Saitenereunsegreto?

Com’era bello il mio paesello

inserito in Sono fatti miei, Acceptable in the Eighties da Giulia il 31-10-07 alle 05:01

Ho sottratto la macchina fotografica a mia madre e sono uscita a piedi, oggi. Il paese che mi sembrava tanto grande quando ero ragazzina si percorre da parte a parte in meno del tempo che, a Roma, mi serve per arrivare al Pigneto.
Ho fatto un po’ di foto, però. E chi sta seguendo Acceptable in the Eighties può rileggersi questo post, ora attrezzato di diapositive.

San Giovanni, autunno 2007

Magarci

inserito in Target du jour da Giulia il 31-10-07 alle 01:40

Al Tg5 la geografia la sanno, orca se la sanno. Sono cosmopoliti, loro. E ce lo provano con disinvoltura. Pare che le Poste Italiane abbiano ritirato dalla circolazione un francobollo commemorativo di Fiume “già città italiana” (roba considerata démodé dai vecchi triestini, figurarsi). Il motivo ufficiale del ritiro non si sa, ma secondo Tg5 pare che (cito a memoria) “la stampa croata abbia fatto notare un certo nervosismo di Belgrado, attualmente vicina alle elezioni politiche”.

Plausibile, per carità. Peccato che la capitale della Croazia sia Zagabria, non Belgrado. Belgrado è la capitale della Serbia.

E il titolo, dite voi? Ah, il titolo. Magarci. Vuol dire “somari”. In serbo e croato. Quello sì, è tutto uguale.

“Fate a tutte l’epidurale!”

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 30-10-07 alle 11:56

Mia sorella è una pancia con le gambe. Letteralmente e metaforicamente. Oggi si è messa sul divano e mi ha invitata ad imporre le mani a mio nipote, povera stella; che probabilmente dormiva pacifico, incurante dei miei “Ciaaaaoooo…” e dei miei “Sono la ziiiaaaa…” e perfino delle rudi spinte di sua nonna, determinata a farlo muovere per il mio sollazzo.

Da lì, si entra facilmente in argomento travaglio & parto. Mio padre esce dalla stanza, proclamando che lui “resta a casa perché ha paura”. Lui. Io invece dico che vado. “Posso mettermi fuori dalla sala travaglio e fare come Nanni Moretti? ‘Fate a tutte l’epidurale!’?”
Segue breve silenzio scandalizzato, come se avessi proposto di sacrificare il nascituro a Satana o di iscriverlo all’Udeur.

“Io non la voglio, l’epidurale” mi comunica mia sorella, a denti stretti.
“L’epidurale è pericolosa” incalza mia madre.
“Io la voglio” dico io.
“La Nicoletta” specifica mia sorella, sempre a denti stretti “dice che non la devo fare.”
“Io la voglio. Ve lo dico da adesso.”
“Dipende dal tuo ginecologo. Se hai a cuore tuo figlio, non la fai.”
“La mia ginecologa è a favore dell’epidurale” mento io, a denti ancora più stretti di mia sorella. Non ho mai sollecitato l’opinione della mia ginecologa al riguardo, ma sono portata a pensare che mi farebbe imbottire di anestetico al primo “Ahia”. Non mi sarei mai scelta la ginecologa fra quelle che “Partorirai con dolore”.
“L’epidurale è da evitare tranne in casi estremi” sentenzia mia madre.
“Tipo?”
“Tipo che non ce la fai più.”
“Ecco, io ho la soglia del dolore bassa, fate conto che non ce la faccia più dopo dieci minuti.”
“Euuhhhh” mia sorella, quella che per non farsi operare di appendicite si faceva tastare dai medici dicendo che non le faceva male niente. La stessa che a due anni ha messo il dito dentro il temperamatite e se l’è appuntito per benino, senza battere ciglio.
“No, io ve lo dico, magari è prematuro, ma io sto con Nanni Moretti.”

Comunque sia, io il tazebao me lo preparo. Il 16 dicembre non è tanto lontano.

On either side of the political fence

inserito in Acceptable in the Eighties da Giulia il 29-10-07 alle 09:30

Si parla di politica, tanto per cambiare: ma non di quella di oggi. Acceptable in the Eighties, capitolo cinque.

Bafangulo Day

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 26-10-07 alle 06:39

Una parte da Roma alle nove e mezza di mattina carica di aspettative, ottimismo, idee, meraviglia. E a due minuti dalla partenza del treno si accorge di avere ancora nella borsa il portafogli del fidanzato, che la sera prima ce l’aveva in tasca e le aveva chiesto, per favore me lo tieni. E lei, sì. E lui non se l’era ripreso. E lei se n’era dimenticata. E siccome la borsa l’aveva già preparata, è partita con tutti i suoi averi. E mica per un giorno o due.

Parte da Roma e arriva a Milano che piove, quella pioggia stronza milanese fitta fitta e leggera che ti cambia la composizione chimica degli abiti, e lei non ha l’ombrello, e pure se ce l’avesse, fra valigia, computer e borsa le servirebbe una mano extra, quindi prende la pioggia e pazienza. E mentre torna dalla prima commissione della giornata, e sta allegramente cianciando al telefono con Laura, quando si fa vivo quello che sembra il solito doloretto alla schiena, il doloretto che ormai è una costante della sua vita, e dice, per scherzo: “Laura, mi sta prendendo il colpo della strega!”

Poi la schiena si blocca davvero. Del tutto. Che non cammina. Non si muove. Non può neanche stare seduta dritta. Spostare le gambe: agonia. Piegarsi: impossibile. Doveva vedere Amy Winehouse. Doveva andare a una festa in cui avrebbe rivisto un sacco di gente che non vedeva da un pezzo. Domani deve uscire di casa prestissimo per andare a fare un’intervista.

Questa sera, l’unica sua speranza si chiama Voltadvance.

Non capirci nulla, reloaded

inserito in Target du jour, Tennologgia da Giulia il 25-10-07 alle 08:53

Per rimediare al pastrocchietto del Ddl sull’editoria, Ricardo Franco Levi ha proposto un comma aggiuntivo. Ed è una genialata. Copio e incollo da Repubblica.it:
Il comma aggiuntivo - ha spiegato Levi - dice che sono esclusi dall’obbligo di iscrivere al Roc i soggetti che accedono o operano su internet per prodotti o siti ad uso personale e non ad uso collettivo. “Vuol dire che sono esclusi i blog che non rientrano in questo comma teso a ridefinire le responsabilità di chi opera su internet” […]

“Uso personale”? Che cosa vuol dire, “uso personale”? Significa che sono esentati dal rastrellamento solo i blog di quelli che raccontano quello che hanno mangiato a colazione a un pubblico di soli utenti registrati? E’ possibile parlare di “uso personale” per un mezzo di comunicazione? Ogni volta che io posto qualcosa qui, è personale solo nella misura in cui l’opinione espressa è la mia: ma anche un’opinione, volendo, è informazione. I pezzi d’opinione ci sono su Repubblica come ci sono su Macchianera. Macchianera non è un blog personale nel senso stretto del termine, come non lo è Tom, come non lo è Sorelle d’Italia, potrei citare altri esempi ma si è capito cosa voglio dire. Che cos’è un “blog personale”? Un blog il cui proprietario parla solo ed esclusivamente dei fatti suoi? E se una volta gli scappa di fare un’inchiesta, che cosa gli impedisce di postarla? Quell’unica inchiesta, a prescindere dal suo valore, è sufficiente a fargli perdere lo status di “blog personale”? E soprattutto: qualcosa che viene potenzialmente letto da milioni di persone è o non è intrinsecamente “ad uso collettivo”?

Si preoccupano, gli affranti legislatori, di non usare il termine “blog” nella legge. Il che è anche giusto: il blog è, alla fine dei conti, un software. Quello che ci faccio io non è quello che ci fa un altro, ma di fatto, sempre di blog si parla: se però Repubblica.it montasse tutto l’ambaradàn su Wordpress (o Movable Type, o quello che vi pare), Repubblica.it sarebbe un blog? No, sarebbe un giornale.

Il punto a cui siamo arrivati è questo: non è più possibile tracciare delle linee identificative precise di cosa sia informazione e cosa non lo sia, né di chi faccia o meno informazione in rete. Per la natura stessa del blog, estremamente flessibile e aggiornabile sempre e in ogni luogo, anche il blogger più pastasciuttaro può trasformarsi in un attimo in testimone del suo tempo. La divisione fra blog, webzine e testate giornalistiche online è sempre più labile, sempre meno agevole: qualsiasi provvedimento di legge che tenda a stabilire dei confini è destinato al fallimento.

(grazie a Fu per la segnalazione)

Spaced out

inserito in Spot, Muziek non stop da Giulia il 24-10-07 alle 09:12

Mi è venuta da un po’ questa voglia di andarmene in un posto largo. Un posto dove l’occhio possa vagare, fatto di superfici piane e movimenti rallentati, poca folla, e silenzio. Deve essere l’effetto collaterale della Grande Città, e della mancanza di depressurizzazione. Quando vivevo altrove, mi bastava la mezz’oretta di pausa pranzo sul molo, sguardo fisso verso l’orizzonte dell’Adriatico, per recuperare un po’ il fiato. Adesso, qui, non si può più fare. L’orizzonte non c’è, o meglio, per vederlo bisogna salire molto in alto, e Roma è un posto dove in alto ci vanno solo i turisti e i ricchi. L’orizzonte è per la gente con i soldi.

Dico tutto questo perché ieri sera sono stata a vedere Heima, il tour documentary dei Sigur Ròs. E per un’ora e mezza sono stata altrove, in un posto dove lo spazio è talmente importante da meritarsi una menzione particolare dagli stessi Sigur Ròs in una delle piccole interviste che punteggiano la sequenza di esibizioni e paesaggi e gente bellissima che si raduna portandosi i bambini, per vederli suonare.
L’Islanda, ho detto, l’Islanda: vabbè, ci fa freddo, più che una vacanza non ci potrei fare. A me il freddo non piace. E vedere le immagini di un tour estivo col maglione, mmm. (Mi si fa notare che era un tour autunnale. Ah, allora.) A proposito di maglione. A giudicare dal film, le donne islandesi sono tutte a) bellissime e b) vestite in maglione jacquard, pantaloni e stivali. Neanche una tetta al vento. E tutte con i figli al seguito. Veramente. Questi concerti dei Sigur Ròs pieni di ragazzini (tutti bellissimi) con le mamme e con i papà. Quindi, oh Cielo, c’è gente che si accoppia e si riproduce anche senza scosciare. Ho sempre sospettato che fosse possibile. Forse sarà perché loro hanno i laghi vulcanici: se il passatempo nazionale è immergersi tutti insieme in gigantesche Jacuzzi naturali, ti credo che poi figliano. Hanno l’aria così rilassata, gli islandesi di Heima. Gente abituata allo spazio.

Ah, poi, insomma, Heima: è bello. Soprattutto se ti piacciono moltissimo tre cose: i Sigur Ròs, i paesaggi, i bambini che trotterellano e gli animali. Praticamente un’ora e mezza di documentario del National Geographic con una colonna sonora da paura. E poi l’acustica del Teatro Studio all’Auditorium di Roma è talmente fantastica che mi veniva da applaudire fragorosamente dopo ogni canzone.

Alla fine sono arrivati i Sigur Ròs, e non so, forse è perché l’inglese non è la loro lingua, forse erano imbarazzati dal fatto di starsene in piedi davanti a una sala piena di gente, ma continuavano a rimbalzarsi il microfono e le domande con l’aria imbarazzata di un gruppo di adolescenti presi in contropiede da un’interrogazione. O forse sono solo gente che non è abituata a parlare, tout court. Gente che alle parola preferisce il suono. E lo spazio.

Live for Mumia

inserito in Spot da Giulia il 23-10-07 alle 11:16

Io dopodomani sera sarò qui.

La musica è ottima, la compagnia pure, l’ingresso gratuito (però i posti sono limitati: se volete venire, mandate una friend request alla pagina linkata sopra, e presentatevi con il vostro profilo stampato!), l’occasione degna, ed è dentro l’Auditorium dove si sta benissimo. Animo!

Fuck school

inserito in Acceptable in the Eighties da Giulia il 22-10-07 alle 08:25

Il lungo momento di straziante autocoscienzamiic) prosegue: questa volta si parla di scuola. Acceptable in the Eighties.

Perché niente cambi

inserito in Triste mondo malato da Giulia il 20-10-07 alle 09:19

Da dove si comincia, per raffigurare questa straordinaria capacità italiana di parlare a vuoto e non fare nulla (nel migliore dei casi) o fare la prima cosa a casaccio che viene in mente (nei peggiori)? Partiamo da quello che ci riguarda più da vicino, come gente che tiene un blog e legge quelli degli altri, ovvero il Ddl editoria, che nella teoria dovrebbe obbligare qualsiasi blog a registrarsi presso il ROC, il registro degli operatori della comunicazione. Nella pratica, a sentire Pietro Folena, no: se uno usa il blog, inteso come piattaforma di pubblicazione e distribuzione dei contenuti, per realizzare un prodotto editoriale, allora si registra. Altrimenti, continua a fare il blog come l’ha sempre fatto. Il che avrebbe anche un suo senso: in Italia siamo ancora abituati a pensare al blog come a una roba privata, al massimo collettiva, ma pur sempre di cazzeggio. Mentre in America c’è già chi paga la gente per scrivere su un blog: Gawker è diventato Gawker Media, Nerve ha una serie di blog interni (il mio preferito è Scanner), e tutti hanno una redazione di persone regolarmente stipendiate.

Fino qui tutto bene, ma come al solito, essendo in Italia, il testo della legge è tutto meno che chiaro. La descrizione di “prodotto editoriale” si potrebbe applicare benissimo a qualsiasi blog:

Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.

Insomma, anche il qui presente, in virtù delle quattro volte che vi ha fatto ridere e delle tre che vi ha passato un link che vi interessava, sarebbe un prodotto editoriale. Però è un blog. Come la mettiamo, Folena? Mi devo iscrivere o no? Il buon senso direbbe di no, ma è con il buon senso che si applica una legge? Se è con il buon senso, che la fate a fare? Ah, ma siamo in Italia, dove le leggi sono decorative e ognuno fa un po’ come cazzo gli pare. E poi: un blog residente su un server all’estero (come Macchianera, ad esempio) si deve iscrivere? In virtù di cosa, della nazionalità della redazione, della lingua di redazione, della percentuale di italiani che lo leggono? Chi si iscrive, al ROC: il soggetto, o il prodotto? E chi ha un blog su Blogger, Splinder o Il Cannocchiale, che fa? Iscrive un prodotto che non è collocato su un dominio proprietario?

Continua…