Saitenereunsegreto?

“Volevano sposarsi”

inserito in Triste mondo malato da Giulia il 30-09-07 alle 10:53

Ci sarebbero cose da dire sul matrimonio in articulo mortis di Lorenzo D’Auria. Le hanno dette miic e Ivan Scalfarotto.

Aggiornamento: e AnellidiFumo.

C’è un dottore in sala?

inserito in Target du jour, Triste mondo malato, Sorelle d'Italia da Giulia il 29-09-07 alle 12:23

Paura, terrore, raccapriccio: ci sono troppe donne negli ospedali! Di questo passo, gli uomini dovranno farsi visitare da una donna! Che orrore. E se un giorno lontano gli uomini dovessero andare dall’urologa? Già ci vanno malvolentieri, a farsi visitare. Figurarsi se riuscirebbero a tirare fuori l’impianto idraulico davanti a una signora. E come faranno, le fragili signore, a conciliare famiglia ed esercizio della professione medica? (Suggerimento: come fanno adesso.) Però le quote azzurre no, per carità, non serve: tanto, alla dirigenza ci sono sempre loro. Lì non c’è proprio da preoccuparsi. Nel frattempo, però, si convocano vertici per far fronte all’emergenza: l’invasione degli ultracorpi-donna è tanto dirompente che entro pochi anni otto camici bianchi su dieci saranno indossati da femmine.

Non so, mi pare di ricordare, vagamente, che nei decenni precedenti la maggior parte dei medici fossero maschi, inclusi i ginecologi, e che le donne, tuttavia, andassero a farsi visitare lo stesso e ci vadano tuttora, se il medico è di loro fiducia. Perché il ginecologo mica è lì per giudicare come la usi, l’attrezzatura. E’ lì per curarla e fare in modo che funzioni.

A me, questo, più che un problema dei pazienti sembra un problema dei medici stessi. Che ignominia, che umiliazione essere scacciati dalle proprie roccaforti di prestigio da un branco di donne. Che mondo sottosopra, quello dei medici femmina e degli infermieri maschi. Dovevate magari pensarci prima, qualche anno fa, quando è uscita la notizia che la maggioranza dei laureandi in medicina era portatrice di utero. Anche mia cugina, studentessa, me l’aveva detto: siamo tutte ragazze. Fra qualche anno si comincerà a vedere.

Beh, ecco qua.

(via Sorelle d’Italia; sullo stesso argomento, con la consueta ferocia, Michela.)

Indie rockers for Burma

inserito in Spot, Sorelle d'Italia da Giulia il 28-09-07 alle 10:42

Qui e qui il nostro modesto e spiegazzatissimo contributo alla manifestazione di solidarietà mondiale per il popolo birmano.

Robe di anni ottanta

inserito in Acceptable in the Eighties da Giulia il 27-09-07 alle 04:22

Ho deciso di saldare il mio debito. Di lamentarmi tutto in una volta, per sempre, copiosamente e nei dettagli. Di vendicarmi per un’adolescenza di merda vissuta in uno dei decenni più stronzi dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Il luogo che ho scelto per rendere pubblica questa lunga filippica (che sto ancora scrivendo, per cui ne avremo per parecchio) si chiama Ualbòis! Ualbòis! Ualbòis! ed è figlio di un altro Ualbòis eccetera che era stato perfino approvato da Labranca, roba da matti.

Il primo capitolo della mia saga personale è qui. Avvertenza: contiene molta autobiografia, molta autoreferenza, ed è lungo ben oltre il limite del post medio.

Tappe obbligate

inserito in Spot da Giulia il 27-09-07 alle 01:04

Prima o poi, ogni blogger scopre il magico mondo dei referrer. E’ come la masturbazione per il maschio adolescente: un fortunato accidente che riempie di meraviglia. A differenza della masturbazione, però, i referrer sono qualcosa di cui il blogger sente il bisogno di parlare con il mondo, tanto è lo stupore. Questa volta tocca a Sandrone Dazieri.

Quattro ossa

inserito in Target du jour, Triste mondo malato da Giulia il 26-09-07 alle 01:18

Visto che siamo in argomento, due pensieri due sulla faccenda della Miss Italia troppo secca.

Forse avete rimosso il fatto che Manila Nazzaro, Miss Italia 1999, ha partecipato due volte alla manifestazione. L’anno precedente la vittoria, il 1998, fu scartata perché troppo grassa. Detto fatto, la ragazza perde dieci chili. Non due. Non tre. Dieci. Si ripresenta, e vince. Ora, a meno che la signorina Nazzaro oltre alla cura dimagrante non si sia fatta anche un trapianto di personalità, direi che la persona che ha vinto nel 1999 era la stessa che era stata scartata nel 1998, meno una bella fetta di culo. Altro che spirito.

Il fatto è questo: cento ragazzette, tutte più o meno magre. Vince la più secca. Vince per voto popolare e per voto della giuria. Vince e basta, signori: è inutile che poi le altre novantanove rosichino e sostengano che “non era la loro Miss”, perché ognuna di loro era la propria Miss personale. Ha vinto la secca com’era più che prevedibile, e non era nemmeno l’unica secca. “Vinto” significa che la maggioranza l’ha preferita, l’ha trovata più bella (o più ricca di spirito, come insistono gli organizzatori) delle altre.

In tutto questo, gridare all’anoressia ogni volta che una ragazza magra conquista la ribalta equivale a gridare al lupo quando il lupo non c’è. Alla lunga, l’allarme perde di efficacia. L’anoressia è un problema mentale che non va banalizzato: il mondo è pieno di ragazze magrissime eppure sane. All’età di Silvia Battisti, chi scrive pesava cinquantacinque chili per un metro e ottanta. Secca. Con un appetito da leonessa. Poi sono cresciuta, mi è cambiato il metabolismo e adesso peso dieci chili in più, nelle settimane buone. Dieci chili: la stessa differenza che c’era fra Manila Nazzaro scartata e vittoriosa, badate bene.

Miss Italia, come tutte le manifestazioni che pretendono di selezionare le donne in base al canone corrente di bellezza, promuove e incoraggia la magrezza. Anche estrema. Piuttosto che protestare per la scelta in sé, cominciamo a protestare per l’esistenza stessa di un concorso che mette una corona in testa a quella che con maggiore efficacia è riuscita a mantenere le cosce libere da cellulite e il cervello libero da pensieri articolati.

(Non) fate come me

inserito in Triste mondo malato, Spot da Giulia il 25-09-07 alle 02:10

Non credo di fare affermazioni esagerate o nuove quando dico che è da un pezzo che le campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani non mirano ad altro che a far parlare di quanto è trasgressivo Oliviero Toscani, e quindi non pubblicizzino altro che Toscani stesso.

Perdonatemi quindi se vedo della malafede nella campagna per Nolita, orchestrata da Toscani con l’obiettivo dichiarato di sbattere in faccia alla gente e alle anoressiche stesse la realtà dell’anoressia. Corpi distrutti dalla malattia, corpi piagati, deformati, corpi che divorano se stessi fino a scomparire. Parlo di malafede perché non voglio credere che né il committente né l’ideatore della campagna sappiano che per le anoressiche Isabelle Caro è un modello aspirazionale. Ci vuole un salto logico notevole, perché per la maggior parte di noi Isabelle Caro è l’immagine stessa dell’orrore, un essere umano che si sta decomponendo da viva, una mummia con gli occhi spalancati e tettine avvizzite da vecchia. Non possiamo concepire che qualcuno possa voler diventare così: eppure le anoressiche la guardano e pensano, come avrà fatto? E io, a cosa posso ancora rinunciare per arrivare alla sua perfezione?

Il punto è che si continua a pensare all’anoressica come a una persona ossessionata dalla bellezza fisica. Quando la fissazione per le modelle emaciate è solo una fase nella discesa agli inferi. Un’anoressica non si fermerà una volta raggiunta la taglia 38 o 36, o qualsiasi altro supposto limite di perfezione. Un’anoressica sposterà il limite sempre più in là, tenterà sempre di perdere quel mezzo chilo in più. Il suo obiettivo non è essere bella. Il suo obiettivo è scomparire.

La fame, la sofferenza, la debolezza sono il carburante di cui si nutre questa malattia devastante. Ogni privazione è vissuta come un trionfo dello spirito sulla carne. Le anoressiche si sentono parte di un circolo di elette, esseri superiori per le quali la perfezione non consiste nel raggiungimento di una forma fisica, per quanto irreale, ma nel dissolvimento della carne, nel trionfo della mente sulla materia, sulla volgarità del cibo, della nutrizione, del sesso, della vita. Ridursi a scheletri ricoperti di pelle raggrinzita è contemporaneamente effetto collaterale e mezzo sicuro per elevarsi e ascendere. Il rovescio della medaglia è un odio segreto per se stesse, un desiderio di autodistruzione che non ha mai fine, la convinzione ultima che amare, vivere e mangiare siano privilegi destinati ad altre, più meritevoli.

Isabelle Caro non può non saperlo, questo. Eppure ha scelto di spogliarsi ugualmente, di esporsi ovunque, di scoprire la carcassa del suo corpo rovinato, forse nella speranza di salvare quelle che ancora non hanno un piede nel baratro. Voglio che sia così, spero che sia così: perché nel retro della mia testa pulsa il sospetto che questo possa essere un suo ultimo, disperato coup de theatre, la legittimazione ultima agli occhi delle sue pari, la rivendicazione della sua malattia, prima che questa finisca di succhiare la carne dalle sue ossa.

(Ne ha parlato anche Gaia Giordani, qui.)

Aggiornamento: sullo stesso argomento, anche Séverine, Robba.

“… depending on the street.”

inserito in Spot da Giulia il 25-09-07 alle 12:21

Il problema di serie come Flight of the Conchords è che nessuna rete sana di mente se le compra. Perché bisognerebbe doppiarle, e il doppiaggio, per certe serie, è come il Guttalax. Fa inevitabilmente cagare.

Flight of the Conchords è una serie che fa ridere per diversi motivi, tutti impossibili da tradurre. I protagonisti (Bret e Jemaine) sono neozelandesi, parlano con l’accento dei neozelandesi, e come la traduci la gag del secondo episodio in cui Bret si presenta alla collega di “lavoro” (per capire le virgolette bisogna vedere l’episodio) e lei capisce “Brit” per via dell’accento?
Quella dell’accento è del resto una questione secondaria rispetto al fatto che buona parte degli episodi è narrata in forma di canzone pop. Cosa fai, la doppi? Mica è un film Disney. La sottotitoli? L’effetto-stacco da una lingua all’altra rovina tutto. Bisognerebbe sottotitolare tutto l’episodio. Ma gli italiani non guardano le cose sottotitolate. Sono pigri, gli italiani.

Poi ci sarebbe la faccenda non trascurabile dell’iconografia indie, in questo paese di fan di Gigi D’Alessio: perché a noi che ascoltiamo quella musica lì sembra di vivere in un mondo pieno di gente che ascolta quella musica lì, e invece siamo quattro gatti, diciamocelo in faccia. E quattro gatti non fanno un’audience.

Insomma, Flight of the Conchords probabilmente non se la comprerà nessuno. Ed è tuttavia una delle cose più comiche che io abbia visto negli ultimi dodici mesi.

Quel che è giusto

inserito in Target du jour da Giulia il 23-09-07 alle 10:49

Facciamo contenti i disperatissimi responsabili delle quattro serate di Miss Italia: parliamone, di questa storia dei “dietri”. Riassumo per i pigri: Guillermo Mariotto, membro della giuria “tecnica” del concorso, ha chiesto di poter apprezzare non solo il lato A delle concorrenti, ma anche il lato B. Il culo, insomma. Scandaletto, urletti di sdegno, poi è stato accontentato: perché come dice il noto esperto di buon gusto Fabrizio Del Noce, “Purché non si esageri, non c’è da scandalizzarsi”.

Non è chiaro il senso di “esagerare” (due minuti di primo piano delle chiappe di Miss Liguria che si contraggono a tempo con la Marsigliese sarebbero considerati eccessivi, o complessivamente funzionali alla valutazione?), ma è chiarissimo che si tratta di una richiesta più che legittima. Finiamola con la stucchevole pantomima del concorso che premia l’eleganza e la personalità e lo spirito delle concorrenti, e diciamo la verità: Miss Italia è in tutto e per tutto simile a una fiera della vacca con premio finale. Come i bovini in concorso, le cento finaliste portano attaccato sulla tetta un numero, mica il nome. E sempre come i suddetti capi di bestiame, devono sfilare perché i giudici possano valutarne la consistenza delle carni. Non esiste fiera della vacca in cui alle bestie in mostra venga risparmiato l’esame dei quarti posteriori e quindi, signorine, poche storie e fuori il culo. Del resto, i colloqui individuali fanno spesso emergere personalità da quadrupede ungulato, delle quali il muggito è forse l’espressione più poetica.

Inserito in questo quadro, l’esame della natica è fondamentale. Personalmente, credo che bisognerebbe andare fino in fondo, e istituire anche l’esame in diretta dei denti (effettuato sollevando le labbra della concorrente per verificare l’allineamento, e successivamente spalancando le fauci per controllare che non ci siano carie ai molari), il test del cimurro illustrato tramite simpatici RVM, e una serie di prove di abilità per verificare che le concorrenti non siano affette da BSE. Opzionale l’abbattimento tramite pistolettata in caso di fallimento di una o più prove, o di azzoppamento nel corso delle prove di abilità. Le cotolette di finalista si venderebbero benissimo, al mercato coperto di Salsomaggiore.

Del perché

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 22-09-07 alle 01:39

E’ praticamente da quando ho un blog (o quasi, insomma: ho un blog da molto più della media della gente che ha un blog) che si parla dell’utilità dei blog. Della funzione dei blog. Del senso dei blog. Della bellezza/bruttezza/immondezza dei blog. Del perché uno deve averci un blog. Poi si è cominciato a parlare di come mai in America i blog fanno opinione e conducono programmi televisivi (hello Perez Hilton) e fanno informazione e vengono accreditati agli eventi, cose così, e invece in Italia se non fai capo a una testata, anche lavorandoci gratis come fanno un sacco di ragazzi più o meno giovani, non ti caga nessuno. Nel mezzo ci sono sempre quelli che i blog sono fuffa e i blog sono meravigliosi, e poi ci sono le testate tradizionali che hanno un sito, che i blog li trattano come “Internet”, rubano materiale a destra e a manca e non si curano minimamente di citare la fonte, ché tanto “E’ Internet”. Come dire, se sta in rete è di tutti, non ha autori, si genera spontaneamente. O peggio: vi facciamo un favore, pidocchi, a pubblicare i vostri merdosi contenuti sui nostri profumatissimi giornali. E infine c’è Aldo Grasso, come riportato da Luca Sofri, che i blog non li vorrebbe neanche vedere su Google perché gli danno fastidio.

Vabbè. Ho fatto un cappello lungo, non era quello che volevo dire.

Il punto è che, dopo quattro e rotti anni di blog in solitaria e qualcosina in più in condivisione, comincio a domandarmi seriamente a che diavolo serva venire qui ogni giorno o quasi, e raccontare all’universo mondo le mie cose. A parte la gratificazione personale di parlare all’equivalente di un auditorium pieno semplicemente con un clic, e ad altre sensazioni che comunque si possono far rientrare serenamente nella sfera della gratificazione, per quanto declinate in modo diverso.

Insomma, sono quattro anni circa che vi racconto quello che mi passa per la testa, e comincio a domandarmi, cui prodest? Sì, per carità, io mi diverto e voi magari pure, a meno che non siate pazzi o masochisti. Ma sono quattro anni che col blog faccio sempre la stessa cosa.

Da quando ho iniziato, il blog si è evoluto in maniera pazzesca. Credetemi, anche se vi sembro vostro nonno quando vi racconta del ‘43. Quando ho iniziato non c’erano manco i commenti su tutte le piattaforme. Toccava metterli. Figurarsi il trackback, le classifiche, BlogBabel, Technorati, Digg, Del.icio.us e via dicendo. Quattro anni fa, se facevi un blog per raccontare gli affari tuoi a venti, cinquanta, cento, trecento persone, ne facevi un uso tutto sommato ottimale.

Adesso, fare un blog per raccontare gli affari propri è come usare un software di videoconferenza per farsi le boccacce.

Intendiamoci, non voglio entrare in una pallosissima disquisizione sui blog, la fuffa, le ragazzine. Ognuno è libero di usare gli strumenti a disposizione come diavolo gli pare. Anche farsi le boccacce in videoconferenza ha un suo perché. Il dubbio esistenziale viene a me, come bloggeuse di lungo corso che comincia a dubitare dell’utilità di quello che fa. Sorelle d’Italia, almeno, un progetto ce l’ha: che abbia successo o fallisca, tenta di andare da qualche parte. Ma questo blog dal nome infelice, marchiato da una coincidenza sfortunata con l’uscita di un libro che non ho mai avuto interesse a leggere, dove va?
Da nessuna parte. Vive con me e morirà con me. E sta diventando un comodo alibi per non esercitare altre forme di scrittura delle quali sento mostruosamente la mancanza.

La cosa fantastica è che sono sicura di avere già scritto queste cose, altre volte, in altra forma, sempre qui. E potrebbe sembrare una richiesta di coccole da parte della gente che mi legge. Non lo è, credetemi. E’ un serio dubbio sulla validità e il senso di questo posto. Dubbio che probabilmente si dissiperà da solo, ma che al momento è piuttosto pressante. A che diavolo serve, oltre che ad intrattenerci reciprocamente, questo chiacchierar delle umane sorti e de li cazzi mia? Possibile che non ci sia un uso migliore che posso fare di questo strumento che ho in mano?
Mi darò una risposta nei prossimi mesi. Magari in ’sti due giorni di Pordenonelegge cerco di beccare i guru, e farmi dare un parere informato.