Lancio imminente
Sta per succedere tutto.
Sono giorni protesi verso il salto. Eventi che si accumulano senza arrivare a una soluzione. “Forse”. La sensazione di trovarsi in fondo all’elastico di una fionda che si tende, si tende, si tende, ma non viene mai lasciata andare: e davanti a me potrebbero esserci l’universo, il volo, oppure un vetro antiproiettile su cui spiaccicarmi miseramente, come certi uccellini storditi dal freddo.
Sta per succedere tutto, oppure niente.
“E perché no?”
C’è molta buona volontà, in questo thread di Style.it. E tuttavia, alla domanda: “perché ami il tuo corpo o, in ogni caso, perché una donna dovrebbe farlo?” non mi viene da rispondere molto più di “Perché no?”
Molta buona volontà, ma non dovrebbe essere scontato, per così dire, amare il proprio corpo? OK, non lo facciamo così tanto, altrimenti l’industria cosmetica avrebbe già dichiarato fallimento (o comunque le creme antirughe non costerebbero così tanto). Ma chiedere di specificare perché si dovrebbe amare il proprio corpo, dando per scontato che lo si odii e ci ci voglia una buona, anzi, una ottima ragione per amarlo (al punto che le ragioni migliori sono considerate degne di pubblicazione); che sia insomma necessario motivarci reciprocamente a qualcosa di così banale da non essere nemmeno un vero argomento di conversazione, ecco, mi pare segnali un sacco di cose, nessuna delle quali positiva. Nonostante la buona volontà.
In drammatico ritardo
Ultime puntate di Acceptable in the Eighties: passioni giovanili e passi di danza.
Mai dire MEI
Terza volta. La prima dalla parte degli espositori, in qualità di commessa per la neonata 42. E subito, dai primi dieci minuti di permanenza allo stand, ti rendi conto che il mercato discografico è cambiato, ma la gente no.
Un mese fa, o poco più, i Radiohead hanno guadagnato un sacco di soldi mettendo il loro album da scaricare gratis ad offerta libera su Internet. Meno della metà della gente ha fatto un’offerta, e tuttavia i Radiohead hanno guadagnato molto di più che dalla vendita tradizionale del disco. Disco che poi uscirà comunque nei negozi, per chi vuole “l’oggetto”, non usa Internet o ha antipatia per il formato digitale, ma comunque: i Radiohead hanno guadagnato di più mettendo l’album da scaricare gratis. Lo ripeto. Che si capisca.
E tuttavia, nel mondo della discografia italiana, la pubblicazione tramite etichetta è ancora la meta suprema della maggior parte dei gruppi. L’oggetto-disco (costo al pubblico, fra i dieci e i venti euro; guadagno del gruppo, una frazione infinitesimale della cifra in questione) è ancora l’orizzonte preferenziale. E pertanto, la quantità di demo o addirittura dischi autoprodotti raccolti dall’etichetta media al MEI medio è di gran lunga superiore al numero di dischi venduti.
In altre parole: produci/vendi/distribuisci/promuovi il nostro disco, freg’assai di chi sei e di che dischi fai.
Da commessa, tuttavia, la cosa che colpisce di più è la prossemica di chi si avvicina al banchetto. Quelli che vogliono comprare li riconosci dal passo e dal sorriso: arrivano guardandoti in faccia già da cinque metri di distanza, sfoderano il portafogli e fanno l’acquisto. Tra quelli che si fermano passando, invece, si capisce subito chi farà l’acquisto e chi no: chi sta solo curiosando sta obliquo rispetto al banchetto, un piede avanti e uno indietro, come a mantenere una certa distanza. A volte chiede informazioni, ma senza avvicinarsi troppo.
Quelli dei demo, invece, sono i più vari. C’è quello che si avvicina, fa un paio di domande sul genere trattato dall’etichetta, e poi lascia il demo. Quello che arriva, e lascia il demo. Quello che arriva con un pacco di demo e li smazza come se fossero caramelle. Quello che ti porge il disco autoprodotto con tanto di bollino Siae, e tu pensi, ma scusa, ma cercati una promozione, una distribuzione, un booking. Poi ci sono le etichette che vogliono fare scambio di promo, e lì non si capisce: che fate, vi ascoltate a vicenda e poi vi telefonate per farvi i complimenti?
In un certo senso, questa proposta riassume il clima asfittico e autoreferenziale di tutta la faccenda: gente che si applaude vicendevolmente, si autocongratula, si cita, si ringrazia, si fa la guerra e si accredita nei CD. A pensarci bene, è come la blogosfera. Ma con l’audio.
Pruriti
Sai quando non ti puoi muovere e ti prude il piede?
Tipo che stai guidando a centoquaranta in autostrada e il piede comincia a pruderti in maniera fastidiosissima e non ti puoi né grattare né fermare né altro, e il prurito è insopportabile ma proprio non puoi prendertene cura.
Così continuano ad arrivarmi addosso cose su cui fare post, cose che mi colpiscono e di cui vorrei parlare subito, e invece sto metaforicamente guidando a centoquaranta all’ora in autostrada, e quel prurito da post proprio non me lo posso grattare. A meno che non lo faccia in fretta e in maniera del tutto acrobatica, qui, ora.
Uno: oggi da Onder (Tg2 Salute) c’era ospite un chirurgo che veniva a raccontare com’è bello fare il chirurgo dei trapianti e ridare la vita alla gente. Motivo dell’intervento: sempre meno ragazzi “nel senso di maschi” (precisa il medico) scelgono chirurgia. Non si capisce se a una diminuzione dei ragazzi corrisponda un aumento delle ragazze, che in teoria dovrebbero bilanciare la situazione: è importante comunicare ai ragazzi, ai maschi, che fare il chirurgo è bello, sì, è faticoso, sì, ci sono dei turni assurdi, ma è bello! Fatelo! Chirurghi, con la “i”, non sbagliamoci, eh.
Due: vecchia ma fantastica. In un Vanity Fair di qualche settimana fa, Gad Lerner cantava le lodi delle madri ventenni e si dichiarava stufo delle madri attempate. Perché lui è figlio di una ventenne e quindi.
Ora, io a vent’anni ero all’università da uno. A ventisei mi ero appena laureata. Tralasciando le ovvie considerazioni economiche, non essendo io (allora come ora) figlia di ricchi né sposata ad uno, che fretta pensate potessi avere, con una laurea in tasca e tutta la vita davanti, di mettermi a fare la mamma?
In secondo luogo: non è un mistero che il signor Lerner abbia diversi figli da due matrimoni diversi, alcuni dei quali nati quando lui aveva già i capelli sale-e-pepe. Eppure non credo fosse stufo di se stesso, né avesse in mente di scrivere editoriali contro gli uomini oltre la quarantina che mettono al mondo dei figli.
Tre: il Venerdì della scorsa settimana dedica otto - otto! - pagine a una retrospettiva sulla bellezza femminile italiana, con tanto di interviste all’immancabile chirurgo plastico (Roy De Vita, per la cronaca) e a uno studioso straniero del “fenomeno”, in cui si parla anche di “conservazione del prodotto”, creando in questo modo un ipotetico parallelo fra le donne italiane e il pecorino D.o.p. Unica menzione di eventuali doti caratteriali (giacché il talento non è nemmeno contemplato): nella didascalia sotto la foto di Maria Carla Boscono, viene specificato che questa è atipica perché “bella, ma anche simpatica”. Fenomeno rarissimo, giacché si sa che la donna bella è per antonomasia stronza.
Ed ecco che oltre al piede adesso mi prude anche l’anima. Uf.
Il senso della vita, dell’universo e tutto quanto
Le cose, certe cose, bisogna farsele da soli.
Un gourmet, checché ne dica la pubblicità, il ragù Barilla lo mangerebbe solo in condizioni estreme, tipo attacco alieno o catastrofe nucleare. Una vera amante della moda non compra i maglioni da H&M: impara a lavorare ai ferri. Non si può scalare l’Everest andando su Google Earth. E chi ama la musica, la ama davvero sopra ogni cosa, che si alza la mattina e la prima cosa che fa - prima ancora di lavarsi i denti e fare colazione - è mettere un disco, e se la sera va a letto presto si addormenta più facilmente con qualcosa di morbido in sottofondo, e se ogni bancarella del vinile si ferma e spulcia i dischi uno per uno, poi torna indietro, li rivede tutti, ci pensa, pondera, e infine compra sempre qualcosa, ecco, quel qualcuno la musica prima o poi non si accontenta più di ascoltarla, o di scriverne.
La deve fare. Anche non da solo, e infatti il qualcuno non è solo. Ma per la genesi di tutta la faccenda, vi rimando alle sue parole.
42 records esordisce con un regalino, come un nuovo vicino di casa veramente simpatico che porta fette di crostata a tutti. Una compilation. Gratis. Che si apre con una canzone in cui ci sono anche le mie mani, letteralmente (nel senso che ho fatto “clap-clap clap” a tempo davanti a un microfono), prosegue con una dose di pop stralunato, indie rock sexy, tenero shoegazing, e via via assortendo fino all’esplosione di rumore finale, che se volete farvi sanguinare le orecchie non dovete fare altro che sentirlo in cuffia a palla.
Non tutti gli artisti della compilation sono artisti 42: lo sono i Cat Claws (quelli dell’indie rock sexy), i København Store (che in Italia non abbiamo i Sigur Ròs, ma se li avessimo forse sarebbero loro, se non che sono dei piacentini che mangiano come betoniere, e tra parentesi, se vi innamorate di loro in senso romantico sappiate che hanno seminato una sciarpa a casa mia, e me la vendo al/alla migliore offerente), i Late Guest at the Party (che Steve Lamacq - Steve Lamacq! - li suonava nella sua trasmissione su Radio One), e i Fake P, prima uscita ufficiale dell’etichetta e già colonna sonora dello spot Comete Gioielli (nonché gente in grado di suonare indifferentemente qualsiasi strumento, andate a vederli dal vivo).
Insomma, questo è.
42, ovviamente, sarà al M.E.I. questo fine settimana. Ci vengo anche io, mi trovate al banchetto a dare una mano. Nel frattempo, ve l’ho detto: la compilation è gratis. Scaricatevela. Dico sul serio: rinuncereste ad assaggiare il ragù di un gourmet?
Il bello delle donne
“Ho creato un mostro”, dice Roberta, del suo libro Manicure Corner. Me lo dice il giorno in cui andiamo insieme a presentarlo alla sua comunità natale, quella di Procida, in una sala consiliare strapiena di gente, solo posti in piedi e un dibattitone vivacissimo che non finisce più.
Scrivendo questo libro, Roberta Scotto Galletta dice anche di essersi divertita un mondo. Per realizzarlo, ha applicato una sorta di Metodo Stanislavskij: si è documentata sulla teoria e la pratica della bellezza femminile, vi si è immersa, l’ha studiata e utilizzata su se stessa, e solo dopo una lunga osservazione ha cominciato la stesura della sua storia. Il risultato è un ritratto agghiacciante dell’immensa carta moschicida su cui si agitano le donne, un trappolone mortale che promette gratificazione e sicurezza solo attraverso la beautification forzata. Una taglia 46 infelice può essere una taglia 46 felice solo cambiando vestiti; dimagrire dà soddisfazione perché permette di indossare una gamma più vasta di abiti; “fare pace con lo specchio” è l’unico modo per uscire a testa alta nel mondo; la felicità è applicare perline sulle unghie finte. Persino la cultura, in Manicure Corner (e per estensione, nella vita di molte donne) è poco più che un mezzo per fare buona conversazione: al salone “Parole e Bellezza”, le “parole” sono quelle dei classici ottocenteschi che le clienti leggono allo scopo di perfezionarsi nella propria funzione di graziosissimi animali da salotto.
Per chiunque si sia posta una o due domande sulla necessità della seduzione perpetua, Manicure Corner è una lettura fisicamente dolorosa. Scritto in una lingua ellittica, dove le frasi si chiudono spesso con una congiunzione (lasciando ai personaggi, e al lettore, il compito di completarle e realizzare appieno il proprio grado di appartenenza a un sistema che non richiede troppe spiegazioni), ricco di minuziose descrizioni su procedure di chirurgia plastica, ricostruzione unghie, selezione di biancheria intima appropriata e abiti di taglio azzeccato, il romanzo incornicia una comunità-gineceo incapace di o impossibilitata ad affrancarsi da tradizioni millenarie, che le indirizzano inevitabilmente su un binario di matrimonio e maternità obbligatori, in cui l’amore non è splendida rivelazione del sé tramite l’altro, ma completamento dell’ensemble con cui apparire in società, effettuato con la collaborazione di uomini-borsetta dall’impatto emotivo pressoché nullo. L’harem di Manicure Corner è profondamente infelice, e frequenta il salone (o lo gestisce) nel tentativo di darsi un po’ di sollievo con l’adeguamento della propria immagine riflessa al canone introiettato di fascino muliebre. Lo specchio, per definizione, non è il nostro sguardo: è lo sguardo degli altri, è il mezzo attraverso cui controlliamo come verremo visti, o pensiamo di essere visti, e di conseguenza giudicati. Il gioco della bellezza (così divertente se praticato come tale) diventa disciplina, imposizione, necessità allo scopo di rendersi “migliori”, restando di fatto sempre uguali a se stessi.
Non c’è redenzione, in Manicure Corner: le sue protagoniste, prive anche solo di un nome di battesimo, si illudono di controllare la propria vita e se stesse applicando una minuziosa critica dell’aspetto fisico a se stesse e alle altre, e nel farlo si trattengono a vicenda nella trappola predisposta per impedire loro di vedere oltre, figurarsi un orizzonte e altri mondi da esplorare. La concentrazione di pensieri dedicati al proprio “stile”, che nella vita di una donna normale è diluita da preoccupazioni e attività di altro genere (quando non proprio assente), diventa quasi intollerabile nella narrazione della manicurista che osserva il fluire della storia. Con una tale fissazione nel cervello, sembra impossibile riuscire ad occuparsi di altro, studiare, laurearsi, affermarsi, entrare nel mondo grande: la cura di sé, a farla bene, è un’attività a tempo pieno.
Manicure Corner è questo: una raffigurazione precisissima e spietata di quello che ci tiene inchiodate a terra, dandoci contemporaneamente l’illusione del volo.
Ci chiamano bambine
A un certo punto entra Elena Gianini Belotti, e parte un applauso commosso. Ma a questo punto, quello dell’ingresso (peraltro silenzioso: la signora era seduta dietro di me da almeno dieci minuti, quando Loredana l’ha chiamata in causa) siamo già piuttosto avanti nella presentazione di Ancora dalla parte delle bambine, seguito nemmeno troppo ideale del classico Dalla parte delle bambine. Che purtroppo non viene fatto leggere nelle scuole, perché ancora - o forse di nuovo, a più di trent’anni dalla sua pubblicazione - pericoloso e destabilizzante per la rigida binarietà in cui, nel 2007, si tenta di incastrare i sessi. Bambine rosa e bambini azzurri, bambole da una parte e costruzioni dall’altra, giornaletti in cui si spiega per filo e per segno come truccarsi per le piccole future vallette, e giochi all’aperto per i loro futuri compagni.
Si è messa molta carne al fuoco. La seduzione precoce. La crescita della violenza sulle donne. Il condizionamento precoce a livello subliminale, tramite i libri di scuola. La percezione, nettissima, che le bambine stiano tornando a chiudersi nel loro ghetto di tulle e sogni piccoli, mentre per i maschi si dà per scontato che giochino all’aperto, che siano avventurosi, intraprendenti, vincenti (con tutto quello che la vittoria, o meglio, l’assenza di sconfitta comporta). Si è riparlato di quella storia delle Winx, già che c’era anche il Petunio. Si sono dette tante cose, delle quali vorrei poter parlare, e quasi sicuramente lo farò. Del resto, lo stiamo già facendo da un po’, qui e altrove. L’ideale sarebbe continuare a farlo, ma non solo tra di noi, come si faceva nei collettivi femministi degli anni ‘70: è venuta l’ora, ed è venuta da un po’, di coinvolgere gli uomini.
AAAA
Un paio di comunicazioni di servizio.
Questa sera, al solito Zoobar (via Bencivenga, 1) a Roma, Please Don’t Go Party. Venite armati di nostalgia di quando eravate giovani.
Alle ore 12.00 di domenica 18 novembre mercoledì 21 novembre, invece, al Blackbird di Formello (RM), in via degli Olmetti 41, i MiceCars girano il video del loro singolo Nihil Is the Quest, e cercano comparse che svolgano il ruolo del pubblico. E’ prevista anche la possibilità di insultare brutalmente il gruppo durante le riprese dei live, ma solo quando lo dice il regista (altrimenti ve menano). Chi è interessato può scrivere all’indirizzo micecars[at]yahoo.com.
Canta che ti passa
Prima c’era quello di Helsinki, in cui la sauna è un tema ricorrente, e fa molto ridere. Poi quello di Birmingham, che sembra più un manipolo di avvinazzati (o, essendo inglesi, abbirrazzati) in libera uscita. Con una semplice ricerca, ho trovato anche quelli di San Pietroburgo (che include fra i suoi ranghi anche un religioso), Amburgo (che la butta sul gospel) e quello della scuola elementare di Poikkilaakso. Sono i cori delle lamentele, un fenomeno per cui il termine “virale” è un eufemismo: così si scopre che tutto il mondo ha qualcosa di cui lagnarsi, e lo fa con gusto, mescolando pubblici guai (”Le donne vengono ancora pagate meno degli uomini!”) e noie private (”Perché mi si sbrodola sempre il mascara?”)
Colgo l’occasione, ordunque, per comporre il mio personale Coro delle Lamentele der Pigneto-Prenestino:
La strada è sempre sporca
e il tram è sempre pieno
finissero ’sta metro
io ne farei a meno
ho messo su una taglia
mi ammazzo di aquagym
di vivere in Itaglia*
non c’ho poi ’sto morbìn**
Veltroni mi piaceva
mo’ nun me piace più
le zinne plasticate
dominan le tivù
la spesa quotidiana
mi ciuccia le finanze
eppure sarà un anno***
che non faccio vacanze
la Rai è lottizzata
c’ho il vuoto nel cervello
me serve un po’ de spazio
ma costa pure quello…
[sull’aria dell’Hallelujah di Haendel]
Meeee ne vado!
Meeee ne vado!
Me ne vado! Me ne vado!
Ma ‘ndo vai, ao’?
Meeee ne vado!
Meee ne vado!
ME NE VADO! ME NE VADO!
Essì, come no…
*che sembra un refuso ma è satira. No, vabbè, non mi veniva la rima
** “voglia” in alcuni dialetti del nord-est (ho appena passato Romano 1, datemi tempo!)
*** Ma pure ‘n anno e mezzo



