Nel rispetto dei bambini
Tiraboschi colpisce ancora. Il più noto bacchettone della TV italiana, quello che eliminò dalla programmazione un episodio cruciale di Buffy perché conteneva il primo bacio fra Tara e Willow (facendo sì che il pubblico non omofobo perdesse l’uscita di scena di Oz) ha deciso di cancellare il wrestling dai palinsesti di Italia 1. La motivazione:
“Finché si trattava di ‘botte’ - spiega - fra personaggi al confine tra i supereroi dei fumetti e i protagonisti dei cartoni animati, tutto funzionava nei canoni giusti dello spettacolo e del divertimento. Quando poi la cronaca nera più efferata contamina la nostra proposta, allora Italia 1 non ci sta più”.
Traduzione: finché Chris Benoit non ha ammazzato moglie e figlio dandoci una scusa al titanio per eliminare dalla programmazione qualcosa che era già passata di moda da un pezzo e che ci costava veramente troppo rispetto alla rendita pubblicitaria, andava benissimo che i bambini seguissero con entusiasmo le imprese di un esercito di energumeni che si picchiavano per motivi completamente random, spesso e volentieri davanti agli occhi di una pulzella scarsamente vestita e pettoruta. Perché quella era fantasia, no? C’era anche il disclaimer, prima: non fatelo a casa! Guaglio’! Mai! No! E i bambini, che distinguono tanto chiaramente la fantasia dalla realtà, sono perfettamente in grado di capire che quella che stanno vedendo è una ridicola pantomima dell’aggressività maschile. Leggono perfettamente i sottotesti, i bambini. Ma non sono in grado di distinguere la cronaca dallo spettacolo. E comunque: le botte vanno bene. Le botte vanno benissimo!
La rottura di un tabù
E’ molto facile giudicare le persone da quello che leggono. Il folklore familiare vuole che io abbia imparato a distinguere le lettere quando alcuni bambini neanche parlano (la famosa storia dello “stop” letto al contrario per terra), e io ricordo benissimo il momento in cui mi sono accorta che Il libro dei perché non era più solo un volume illustrato, perché le lettere avevano un senso, componevano parole. Per dire che in trentaquattro anni e rotti di libri ne ho macinati, e tanti, e tuttora la lettura è un fondamento della mia vita.
Giudicare qualcuno da cosa legge, dicevo, è facilissimo. Prendete questo blog: credo di avere detto un paio di milioni di volte che no, Sophie Kinsella non l’ho mai letta e la chick lit mi fa cagare. E’ una coincidenza. Il libro è uscito quattro mesi dopo. Perché tanta enfasi? Perché è così importante che si sappia che mai e poi mai la sottoscritta eccetera? E se pure l’avessi letto, ’sto libro? (Ma non l’ho letto, maledizione! Smettetela di guardarmi così!) Mi si dovrebbe giudicare bene o male per questo? Mi si può mettere sullo stesso piano di chi legge Tutte le barzellette di Totti o i libri di Zelig? E perché chi legge Totti o Zelig dovrebbe essere giudicato per questo? Magari è un fisico nucleare che si è pure letto tutto Dostojevskij. E però.
Insomma, finisce che sul blog non parlo mai dei libri che leggo. Un po’ perché non mi interessa condividere tutto-tutto, e Twitter mi sembra una roba ossessivo-compulsiva; e un po’ perché non riesco proprio a starci dietro. E poi, appunto, non sono sicura che da quello che leggo/ho letto si possa capire qualcosa di me; come del resto da quello che ascolto. Al massimo si può capire cosa non leggo, che è comunque parecchia roba.
Totale: non so mica perché mi sono aperta ’sta pagina su Anobii. So che da un po’ di giorni è tutto un caricare su libri che ho letto, e mettere un commento per ognuno, per dire cosa ne penso, e perché l’ho letto, oppure dove, o che rapporto ho con questo libro o quell’altro. Mi sto divertendo un mondo, e sto toccando con mano l’impossibilità di archiviare TUTTI i libri che ho amato e letto. Un esercizio di catalogazione che è anche un viaggio nella memoria, compiuto in maniera parzialmente random (come ho fatto a saltare da The House of Mirth a The Color Purple?), spesso inesatta (di certi libri ho caricato la versione inglese, ma li ho letti in italiano), del tutto incompleta. Se non mi stanco, fra qualche settimana il panorama sarà più completo. Non ci sarà mai tutto: ma ci sarà molto.
Il niqab fa male alla salute
Uno studio condotto dall’Università degli Emirati Arabi Uniti ha individuato una carenza di vitamina D nelle donne che utilizzano il velo integrale, in particolar modo quelle che allattano. La carenza di vitamina D sarebbe strettamente legata alla scarsa esposizione al sole.
Al tutto, naturalmente, si può ovviare assumendo integratori di vitamina D, altrimenti Mohammed piange.
E ora: le foto delle vacanze!
Non che mi mancasse un account Flickr (non sia mai), anzi, sono un early adopter, come direbbero gli esperti. Ma ci sono un sacco di cose di Flickr che non mi soddisfano, dalla laboriosità del sistema di caricamento al fatto che, nella versione base, si possano fare solo tre album, e poi ciao.
E io sono una ordinata: devo trovare tutto subito. E sono anche una con poca pazienza: non ho voglia di stare lì a caricare le foto una per una a gruppi, rinominarle, mettere i tag… troppa fatica. Senza contare la faccenda dei limiti di upload.
Ho esigenze limitate: mettere su le foto, organizzarle in un gruppo tematico, dargli una didascalia, una data, renderle visibili se serve e a chi serve. E per questo va benissimo Picasa, che per usarlo basta un account Google (Gmail va benissimo). Per caricare le foto serve il programma corrispondente (si chiama Picasa2, non vi potete sbagliare), mi dicono un po’ pesante ma a me va come un treno. Da qui in poi è tutto molto facile: si scelgono le foto da un’interfaccia semplicissima, si caricano e puf! eccole sul web. Il tutto a prova di cretino, senza molti frizzi e mediamente in molto meno tempo che su Flickr.
Sicuramente c’è il limite dell’interfaccia (non credo sia possibile caricare le foto senza passare attraverso il software apposito), ma dato che alla fine della fiera mi porto il PC dappertutto, questo per quanto mi riguarda è un limite ragionevole. Mi dice la regia che si può caricare tutto anche dal web, senza passare per l’interfaccia, evviva.
Da due giorni sono presa da insana frenesia e sto caricando un sacco di roba arretrata: le mie foto sono qui.
Uno, due, tre…
L’ultima volta che ci ho guardato, gli eterosessuali che si sono registrati per aggregare post su GayToday erano due. Una sono io. Che prima di registrarmi sono andata in pellegrinaggio su Tom a chiedere: ma secondo voi, posso?
Che sembra una roba scema, ma il problema me lo sono posto davvero.
Alla nascita di Sorelle d’Italia, inventato da un uomo ma cresciuto da una tribù di donne (ehi, guarda, la famiglia tradizionale! Poligama, però) si è deciso di fare un blog che parlasse di donne fatto dalle donne. Giusto perché delle donne parlano un po’ tutti tranne, spesso, le donne stesse. L’idea era di aprire una finestra su una prospettiva ancora (a torto, i numeri non mentono) considerata “minoritaria”. Non una chiusura al sesso maschile, ma un gentile invito all’ascolto.
In questo blog, il mondo gaio è da sempre presente e (ora più che mai) vivamente sostenuto. Anche perché è da mo’ che dico che non esiste veramente un “mondo gay”, non più di quanto esistano un mondo donna, un mondo adolescente, un mondo pensionato e un mondo operatore ecologico di turno alle sei di mattina. Chiunque non sia un maschio bianco eterosessuale vive una realtà considerata “altra”, minoritaria, funzionale. Ma siamo tutti nello stesso mondo: e le persone omosessuali non vivono solo in televisione sfoggiando tagli di capelli bizzarri e leggendo la mano agli ospiti dei varietà. Sono anche quello. Ma non è questo il punto.
Il punto è che, attualmente, non esistono differenze di diritti civili fra donne, uomini, adolescenti, pensionati e operatori ecologici di turno alle sei di mattina. Esistono invece pesanti differenze fra omosessuali ed eterosessuali. Ai primi viene negata, con ogni mezzo ed ogni argomento, la possibilità di pianificare un futuro con la persona che hanno accanto. Si arriva a dire che a loro “non serve”, che “non ce n’è bisogno”, si tira in ballo la supposta sterilità di queste coppie (che nel frattempo continuano ad allevare figli), si mette in dubbio persino la qualità del sentimento che le unisce. Si entra nel loro privato con violenza, a spintoni, a insulti, tracciando paragoni offensivi fra l’omosessualità e la pedofilia. Si pretende che vivano nell’ombra, che “non ostentino”, che accettino in silenzio di essere trattati come macchiette, come malati contagiosi, deumanizzati, fatti oggetto di pietà, tolleranza, perdono per i loro peccati, basta che non pratichino.
Io mi sono rotta le palle.
Non mi serve essere gay per reclamare parità di diritti fra tutti i cittadini italiani, a prescindere dall’orientamento sessuale. E’ qualcosa che mi sembra elementare, che non sottrae nulla ai diritti già esistenti per gli eterosessuali, inclusi quelli che gradiscano, nel tempo libero, andare a trans, praticare lo scambismo, farsi sodomizzare da partner femmine, farsi frustare da partner maschi. E a quanto pare, anche i fondatori di GayToday condividono la mia opinione, tanto più che ho scoperto quasi subito che nel modulo di registrazione, alla voce “preferenza sessuale” c’è anche “eterosessuale” (sì, è possibile anche non fornire l’indicazione o tenerla nascosta, ma era per dire: è contemplato). Così mi sono registrata: perché voglio esserci anche io, voglio aggregare anche io, voglio che mi si conti quando viene il momento di dire “Chi è con noi?”
Lo dico piano: stamattina l’adsl va.
In attivazione
Quando una vorrebbe fare molti post (tipo: raccontare il concerto di Badly Drawn Boy, parlare della nevrosi da oversharing che sta invadendo la rete, delle primarie-bufala del Partito Democratico, riportare certe eroiche imprese professionali, insomma, scrivere di QUALCOSA) è matematico che il provider decida di fare il passaggio della sua adsl da una piattaforma all’altra. Con conseguenti blackout ogni due secondi.
Mi sa che per un po’ le comunicazioni saranno poche, e sparse.
“So dove passi le notti, è un tuo diritto…”
La sai quella della coppia che si è sposata tre volte? Ormai hanno quasi cinquant’anni ed è la terza volta che si giurano amore eterno, sempre fra di loro. La prima volta erano troppo giovani. La seconda volta, non riuscivano a vivere insieme. Per questo terzo round, si sono presi un po’ di tempo - dieci anni, per l’esattezza - e sono convinti di potercela fare. Tre urrà per loro, e possiamo scommettere che il discorso del testimone includerà una variante di “la prossima volta che vi sposate…”
Non è la prima storia di questo genere che sento, del resto. Molte delle coppie che conosco si sono lasciate per periodi più o meno lunghi. Una delle mie parrucchiere negli studi Euroscena mi ha raccontato un favoloso feuilleton (nel senso che me lo raccontava a puntate, fra una piega e l’altra) che ha avuto come protagonista lei, il marito, e la persona per cui ha lasciato il marito; salvo poi accorgersi che quel coniuge che sembrava stantìo era l’uomo per lei, fatto apposta per lei. Idem una cara amica, che dopo tre anni di convivenza con un altro uomo è tornata dal fidanzato storico, con cui è felicemente convolata a nozze. Niente è per sempre: nemmeno le rotture, a volte.
Un po’ fa ridere, un po’ la dice lunga sull’elasticità dei sentimenti. Non siamo mai state a sentire la nonna, quando ci diceva che un matrimonio è fatto di alti e bassi, di momenti belli e brutti; che il vero amore non è una magia mistica che ti investe il giorno uno e rimane invariata fino al giorno zero in cui morte vi separa, ma un processo conoscitivo, un rimpasto quotidiano, un atto di creazione che richiede fantasia, voglia di rimettersi in discussione, capacità di adattamento, senso dell’umorismo e rispetto per le paturnie proprie e altrui. Le lezioni della nonna ci sono sempre sembrate un po’ un distillato di rassegnazione, a noi cresciute con il mito dell’amore che un giorno arriva e se è quello giusto non se ne va più, e ogni giorno è sabato mattina. Dalle pagine di Vanity Fair, Drew Barrymore sostiene che ogni donna dovrebbe chiedere per sé il massimo del romanticismo, il massimo dell’estasi, sempre. Drew Barrymore è stata sposata due volte, tutte e due per un totale di cinque minuti. Ma fa l’attrice, poverella, vive nella capitale dei sogni, il luogo dove il mito dell’amore romantico e del “per sempre” è stato fabbricato. E’ normale che ci creda, a questa favola dell’estasi eterna. E che teli, non appena la realtà buca la favola.
Questi due scombinati che si risposano per la terza volta, forse anche loro un po’ ci credevano, al mito dell’amore-incantesimo: e lo dicono pure, “Forse siamo anime gemelle”. Tutti i divorziati seriali ci credono, vedi alla voce Elizabeth Taylor, la quale una volta si è vantata di essere andata a letto solo con gli uomini che ha sposato. Che fa un totale di sette mariti per otto matrimoni, visto che anche lei con Richard Burton ha fatto il bis. Solo da Mike Todd non ha divorziato, essendo il poverino passato a miglior vita a poco più di un anno dalla cerimonia nuziale: neanche il tempo fisiologico di stancarsi di averlo fra i piedi. Il marito successivo, in compenso, l’ha rubato a Debbie Reynolds. Usato sicuro, alla faccia dell’amore romantico (altrui).
Non credo ci sia una lezione nel triplo matrimonio degli allegri recidivi, a meno che la lezione non sia “Divorziare ogni tanto fa bene all’amore!”. Il che mi sembrerebbe quantomeno costoso. Ma il loro tira-e-molla contiene se non altro un briciolino di ottimismo: l’amore comincia, e ricomincia, e ricomincia ancora.
Sto benissimo!
Io non mi ammalo mai: nelle ultime due settimane ho avuto prima mal di gola con tosse e raffreddore, poi ho completamente perso la voce, e ieri mi si è bloccato il collo.
Non era meglio una bella influenza tutta in un colpo e passata la paura?
Forza Kujawski!
Domani a Roma c’è il Pride. E non è che non abbia niente da mettermi, ma tre giorni fa qualcuno mi ha detto: “Entro domenica sera”. Ed è una cosa lunga. Lunga. Lunga.
Per cui non potrò partecipare. E mi dispiace mica poco. C’è pure Melissa che mette dischi sul carro dell’Arci.
Che questo post sia quindi di buon augurio ai cittadini omosessuali di ogni paese del mondo: in Massachussets, dopo mesi e mesi di discussione, si è deliberato di mantenere la legalità del matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Standing ovation per il legislatore Paul Kujawski, di famiglia cattolica, che prima d’ora non aveva mai compreso come le relazioni omosessuali potessero essere uguali a quelle eterosessuali. Gli incontri con gli sposi lo hanno convinto di “Non poter rubare la felicità di cui queste persone erano riuscite a godere.” E ha detto anche che il lavoro del legislatore è “aiutare le persone che ne hanno bisogno, e ho sentito che i gay ne avevano più bisogno degli altri.”
Snif. Buon Pride a tutti!
Avere ventanni (una volta)
Non mi ricordo bene cosa facessi nel 1992. Sicuramente vivevo a Trieste, ma è un anno vago, un anno di piccole delusioni e grandi inizi che si è scoperto dopo quanto fossero grandi e come mi abbiano cambiato la vita. Nel 1992 non ero ancora niente di quello che sono oggi, se non in minima parte, e non so se sia un bene o un male. So solo che nel 1992 mi sentivo ancora nelle orecchie la voce di Auntie Betsy, “Before you turn, you’ll be twenty” ed ecco, ci stavo proprio arrivando ed era vero, mi ero distratta un attimo ed erano lì, i vent’anni. Che dovevano essere l’età più bella della mia vita, e non ne sono poi tanto sicura.
Gli anni ‘90 me li sono bevuti a sorsi grandi così e sono finiti prima che me ne accorgessi. Al punto che ogni tanto penso “Ah, ma questa canzone è degli anni ‘90?” e invece è uscita negli anni ‘80 oppure nei primi del 2000, come se dieci anni fossero stati veramente troppo corti per contenere tanta musica.
E sì che la musica, in quegli anni, mi ha letteralmente cambiato la vita. I Pearl Jam. I Nirvana. I Manics. I Radiohead. Madchester. Il Britpop.
Domani vado a ballare al secondo Please Don’t Go Party, al Coetus Pub in via dei Volsci 261/b (ovviamente qui a Roma, e dove altro?) Ci saranno i soliti che vogliono Ambra, quelli che vogliono Corona e quelli come me, per cui gli anni ‘90 non sono infanzia e non sono oggetto di ironica rievocazione. Oddio, quando parte MC Hammer, però… i Tag Team…
Siateci: se ci divertiamo la metà della prima volta, ci saremo comunque divertiti un sacco.



