Saitenereunsegreto?

Ricongiungimenti familiari

inserito in Target du jour da Giulia il 31-07-07 alle 07:03

Volevo scrivere un post. Ma l’ha scritto Michela.

Blue in the face

inserito in Bric à brac da Giulia il 29-07-07 alle 07:23

Giuro, non ce la facevo più a dribblare gli spoiler che mi piovevano addosso da tutte le parti. Adesso che l’ho finito, posso leggermi in pace gli articoli di critica che mi tenevo da parte da troppi giorni.

Solo le saghe fanno questo effetto, e solo le saghe i cui personaggi si fanno amare molto scatenano questa paura/fissazione degli spoiler. C’è gente che gode a rovinare la festa agli altri (e qui non metto il link: chi ha scritto il post ha fatto bene il suo lavoro), altra gente che è proprio sciocca e sbadata (i titolisti di Repubblica.it, Il solito TGcom, a cui non metto i link per rappresaglia), altra ancora che è del tutto isterica e pur di non rovinarsi la sorpresa è capace di non leggere il giornale per giorni, e io faccio parte dell’ultima categoria. O miscredenti: c’è più mondo reale in dieci pagine a caso di qualsiasi Harry Potter che nell’opera omnia di Sophie Kinsella, Jane Green, Wendy Holden e Candace Bushnell messe tutte insieme.

La prosa di J.K. Rowling non è, in sé, motivo di grande attrattiva. E’ funzionale: racconta. In ordine. Non è quindi per il piacere del suono e del ritmo che la si legge, ma per farsi catturare nel mondo che descrive. Per stare con i personaggi, piangere e ridere con loro, soffrirne i dolori e celebrarne le gioie. Se qualcuno doveva morire, insomma, non volevo saperlo all’inizio. Volevo scoprirlo insieme a loro, nello stesso preciso momento, e non cominciare a portare il lutto dal momento in cui il personaggio entrava in scena.

Insomma, l’ho finito e non dirò nulla. A parte che ne valeva la pena.

“Gli amici del campetto…” (post demagogico e populista)

inserito in Target du jour, Triste mondo malato da Giulia il 28-07-07 alle 11:22

Stamattina ho votato in un piccolo sondaggio sul blog di Jacopo Fo, in cui si domandava se sareste favorevoli ai cani antidroga in Parlamento. Ho votato “no”, perché credo sarebbe un provvedimento moralista e anche un po’ fascista. Quello che la gente fa nel tempo libero non mi riguarda, anche se si tratta di noti fascisti che nel tempo libero non fanno altro che gridare al pericolo ddddddroga.

Poi ho letto questa notizia e ho pensato: ma vaffanculo, fateli annusare alla morte questi pagliacci, che invece di lavorare fanno propaganda per assicurarsi il voto della casalinga di Voghera, quella che pensa che una canna ti renda un tossico e intanto ha il marito che inizia la giornata con un taglio di rosso al bar. Fateli annusare e pisciare nei bicchieri e analizzare e sfruculiare e denunciare e spedire al SERT in massa, o in mezzo ai tossici veri, quelli distrutti dal crack e dalla coca a buon mercato che si trova dappertutto mentre loro tuonano contro le canne. “Gli amici del campetto, passati dalle Marlboro direttamente all’eroina, alla faccia delle droghe leggere”, no, vabbè, i Parlamentari mica ascoltano gli Offlaga Disco Pax. E comunque, tutto questo berciare è strumentale, decorativo, fa schiuma, dà l’impressione che loro si preoccupino per il cittadino comune. Poi non fanno un cazzo. Significherebbe andare contro interessi troppo grandi per piccoli uomini come loro. Si limitano al gesto dimostrativo: chi combatte la mafia a viso aperto fa una brutta fine. Mettono fuori il ditino, no no no non si fa! e poi si ritirano nella buvette, dove adesso, grazie a Buttiglione, c’è anche il gelato.
Nel frattempo, a Bergamo la gente finisce in ospedale a frotte per una partita di coca tagliata con l’atropina. Però le canne sono un’emergenza, eh. Vi ricordate il ragazzino morto in classe per una canna? Ah, no, poi viene fuori che aveva fumato crack, ma tanto è uguale.

Snasateli a morte, ’sti cazzeggioni.

Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

inserito in Bric à brac, Muziek non stop da Giulia il 27-07-07 alle 04:33

“Ma non te la prendi mai una vacanza, dico?”
Mai. Solo voi sciocchi umani avete bisogno di evadere dalla vostra vita. Noi troviamo ampio soddisfacimento nelle nostre occupazioni quotidiane.”
“Quindi tu ti diverti moltissimo a presentarti a casa della gente richiedendo assurde top 25 di canzoni, pena l’annientamento a mezzo scorreggia… no, aspetta, comincio a capirti.”
“Procedi e non frullarmi i doberdesters.”
“I cosa?”

Prima che si tiri giù le mutande spaziali per mostrarmi cosa sono i doberdesters, procedo a compilare la lista delle canzoni che per me, solo per me e soltanto per me, fanno gli anni ‘80. Dimenticandomene sicuramente diverse in giro, escludendone altre che negli anni ‘80 non ascoltavo e ho scoperto troppo tardi, assolutamente in ordine sparso. E includendo un botto di spazzatura. E’ la memoria selettiva, alieno di merda.

1. Clouds Across the Moon - Rah Band
2. Eurasian Eyes - Corey Hart
3. What About Love - ‘Til Tuesday
4. Sign O’ the Times - Prince
5. One Night in Bangkok - Murray Head
6. Kayleigh - Marillion
7. The Chauffeur - Duran Duran
8. True - Spandau Ballet
9. Heaven - The Psychedelic Furs
10. Appetite - Prefab Sprout
11. Take on Me - a-ha
12. Carrie - Europe
13. Spirit in the Sky - Doctor and the Medics
14. Me and the Farmer - The Housemartins
15. Venus - Bananarama
16. Goonies ‘r Good Enough - Cyndi Lauper
17. Material Girl - Madonna
18. Together in Electric Dreams - Giorgio Moroder feat. Phil Oakley
19. Somebody’s Watching Me - Rockwell
20. Ghostbusters - Ray Parker Jr.
21. The Neverending Story - Limahl
22. Heart - Pet Shop Boys
23. Karma Chameleon - Culture Club
24. Never Be the Same - The Breakfast Club
25. Wake Me Up Before You Go Go - Wham!

Emiliano, Emmebi, miic, Vio, Confuso, Disorder, l’alieno sta venendo a cercarvi.
Obbedite senza fiatare, i doberdesters non sono una roba bella a vedersi.

Possono fare quello che vogliono

inserito in Gay Today da Giulia il 27-07-07 alle 03:58

Non è tanto tempo fa che qualcuno, nei soliti commenti di Macchianera (un posto meraviglioso per incontrare, almeno virtualmente, una ricca selezione di deficienti) lamentava il vittimismo delle coppie gay e degli omosessuali in generale. Che possono fare quello che vogliono, nessuno li infastidisce, che diritti vogliono ancora, il matrimonio, la famiglia naturale, maschio e femmina li creò, la storia la sapete. Nel frattempo, ieri sera due ragazzi sono stati arrestati perché si stavano baciando vicino al Colosseo.

Arrestati, capite, per atti osceni in luogo pubblico. I due non si erano nemmeno tirati fuori le magliette. Alzi la mano chi non si è scambiato un bacio un po’ focoso col partner in pieno giorno e in piena luce. Voglio vedere le manine alzate. Suvvia, anche voi giovani e meno giovani simpatizzanti Arcigay. Pieno giorno e piena luce, ho detto. E no, non al Pride, non credevo di doverlo specificare.
Atti osceni in luogo pubblico. Cazzo. Con tutte le pomiciate pubbliche che mi sono fatta, sarei dentro, probabilmente. Vabbè, dite che magari non ho pomiciato davanti ai Carabinieri? A me non pare che questi due pomiciassero davanti ai Carabinieri. Mi pare, a occhio, magari non ho capito eh, che questi due si trovassero dentro il simpatico ghettino attrezzato per gli untori come loro, la Gay Street. Sì, a Roma c’è una Gay Street, di questi tempi. Che uno pensa, se sto nel mio recinto magari mi lasciano in pace. Magari un bacio al mio amore di stasera o di una vita glielo posso anche dare. E invece arrivano i Carabinieri a romperti i coglioni, ti perquisiscono e ti portano dentro. Atti osceni in luogo pubblico. Un bacetto.

No, sapete com’è, a me vengono queste idee strane. E cioè che se a limonare duro sotto al Colosseo ci fossero stati Adam & Eve invece che Adam & Steve, non so se i Carabinieri li avrebbero disturbati. Magari gli avrebbero fatto un po’ i fari, per avvertirli di portare le loro effusioni in un luogo privato prima di lasciarsi andare ai famosi atti osceni in luogo pubblico. O forse li avrebbero ignorati. E mi viene anche l’idea strana che l’oscenità non fosse il bacio in sé, ma il genere delle labbra.

Ad ogni modo, mi si dice che ho torto. Le coppie omosessuali possono fare come gli pare.
Che mondo civile.

Blob77

inserito in Spot da Giulia il 26-07-07 alle 07:30

Guardare Blob in questi giorni è una commozione continua, sciabolate di memoria. Ieri, mentre facevo a cazzotti dall’altra parte, c’era giusto un servizio sulla protesta femminile di quegli anni. E l’altroieri c’era anche quella sigla con Daniela Goggi che cantava A Zigo Zago c’era un mago con la faccia blu, e io giravo per casa cantando e la persona che vive con me diceva che la sapeva anche lui, ma lui non era nato. E adesso c’è Enzo Tortora che fa una figuraccia in diretta con Lina Volonghi, scambiandola per un uomo. Questa non me la ricordavo, ma mi sta facendo ammazzare dal ridere.

Praticamente come Anima mia, ma senza il trash, i Cugini di Campagna e Fazio.

Ribadire l’ovvio

inserito in Target du jour da Giulia il 25-07-07 alle 08:18

Brodo Primordiale (come molti altri) si domanda se quelli che puntano il dito contro l’eccesso di gnocca nei media italiani abbiano visto i tabloid inglesi. Se il dito indica la luna, eccetera: i tabloid inglesi potranno anche avere la tettona della terza pagina, ma si tratta dei tabloid. Non dei telegiornali nazionali, di tutte le pubblicità da quella del gorgonzola a quella del silicone, di ogni programma televisivo o varietà “per famiglie” (e non) e di una fetta consistente di periodici, inclusi quelli che tecnicamente parlerebbero di elettronica. Se in Italia la gnocca fosse limitata a Eva Tremila e Cronaca Vera, la situazione sarebbe parecchio meno imbarazzante.

(Lo diceva anche Marta nei miei commenti, e del resto, appunto: ovvio.)

Dieci Diecine di svista

inserito in Sono fatti miei, Target du jour da Giulia il 23-07-07 alle 10:33

Non è dejà-vu: questo post è stato pubblicato anche su Macchianera.

Ci sono molte cose su cui Gianluca e io siamo d’accordo. Quasi altrettante su cui siamo in disaccordo. Le Diecine, ahimè s’è capito, non fanno parte del primo gruppo.

L’errore fondamentale di questo post, lo dico subito tanto perché sia chiaro da dove voglio partire e anche dove voglio arrivare, è dare per scontato che lo scazzo nei confronti delle Diecine sia solo mio, e sia limitato alle Diecine come fenomeno in sé. Questa non è una cosa mia, non è una malinconia che mi prende la sera e tantomeno, come sembra suggerire il post, un momento di rabbia mista invidia nei confronti di chi si è messo in fila davanti a me quando distribuivano le tette (che poi, per ragioni anagrafiche, credo fosse la Marcuzzi e non la Diecina della settimana scorsa, ma sono dettagli) e sono generose nel mostrarle al mondo.

Sono diventata maggiorenne quando le Fast Food erano già un topos nella cultura nazionale: non conosco un’altra società o un’altra mentalità. Quello che mi disturba, da diversi anni e in misura crescente, non mi disturba per osmosi rispetto a un movimento femminista a me vicino nel tempo o nello spazio (femminismo in Friuli-Venezia Giulia? Non fatemi ridere), ma per autentico accumulo di esasperazione. Qui non c’entra, o comunque non c’entra in maniera rilevante, l’autobiografia; non c’è ostilità verso la “donna nuda”, né come persona né come idea, e tantomeno come rivale in qualità estetiche. Tanto più che l’ultimo post uscito sul mio blog poco prima di tutto questo quarantotto era né più né meno che un elogio del burlesque. Cosa che da sola basta a mandare a gambe all’aria tutto l’impianto dialettico di cui sopra.

Veniamo a noi, dunque.

Nello specifico, la trovata delle Diecine mi urta per una serie di fattori. In capo a tutto c’è quanto detto qui, che si riassume facilmente in: e che due coglioni. Solita figa 2.0, solite tipe nude con tanta voglia (malcelata, o comunque negata a parole) di arrivare da qualche parte, o quantomeno di vincere la gara di popolarità atta ad eleggere la più bona. Miss Italia lo fa da molti più anni e con modalità abbastanza simili: donne svestite in fila e contrassegnate da un numero come bovini in fiera, vince quella che viene ritenuta la più bella. Segue discorso di rito.

Il secondo motivo per cui la trovata delle Diecine mi urta, anzi no, mi fa un po’ ridere e un po’ intristire, è che il premio per la Supergnocca della Settimana è… far vedere le pere! Cioè, fatemi capire: mettere la propria foto su Internet per intrattenere il pubblico allo scopo di fare delle foto leggermente migliori e più svestite per intrattenere il pubblico.

Come dire: chi gioca in prima base? Chi.

Il terzo, e più pressante motivo per cui le Diecine mi urtano (non le Diecine, ovviamente, ma tutta l’iniziativa: sai mai che qualcuno equivocasse) non è legato tanto alle Diecine quanto a una certa aria che si respira non solo in Italia, ma nel mondo in generale. In Italia puzza di più, ma siccome ci viviamo dentro da decenni (per non dire secoli) il tanfo ci è diventato quasi impercettibile.
Faccio un esempio pratico. Un mio amico, un caro, carissimo amico, ha l’abitudine di riferirsi alle ragazze come “pussy” (singolare o collettivo: una pussy, c’è pussy). Un altro usa abitualmente, allo stesso modo, il termine dialettale riferito all’organo genitale femminile nella sua zona. Esempi isolati? Non so. In ogni caso, mi colpiscono: non sento molte donne riferirsi agli uomini come “manico”, singolare o collettivo.
Le Diecine (non come donne, ma come parte di un trend), nel loro piccolo modo, contribuiscono ad alimentare questo genere di pensiero. In un uomo intelligente e di buona cultura, l’utilizzo di una certa terminologia si può classificare come un retaggio linguistico: se però ad adoperarla è uno di quelli che quando esco di casa non mancano di farmi la radiografia e lanciarmi dietro apprezzamenti, mi sorge il dubbio che per una fetta consistente della popolazione le donne siano, in verità, pussy. O figa. O termine dialettale a scelta.
Una donna, ridotta al minimo termine della sua avvenenza comparativa, è nient’altro che quello: pussy. La Diecina di turno non conquista la prima pagina perché è simpatica, intelligente, colta. La conquista perché tutti in coro le hanno cantato “Ollellé ollallà faccela vede’ faccela tocca’ ” e lei, tutta felice dell’attenzione ricevuta, si presta.

E a te chettefrega? Potrebbe domandare qualcuno. Fai un altro mestiere. Che te ne frega se esistono dieci cento mille ragazzette pronte a svestirsi su Indernezz per potersi ri-svestire su Indernezz ma con un trucco e una luce migliore?
Me ne frega. Eccome. Ma questa non è la sede per spiegare in lungo e in largo perché. Un’altra volta, magari, ché sto già andando lunga. Ma ancora una volta: non ha solo a che vedere con me come persona. Ha anche a che vedere con il fatto che Macchianera non è - anzi, diciamo che vorrei che non fosse - un sito dedicato alla figa. E’ un posto dove si sono dette cose interessanti, anche importanti, a volte solo divertenti, ma comunque un sito dove la partecipazione è, o dovrebbe essere, trasversale ai sessi. Nel loro recinto su Ten, le Diecine hanno una ragione di esistere: magari io non la condivido, magari è più legata a un interesse commerciale che alla glorificazione della Divina Patata quale ragion d’essere degli ex lettori di Cuore, ma ce l’hanno. Su Macchianera, paiono fuori contesto. La polarizzazione in senso maschile di questo blog mi sembra un po’ uno spreco, ma del resto questa è casa di Gianluca. Solo perché ho un duplicato delle chiavi non significa che possa cambiare i mobili.

In conclusione, ordunque:

Allora chiedo: che male c’è in una donna nuda?
Dice: che uno si fa le pippe guardandola.

Ecco, Gianluca: non è proprio così.

Di tacchi a spillo e ombrellini

inserito in Sono fatti miei, Target du jour da Giulia il 22-07-07 alle 03:17

Ieri sera festival in provincia di Frosinone, a Ceccano. Una cosa seria, con OK Go e Roy Paci & Aretuska come headliner, stand, cibo, birra, area gigantesca, ottima organizzazione. Tra un concerto e l’altro, le esibizioni di burlesque di Sick Girl, le “spaghetti pin-up” (cito). “Ecco le smutandate” è la mia prima sospirante reazione. Del resto, l’anno scorso ho avuto modo di vedere il DVD delle Suicide Girls, e Dio sa se era deprimente. Al punto che poi ci ho fatto pure un articolo su un giornale, ma quella era un’altra storia, insomma: prevenutissima. Però curiosa: perché il burlesque non è lo strip non è la lap dance, sono cose diverse per tradizione e tono. E poi le ragazze che girano per l’area del festival hanno dei vestiti favolosi. Starlet degli anni ‘40 e ‘50 rivedute e corrette da John Galliano. Rossetto rosso d’ordinanza e scarpe scollate con tacco a spillo. Come facciano a procedere sull’erba senza piantarsi è un mistero che andrebbe investigato dalla fisica.

E come dire: contro ogni aspettativa, mi sono divertita.

E’ piuttosto difficile spiegare come mai il burlesque mi diverte e la lap dance no. Credo che tutto risieda nella quantità massiccia di umorismo che sottende a ogni numero. Umorismo, malizia, grazia, una forma di stilizzazione estrema, una parodia della seduzione, le tette usate per far ridere. Il primo numero che vedo ha come tema l’Oriente: la performer centrale indossa una tunica in stile giapponese, le altre due sono vestite di mutandine e ombrellini di seta cinese. Nel secondo, la ragazza che si spoglia mima le operazioni cosmetiche necessarie a prepararsi per uscire (rasatura, ceretta, doccia) e più che un balletto sembra uno sketch comico. Anche quando, di spalle, si leva il top del costume che regge un davanzale di dimensioni e consistenza veramente fuori dal comune, e si volta verso il pubblico coprendosi con il cartello “censura”.

Ci vuole del fegato. Non per spogliarsi in quel modo, che avendo la vocazione è pure divertente. Ma per spogliarsi in quel modo davanti a una platea di vaccari come quella di ieri sera, con tutto il rispetto per i vaccari che credo siano mediamente più educati. Alla ragazza che presenta i numeri (vestita) qualcuno dà della troia. “Tua madre” risponde lei al microfono, senza fare una piega: ma è da questi episodi desolanti che si capisce come lo spettacolo sia sprecato. Ci voleva senso dell’umorismo, e invece fra i punkettini e gli indierocker e gli sciocchini e sciocconi assortiti regnava solo una desolante assenza di cellule cerebrali. Ancora una volta, mi è stata rivelata la tristissima inadeguatezza di certi maschietti nazionali: chiamati a partecipare al gioco, sono soltanto riusciti a rovinarlo.

Lasciate un messaggio dopo lo squillo di tromba

inserito in Sono fatti miei, Triste mondo malato da Giulia il 21-07-07 alle 11:43

Sarà un caso che, mentre ruminavo riflessioni sulla natura del Divino (ero in bagno e il Venerdì di Repubblica era quello vecchio), su Cult andasse in onda Jesus Camp. Un documentario che di suo non mi dice nulla di nuovo, e che è stato trasmesso in una versione massacrata da un imbarazzante voiceover sui personaggi (ma sottotitolare? Eh? O doppiare tout court, a quel punto?), ma allo stesso tempo offre una visione d’insieme sul fenomeno del cristianesimo evangelico in America, e sul plagio di milioni di preadolescenti.

Mi si dirà che anche noi siamo andati al catechismo, dove ci facevano fare i “fioretti” e ci insegnavano che Dio era uno e trino e nato da madre vergine e poi andavamo a confessarci e non sapevamo che cavolo dire, noi con le nostre piccole vite da bambini di campagna che hai voglia a commettere peccato mentre corri nei prati e fai le tortine col fango. Anche noi siamo stati evangelizzati. Però a noi non hanno regalato il manuale del piccolo evangelista, che ti insegna ad avviare una discussione con i tuoi compagni di classe sul tema della salvezza dell’anima. Non ci hanno detto che Bia e la sfida della magia era peccato mortale e che nel regno di Cristo Bia sarebbe stata arsa al rogo. Non ci hanno portati a biascicare sillabe senza senso nel tentativo di connetterci con lo Spirito Santo, e non ci hanno fatti predicare in mezzo a una congregazione di altri ragazzini invasati. Il cristianesimo evangelico fa sembrare il cattolicesimo una religione sobria e austera.

Il punto di tutto questo è che ruminavo sulla natura del Divino. Che uno magari la percepisce e non sa perché, non è una cosa che ha chiesto e ha sempre il sospetto che sia un malfunzionamento del cervello: e gli anni di catechismo non solo non aiutano, anzi, amplificano la distanza. Il catechismo è: tu qui, Dio lì. E fra te e Dio, suore, diaconi, sacerdoti, monsignori, cardinali e il Papa. Tutta una scala gerarchica di gente che prende i messaggi di Dio, tipo segreteria mista telefono senza fili, e te li fa arrivare belli processati e pronti. Tu vorresti parlare direttamente con questo Dio qui, ma ogni volta che cerchi di avvicinarti trovi lo sbarramento: rabbini, mullah, pastori, pope, tutta gente più qualificata di te che dice che ci ha parlato prima e Dio ha detto. E tu: vorrei lasciare un messaggio. E loro: ci sono le FAQ, le abbiamo fatte apposta per quelli che devono chiedere delle cose, leggitele ché lì c’è tutto.

Il cristianesimo evangelico dà l’illusione di essere circolare, un momento di comunione con il Divino in cui il Divino stesso scende esclamando “Eccomi! Che si dice oggi?” Ma poi si capisce che in realtà non è il Divino che scende. E’ solo un’altra serie di messaggi passati di bocca in bocca, da Pat Robertson giù giù fino al ragazzino col codino anni ‘80, e tutto quel gridare e celebrare e agitare le mani e piangere è per via del messaggio, non del Divino. Il Divino non farebbe errori grossolani come strillare che l’omosessualità è peccato attraverso la bocca di un omosessuale, tipo Ted Haggard, per capirci (o forse sì? In quel modo comico di chi ha già previsto tutto, inclusa l’ignominia e il “Ve l’avevo detto”?).

La Grande Segreteria Di Dio non è nemmeno d’accordo sul messaggio: ogni ufficio ha la sua versione. E scegliere a naso quello che sembra più affidabile non è un metodo affidabile. Il problema di chi vuole avvicinarsi al Divino senza filtri è proprio la percezione residua di anni di catechismo da parte della Grande Segreteria: e cioè che per parlare con questo benedetto Divino servano solennità, riti, funzioni, compagnia, paramenti, formule. E finisce che quando il Divino davvero si manifesta nessuno lo riconosce, come Clark Kent che quando ha gli occhiali sembra proprio un altro.