It’s “Miss Jane” to you

pubblicato da Giulia martedì, gennaio 23, 2007 18:22
Aggiunto alla categoria Sono fatti miei, Target du jour

Una volta li ignoravo. Passavo col naso in aria e lo sguardo dritto davanti a me, bruciando segretamente di rabbia, e loro, con lo sguardo laido: “Abbellaaaaa” “Afataaaaa” “Anveeeeedi” e altre variazioni di esclamazione. Impuniti e spavaldi, mi facevano venire voglia di infilarmi un sacco in testa solo perché mi lasciassero in pace, loro e la loro arroganza che se una donna cammina per la strada da sola allora è un bersaglio mobile, una preda, forse una che gradirà le avance, oppure una che si imbarazzerà, meglio ancora, tanto è solo una femmina ed è una femmina sola, per giunta. Non ci sono uomini a proteggerla, da cui rischi di rimediare un cartone sul naso.

Una volta li ignoravo. Poi un giorno, all’improvviso, no.

Camminavo sotto casa per andare a fare la spesa, quando ho sentito il commento, pronunciato a mezza bocca da uno all’altro, stazionati ai due lati del marciapiede. “Anvedi la cavallona”.
Mi sono girata.
“Ma non avete proprio un cazzo da fare tutto il giorno, eh?”
Silenzio interdetto, poi la risposta imbarazzata.
“No.”

Mai più disturbata.

Non li ignoro più. Quando abbassano lo sguardo come se mi dovessero scansionare, dall’alto in basso e ritorno, mi fermo un attimo, ricambio l’occhiata e rispondo, secca: “Scusa, ti conosco? No, vero?”
Ci rimangono male. La striscia di bava che tenevano pronta per quando mi sarei allontanata, mostrando la schiena, viene precipitosamente ritirata. Alcuni reagiscono dopo un secondo, umiliati: “Ma che cazzo vuoi?”
Che cazzo vuoi tu. Mica sono io ad averti importunato per strada. Io me ne andavo per gli affari miei, a fare le mie cose. Mi avresti apostrofata allo stesso modo, se il mio fidanzato fosse stato con me?
Ti rendi conto di quanto sei merda, dentro?
Per un attimo forse sì. Non se lo aspettano, che tu reagisca. Che non apprezzi, o peggio, che gli ributti indietro la loro invadenza, che non ti lasci intimidire. Lasciarsi intimidire è il principio del burqa. Che qualcuno possa mancarti di rispetto, vedendoti sola, è il principio della segregazione. Averne paura, non reagire, è il principio della sottomissione.

Mandiamoli affanculo, in coro, tutte. Insieme a quelli che “se ti metti la minigonna e poi ti stuprano te la sei andata a cercare”, “se esci con uno e bevi troppo e quello se ne approfitta, è colpa tua che dovevi starci attenta”, “se esci da sola la sera e ti aggrediscono potevi stare a casa”: no. Non sono io. Sono loro. Sono quelli che ti mettono le mani addosso a dover comprendere dove inizia il limite. Non sei tu a dover cambiare, sono gli uomini a dover fare un bell’atto di dolore, imparare il rispetto, e perché no, anche l’educazione. A cominciare dalla strada sotto casa. Perché non è giusto che la nostra sia una vita di timore.
Passiamo molto del nostro tempo a farci grandi esami di coscienza, correggere le nostre rotte, cercare modi di essere più indipendenti, meno frivole, meno maligne con le altre, più attente. Ce lo diciamo le une con le altre, ci correggiamo, ci aiutiamo a crescere. E loro, che fanno? Li avete mai sentiti mettere in dubbio il sacrosanto diritto di importunare una ragazza che passeggia da sola? “Oh, ma io non lo faccio e non lo farei mai! Come ti permetti di generalizzare!” Magari no, magari tu no, educato lettore di sesso maschile. Ma qualche tuo amico, ci scommetto, lo fa. Qualche altro tuo amico magari va a puttane. Quell’altro, invece, non importuna le donne per strada e non va a puttane, ma in ufficio reagisce ad ogni alzata di testa della collega con uno sprezzante “Oh, ma hai le tue cose?” Germi di maschilismo: se passeggi da sola, che fastidio ti dà? Anzi, fai tutto questo casino e poi magari ti lusinga. E dai. Non fare la figa di legno. Forse dovresti scopare di più. Dai, che ti piace.

No, non mi piace, mi fa schifo. Non voglio complimenti luridi da gente che non toccherei nemmeno con una vanga, che non conosco, con cui non ho il minimo rapporto. Non mi interessa, non ne ho bisogno, la mia autostima non si nutre certo della rozzezza degli sconosciuti, né si misura nella quantità di occhiate che riesco ad attirare semplicemente passando per la strada. Scendi dalla pianta, Tarzan: qui sotto è iniziata la civiltà.

Commenti e ping chiusi.

2 commenti to “It’s “Miss Jane” to you”

  1. » Che c’è di male? says:

    luglio 15th, 2007 at 12:55

    […] Su Sorelle d’Italia capita spesso di ricevere commenti che deplorano, di volta in volta, il fatto che ci si lamenti dello stato delle cose, o che si tenti di rivendicare dei diritti: sulla base del fatto che in fondo a noi donne le cose vanno fin troppo bene, che siamo “privilegiate” (dove, e in cosa, esattamente?), e che non bisognerebbe dare importanza a “certe cose”. Su questo stesso blog, nelle occasioni in cui ho parlato della mia antipatia per i lumaconi da strada (per tacer della volta in cui ho raccontato della pacca sul culo) non sono stati pochi gli apologisti del complimento molesto o financo della suddetta pacca sul culo. Se è vero che i commenti su un blog non sono lo specchio del paese reale, è anche vero che nel piccolo campione da me sondato esistono tracce evidenti e preoccupanti dell’accettazione supina di un malcostume rampante. Di una maleducazione, si può dire, nel senso di scarsa educazione al rispetto (di sé e degli altri) e alla parità. […]

  2. Con i dovuti distinguo | Ciccsoft says:

    settembre 21st, 2008 at 10:48

    […] da Attimo il 30 Gennaio 2007 In un mondo ideale e perfetto, scriverei le seguenti righe: In questo post Giulia esprime tutta la sua esasperazione nei confronti dei beoti invadenti che girano per le […]