Arc fosse stata come le donne di Ruggeri, non avrebbe subito il rogo. Katharine Hepburn, in un universo ruggeriano, non sarebbe mai esistita. Neanche Madonna, a dirla tutta. O Rosa Luxemburg.

E’ bello che gli uomini si prendano il disturbo di vederci, per carità, e di vederci con un affetto che distorce la loro percezione ed attribuisce a tutte qualità universali e generali. Ma per ogni Maria Montessori c’è una Lynndie England. Bernadette Soubirous è possibile quanto Myra Hindley o Erika Di Nardo. Per ora, solo le donne possono parlare di se stesse, e non a nome di tutte, ma solo della propria, privatissima realtà.

Mettendo insieme i pezzi, viene fuori un ritratto un po’ naif della femminilità globale. Un pochino più simile all’anima che ci rende simili, ma sempre diversissimo da ciascun individuo. Come quei volti ricostruiti al computer fondendo insieme le caratteristiche di milioni di persone, che alla fine risultano anonimi.

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