In attesa

pubblicato da Giulia sabato, dicembre 15, 2007 20:34
Aggiunto alla categoria Sono fatti miei, Sorelle d'Italia
Commenti disabilitati su In attesa

Caro Babbo Natale,

Scusa se ti scrivo con le occhiaie (so benissimo che puoi vederle, altrimenti come faresti a sapere se sono stata buona o cattiva?). E’ che stamattina alle tre meno dieci è suonato il telefono di casa, e io non l’ho sentito ma Emiliano sì, ed è andato a prendere la chiamata e l’ho sentito dire “Ah, OK. Ma tu come stai? Tutto bene?”

Ho cominciato a strillare – in realtà mi uscivano solo sibili tipo scorreggia di zombie – “E’ in travaglio? E’ in travaglio?” E lui: “No, ha perso le acque, ma era tranquilla: ti ha chiamato lei, infatti, stava andando in ospedale.”
Mi sono alzata barcollando dal letto, ho raggiunto il telefono, digitato il numero di casa dei miei, e sempre con la voce da golem ho detto una cosa tipo: “Domani salto sul primo treno e arrivo.”

Per il resto della notte non ho dormito quasi niente, e ho avuto degli incubi orrendi che avevano tutti a che vedere con il fatto che in realtà non stavo dormendo. Stamattina, appena mi è stato umanamente possibile, mi sono alzata. Dopo quindici secondi mi sono rimessa a letto, bofonchiando “Noncelafaccio noncelafaccio”. Si vede che non era così umanamente possibile.

Al telefono mi hanno rassicurata: “Tranquilla, fai in tempo, puoi venire anche domani.” All’una meno dieci ero sul treno, perché il primo nipote non ti nasce esattamente tutti i giorni. Ho guardato il finale di Heroes (una cagata) e proiettato vari film mentali sul momento della nascita di Prosciuttino, come ho deciso di chiamarlo da adesso fino a che non esce e vedo che faccia ha, e soprattutto ho conferme sul sesso. Ho finito Man Walks into a Room di Nicole Krauss (così-così). Ho cambiato treno a Mestre e fatto un pezzo di viaggio davanti a una coppia padre-figlia di triestini, che mi hanno ricordato tutti i motivi per cui ho lasciato Trieste. E alla fine di tutto questo, con una pipì poco degna di un golem e al fianco di un papà-quasi-nonno visibilmente emozionato, sono andata al Policlinico, dove mia sorella sta per partorire, forse, sì, quasi, non si capisce.

Le ho tenuto la mano per due interminabili minuti di contrazione, io da una parte, suo marito dall’altra, e a vederla soffrire in quel modo mi veniva da piangere. Non sono fatta per i parti altrui. Probabilmente non sono fatta neanche per il mio (“Fate a tutte l’epidurale!”) Dentro la stanza eravamo già in cinque: lei, il marito, le due sorelle (di lui e di lei) e Prosciuttino, il cui battito cardiaco rimbombava come il galoppo di una mandria di bufali.

Papà-quasi-nonno e io siamo tornati a casa, in attesa. Anche perché mamma-quasi-nonna ci ha praticamente cacciati via, sostenendo che eravamo in troppi. Ho protestato: se non mi chiamano quando sta per nascere, mi arrabbio. Voglio esserci, quando lo porteranno fuori, in tutta la sua gloria di personcina miniaturizzata.

Caro Babbo Natale, quest’anno sono stata abbastanza buona. Ho sopportato molte porcate gratuite e tenuto duro in momenti difficili. Se decidi di portarmi qualcosa, va bene tutto.
Basta che quando entri dal camino non svegli Prosciuttino.

Commenti e ping chiusi.