Di donne e bellezza
Forse è strano, ma non riesco a guardare una foto di Ségolène Royal senza pensare “Ma quanto è bella”. Sono incantata dal viso di questa signora prima ancora che dalla sua formidabile personalità: a 53 anni ha un sorriso, dei lineamenti e una luminosità che sfidano non solo le creme antirughe, ma anche il concetto stesso di bellezza. E’ bella senza voler sembrare più giovane: i suoi occhi hanno esattamente l’età del suo viso, sono un tutt’uno armonico. Poi mi ricordo che ha quattro figli, non si è mai sposata ma sta ancora con il padre di tutti e quattro, che le ha ceduto in apparenza senza troppe lagne (viene da sospettare, persino orgoglio) il posto a centropalco, che è sopravvissuta a un padre tiranno e lo ricorda senza piagnistei, grata per la fermezza che quella tirannia le ha fatto crescere nell’anima, è socialista nel senso più antico del termine, ed è candidata a guidare uno dei paesi più grandi d’Europa. E penso, magari vincesse. Se non altro, per poterla vedere spesso sui giornali.
Il mio rapporto con la bellezza altrui, quella femminile intendo, è di incanto e ammirazione, a volte meraviglia. Una bella ragazza è una gioia per gli occhi, e nello scegliere il bello seguo canoni selvaggi e variabilissimi. Mi piacciono le donne arrotondate, morbide, piene di luce. Sono le mie preferite. Io sono una secca, ho spigoli in posti dove le altre hanno i posti. Il paradiso per i miei occhi sarebbe un mondo di Kate Winslet, Salma Hayek, America Ferrera, Janeane Garofalo, Katherine Heigl e Lisa Nicole Carson. Un mondo di forme trionfanti. E allo stesso modo, inverso, mi incuriosiscono e attirano le strane e angolose, le Charlotte Gainsbourg, le Maggie Gyllenhaal, per le quali nutro un senso di sorellanza. In generale, in ogni caso, mi piacciono le donne belle. A prescindere da quale sia la fonte della loro bellezza, che quasi sempre è un modo particolare di essere, una naturalezza e una rilassatezza dei modi e del portamento che le unisce tutte.
Potrei fare un discorso simile anche sugli uomini, ma essendo eterosessuale è piuttosto banale che io abbia i miei gusti. Non sono un’esteta, la perfezione non mi interessa, ma ho un bisogno molto profondo e molto radicato di bellezza. Il caso mi ha regalato una fortissima miopia, sicché per vedere bene le cose devo sbattere e strizzare gli occhi, oppure avvicinarle moltissimo, a non più di sette-otto centimetri dal viso. A quella distanza vedo tutto con una nitidezza che, mi si dice, i normovedenti non hanno. Non potendo appiccicarmi le signore alla faccia, devo accontentarmi di guardarle da lontano, nella vaga nebbia che le lenti a contatto supertecnologiche toriche non riescono del tutto a dissolvere, fra scotomi scintillanti e lacrime naturali. Sarà questo a renderle così affascinanti?
Veronica, mollalo (stranger than fiction)
Caro Silvio,
Stamattina la tua rassegna stampa sarà senz’altro coperta di sputacchietti di carota. Avrei potuto avvisarti di non portare i giornali a tavola insieme con il beverone di Scapagnini, quello con cui ti illudi di rimanere giovane fra un tagliandino e l’altro, ma dopo ventisette anni ho deciso che mi sono rotta i maroni di fare la signora.
Che tu facessi il ganzo con tutte non era esattamente una novità. E non è che l’articolo di Repubblica abbia scoperchiato chissà che vasi di Pandora. Non ti passa neanche per l’anticamera del cervello di essere ridicolo, e che anche se ti senti un giovanotto sei solo un Eritreo Cazzulati col parrucchino e il lifting. Settant’anni, Silvio, settanta, mica quaranta: a momenti facevi la fine di Berlinguer, e ancora svolazzi come una cimice da una gnocchetta all’altra e cerchi di fare il trenino con Gasbarra, D’Alema e tutta la Margherita pereppeppè. Oh, scusa, ho detto “cimice”, adesso passerai la giornata a smontare i telefoni di casa.
Ora entrerai furibondo, accusandomi di favorire i comunisti. Pirla. Sono anni che mi vergogno delle stronzate che dici, e ogni volta che faccio tanto di aprire la bocca e dichiararmi in disaccordo con una qualsiasi delle tue scemenze vengo prontamente rintuzzata. Perfino tua figlia ha detto pubblicamente che la tua televisione le fa schifo. Piersilvio si è risentito. Tu non te ne sei neanche accorto. Dove avevi la testa? Fra i gommoni della Yespica? Probabile.
Per te e i tuoi e tutti non c’è niente di anormale, ma sai che c’è? Mi sono stufata. Ne ho le ovaie piene di questa normalità, di te che ti scopi o sogni di scoparti o fai capire che ti scoperesti chiunque e tutti si danno di gomito, ma se esce mezza chiacchiera di un mio presunto flirt, son lampi e tuoni e accuse da operetta e tu fai lo spiritoso in pubblico dicendo che ti occupi tu di presentarmi gente più attraente dei miei presunti amanti. Ma vergognati.
Non corro per la presidenza, non ho progetti politici, probabilmente invecchierò a casa fra un’opera benefica e l’altra; con rispetto parlando, me ne fotto dell’esempio di Hillary Clinton. Da questo punto in poi, col cazzo che sto zitta: per cui preparati, e la mattina comincia a metterti il bavaglino.
Tua, si fa per dire,
La faccia come il culo (left-wing edition)
Questo è il momento in cui io, laica ed elettrice di sinistra, comincio a sentirmi non solo perseguitata, ma anche turlupinata dalla gente che ho contribuito a mandare al governo.
I cattolici possono già fare scelte rispettose della loro sensibilità, sposarsi in bianco, non divorziare, non copulare fuori dal matrimonio, fustigarsi prima e dopo i pasti, indossare il cilicio, rinunciare alla masturbazione, sono fatti loro. Io non approvo, ma è la loro libertà e ne possono fare quello che preferiscono. Questo è il laicismo.
Mi scoccia dover ripetere per l’ennesima volta questa banalità, ma una religione non può dettare le regole a un’intera comunità. Esigo la libertà di scegliere nel rispetto delle libertà altrui.
Il cattolicesimo non è più religione di Stato dall’85. Pregasi fare aggiornamento e smettere di considerare il Vaticano come interlocutore nelle scelte politiche di un paese laico. La teocrazia, come già detto e come prova l’esperienza di svariati paesi musulmani, ha conseguenze venefiche sulla vita della gente.
Aggiornamento: trovo solo ora il post di Aelred che aggiunge elementi al quadro.
La donna che non c’era
Nella Bibbia, Lia era la moglie di Giacobbe. Una delle due, non la favorita, ma quella fertile. Aveva “gli occhi smorti”, mentre la sorella Rachele era avvenente e bella di forme, ma non altrettanto feconda. Lia era la donna che non c’era, la moglie necessaria a portare avanti la dinastia, la fattrice trascurata nel cui ventre si è plasmato il futuro delle tribù d’Israele, fatta sposare con l’inganno perché già adulta e ancora non maritata, ma non amata da Giacobbe, che lavorò sette anni presso il suocero per il privilegio di sposare Rachele. Che gli diede solo due discendenti, Giuseppe e Beniamino, il figlio che la uccise.
I teologi riconoscono in Lia il simbolo della vita attiva, e in Rachele (chissà perché) quello della vita contemplativa. Ma non è di questa Lia che voglio parlare, è di un’altra Lia, una che probabilmente conoscete, e che in questo momento si trova al centro di un problema molto più grande di quello che sembra.
Parto dal fondo, da questo post, l’ultimo. Che riassume un po’ tutta la faccenda.
Lia, come molti sanno, è un’insegnante italiana che ha lavorato molto tempo in Egitto, e ha abbracciato l’Islam. Lei rappresenta la punta dell’iceberg di una nuova ondata di donne italiane che scelgono di avvicinarsi a una religione da molti ancora percepita come estranea, opprimente e punitiva. Il discorso sulla realtà di questa pratica è molto lungo, e non posso affrontarlo senza avere parlato con le dirette interessate (e non è detto che non lo faccia, dato che la cosa mi interessa moltissimo). Quello che è importante, ora, è parlare di questo caso in particolare, per una serie di motivi socialmente rilevanti.
C’entrano, in ordine sparso, la questione della validità dei matrimoni contratti con rito musulmano (in assenza di un Concordato, che a sua volta non può essere messo in piedi, in mancanza di un’autorità centrale islamica con cui trattare), la condizione delle donne musulmane in Italia (in Italia, si badi bene, e non altrove), il problema della deontologia professionale dei giornalisti, o assenza della stessa, e tangenzialmente anche la questione dei ricongiungimenti familiari di famiglie poligine: dato che in Italia la poligamia è illegale, chi viene riconosciuta come consorte legittima? La prima moglie? Quella con più figli? E le altre, cosa fanno? Un Pacs (eccolollà)? E come sono tutelate, anche dalla loro religione, tutte queste prime seconde e terze spose, nel nostro paese?
Lia, per riassumere, ha sposato e successivamente divorziato da un membro di spicco della comunità islamica italiana. Una faccenda privata, che però lei ha deciso di portare sul suo blog per farne una sorta di case study del divorzio islamico in Italia. Senza fare nomi, Lia espone le sue difficoltà di divorziata non protetta da un sistema legislativo uguale per tutti, potenzialmente abbandonata a se stessa in assenza di una rete di solidarietà sociale fra le donne musulmane, e formula l’ipotesi di un osservatorio femminile che si occupi di verificare che le cose vengano sempre fatte come Dio comanda. E fino qui tutto bene.
I problemi iniziano quando della vicenda si impossessa una nota firma del Corriere della Sera, che in nome di un senso alquanto distorto del diritto di cronaca (nonché, mi sembra di percepire, un certo fiuto per lo scandaletto a sfondo islamico, che in Italia si porta sempre molto) pubblica, commentandola e travisandola, una mail privata inviata da Lia ad alcuni amici, di cui è in qualche modo venuto in possesso.
Seguono grande sgomento et bordello generale.
A questo punto, da parte di Lia è scattata la querela, i cui sviluppi si possono seguire qui.
All’inizio di questo post, non avevo ben chiaro quale fosse il parallelo fra la Lia biblica e la Lia reale, ma ora credo di saperlo. Nessuno avrebbe dato due lire alla Lia biblica, fatta sposare tanto per darla via, ma poi rivelatasi in grado di perpetuare la stirpe con notevole resistenza fisica e spirituale, in barba a tutti e soprattutto a suo marito. La nostra Lia, quella reale, era fino a poco tempo fa solo una donna come tante, con più spirito critico di altre, in possesso di una tenacia ammirevole ma fino a quel punto impiegata esclusivamente nel suo privato. Adesso, che le piaccia o meno (e sospetto che non le piaccia poi così tanto) si trova a doverla tirare fuori tutta, anche per il bene comune.
Un minimo di supporto morale, direi, le è dovuto.
Piccoli pacs di bimbo
Sul Corriere.it di oggi, Alessandra Arachi elenca nel dettaglio i punti della bozza di legge sui Patti di Solidarietà Civile, anche detti Pacs per chi stesse ricercando informazioni in rete e avesse trovato questo post*.
A un’occhiata superficiale, sembrerebbe di capire che il Vaticano abbia motivi sufficienti per allineare un po’ di cardinali in Piazza S. Pietro a fare la hola. Come già per la legge 40, l’intenzione di colpire le coppie omosessuali è abbastanza evidente: no alla fecondazione eterologa e all’inseminazione per coppie non unite nel solito Santo Matrimonio, e no anche alle adozioni per le coppie unite da Pacs. Insomma, niente “minacce alla famiglia”: i maledetti peccatori sodomiti non riusciranno a far passare l’idea che ci si possa amare anche senza spendere un capitale per travestirsi da meringa e da pinguino, e poi andare in crisi tre anni dopo, riempirsi di corna e mollarsi a suon di avvocati, sbatacchiando qua e là i marmocchi nati dall’unione. Stereotipo per stereotipo.
Che l’intento punitivo sia di matrice cattolica - del resto, stiamo parlando di una religione che permette, anzi, glorifica il dolore fisico come manifestazione della propria devozione - risulta evidente anche dallo scontro Bindi-Pollastrini sulla durata minima della convivenza necessaria a far sì che scattino il diritto alla successione e alla pensione di reversibilità. Barbara Pollastrini sostiene che bastano cinque anni, mentre Rosy Bindi preme per allungare il tutto a dieci, se non quindici.
L’esistenza stessa di una soglia di durata da superare per essere degni di tutela è bizzarra: come a dire, brutti zozzoni renitenti al matrimonio o peggio, inclini a pratiche contronatura, provateci che siete una coppia resistente. Un simile esame di durata, applicato alle coppie sposate, darebbe risultati deprimenti: statisticamente, il 51,2% delle coppie si lascia tra il terzo e il quinto anno di matrimonio. Al di là di queste considerazioni, diventa difficile capire come mai Pollastrini & Bindi, ma soprattutto la seconda, vogliano mettere in difficoltà le coppie atipiche. E con coppie atipiche non intendo quelle omosessuali, che per quanto mi riguarda sono tipiche quanto quelle eterosessuali, ma le coppie o le convivenze non unite da legami affettivi o di parentela. Due anziani rimasti soli al mondo che decidano di convivere per ottimizzare le spese e darsi reciproca assistenza in caso di difficoltà, e che decidano di sottoscrivere un patto di solidarietà civile, fanno una scommessa con il loro destino biologico: se va bene e si campa oltre i cinque anni, si eredita tutto. Se va male, e si crepa o peggio, la spunta la Bindi e gli anni diventano dieci o quindici, il Pacs è un Pacs a metà. Il tentativo di colpire le coppie omosessuali, come già con la legge 40, si ritorcerebbe contro tutte le coppie conviventi.
Io qui aspetto, e tengo gli occhi aperti. Voglio vedere come va a finire.
* Dalle statistiche di questo blog, risulta che questo post è stato a lungo uno dei più visitati in assoluto. Qualcosa vorrà dire.
Non si esce vivi.
Whether it was kissing or getting laid, it was hot to be a teenager in the Eighties.
Sarà.
Quelle citate sopra sono le ultime parole (famose) di uno speciale appena concluso sul sesso adolescenziale negli anni ‘80, filtrato attraverso la lente del cinema e della televisione americana. Le solite cose: John Hughes, Casa Keaton, Genitori in blue jeans, L’albero delle mele (che in originale si chiamava, non a caso, The Facts of Life), gli afternoon specials a base di gravidanze indesiderate e morali trite, i nerd, i porky’s, le tette, le insegnanti/mamme/babysitter che seducono gli allievi/amici dei figli/ragazzini troppo grandi per essere tenuti a bada, Michael Caine in un pre-American Beauty che mi era sfuggito, i baci alla fine dei film.
Aiutatemi, per favore. Fare sesso negli anni ‘80 non era poi questo granché, specialmente per chi non faceva sesso.
Io mi ricordo le solite cose, apparecchi per i denti e capelli sfibrati, vestiti orrendi, colori vomitevoli, gonne pantaloni, maglioni a pipistrello, il punk che arrivava dappertutto tranne che da noi, colletti tondi col pizzo, il Liceo Ginnasio Statale di Pordenone, grecoelatino, il paesello dove eravamo in venti e non si poteva limonare con nessuno senza che lo sapessero tutti e tutti chiacchierassero, sfottessero e rompessero le palle, il figo del paese che stava con la figa del paese, il secondo figo che stava con la seconda figa, e così via a digradare finché avanzavano solo i rimastini, troppo intristiti per accoppiarsi fra di loro, le amiche imboscate con i fidanzati dietro al Palazzetto e tu lì a fare da palo perché la mamma di te si fidava, cartoni animati il pomeriggio per vincere la noia e perché l’alternativa era starsene seduti nel cazzo di Bar Sport con gente che limonava e si dimenticava di rivolgerti la parola.
Sì, lo so, lo dico di continuo: ho avuto un’adolescenza di merda. C’è senz’altro chi conserva ricordi più piacevoli di quegli anni. Mi piacerebbe sentirmelo dire: gli anni ‘80 sono stati meravigliosi. Abbiamo scopato, o quantomeno limonato a manetta. Ce li siamo goduti. E le permanenti erano la cosa più bella del mondo.
Avanti. Forza. Osate.
Gli analfabeti del corpo
“Ma secondo te… ecco, te lo devo chiedere. Se io sono in un locale, con gli amici, e c’è un tavolo di ragazze che non conosco: posso andare lì a conoscerle?”
Non è mica una cosa da poco, il corteggiamento. In altri tempi trattavasi di attività socialmente regolamentata: le signorine si incontravano solo nei salotti, in cui bisognava essere ricevuti e adeguatamente presentati.
Poi sono successe delle cose (guerre, ingresso delle donne nel mondo del lavoro, rivoluzione sessuale: robetta), ed eccoci qua, un secolo dopo, con le donne a spasso per le strade, libere di scegliersi il partner e di avere con il suddetto relazioni a breve, medio o lungo termine. Le norme della seduzione, del corteggiamento e dell’accoppiamento sono cambiate, e se per le donne sono parecchio chiare, per alcuni uomini le regole di ingaggio sono tutto meno che chiare. Specialmente per chi proviene da culture in cui i rapporti e i contatti fra i sessi sono ancora sottoposti a un controllo molto stretto, tutta questa dovizia di femmine più o meno svestite è ubriacante: cosa vorranno dire quelle pance scoperte, quegli ettari di tette, quelle cosce che sforbiciano per le strade? E’ un segnale di via, un semaforo verde, un “avanti, c’è posto”?
Non sono problemi da prendere alla leggera. E non è nemmeno facile dare una risposta categorica, empirica. Bisogna documentarsi: ed è quello che ho fatto.
E questo è quello che ho trovato.
It’s “Miss Jane” to you
Una volta li ignoravo. Passavo col naso in aria e lo sguardo dritto davanti a me, bruciando segretamente di rabbia, e loro, con lo sguardo laido: “Abbellaaaaa” “Afataaaaa” “Anveeeeedi” e altre variazioni di esclamazione. Impuniti e spavaldi, mi facevano venire voglia di infilarmi un sacco in testa solo perché mi lasciassero in pace, loro e la loro arroganza che se una donna cammina per la strada da sola allora è un bersaglio mobile, una preda, forse una che gradirà le avance, oppure una che si imbarazzerà, meglio ancora, tanto è solo una femmina ed è una femmina sola, per giunta. Non ci sono uomini a proteggerla, da cui rischi di rimediare un cartone sul naso.
Una volta li ignoravo. Poi un giorno, all’improvviso, no.
Camminavo sotto casa per andare a fare la spesa, quando ho sentito il commento, pronunciato a mezza bocca da uno all’altro, stazionati ai due lati del marciapiede. “Anvedi la cavallona”.
Mi sono girata.
“Ma non avete proprio un cazzo da fare tutto il giorno, eh?”
Silenzio interdetto, poi la risposta imbarazzata.
“No.”
Mai più disturbata.
Non li ignoro più. Quando abbassano lo sguardo come se mi dovessero scansionare, dall’alto in basso e ritorno, mi fermo un attimo, ricambio l’occhiata e rispondo, secca: “Scusa, ti conosco? No, vero?”
Ci rimangono male. La striscia di bava che tenevano pronta per quando mi sarei allontanata, mostrando la schiena, viene precipitosamente ritirata. Alcuni reagiscono dopo un secondo, umiliati: “Ma che cazzo vuoi?”
Che cazzo vuoi tu. Mica sono io ad averti importunato per strada. Io me ne andavo per gli affari miei, a fare le mie cose. Mi avresti apostrofata allo stesso modo, se il mio fidanzato fosse stato con me?
Ti rendi conto di quanto sei merda, dentro?
Per un attimo forse sì. Non se lo aspettano, che tu reagisca. Che non apprezzi, o peggio, che gli ributti indietro la loro invadenza, che non ti lasci intimidire. Lasciarsi intimidire è il principio del burqa. Che qualcuno possa mancarti di rispetto, vedendoti sola, è il principio della segregazione. Averne paura, non reagire, è il principio della sottomissione.
Mandiamoli affanculo, in coro, tutte. Insieme a quelli che “se ti metti la minigonna e poi ti stuprano te la sei andata a cercare”, “se esci con uno e bevi troppo e quello se ne approfitta, è colpa tua che dovevi starci attenta”, “se esci da sola la sera e ti aggrediscono potevi stare a casa”: no. Non sono io. Sono loro. Sono quelli che ti mettono le mani addosso a dover comprendere dove inizia il limite. Non sei tu a dover cambiare, sono gli uomini a dover fare un bell’atto di dolore, imparare il rispetto, e perché no, anche l’educazione. A cominciare dalla strada sotto casa. Perché non è giusto che la nostra sia una vita di timore.
Passiamo molto del nostro tempo a farci grandi esami di coscienza, correggere le nostre rotte, cercare modi di essere più indipendenti, meno frivole, meno maligne con le altre, più attente. Ce lo diciamo le une con le altre, ci correggiamo, ci aiutiamo a crescere. E loro, che fanno? Li avete mai sentiti mettere in dubbio il sacrosanto diritto di importunare una ragazza che passeggia da sola? “Oh, ma io non lo faccio e non lo farei mai! Come ti permetti di generalizzare!” Magari no, magari tu no, educato lettore di sesso maschile. Ma qualche tuo amico, ci scommetto, lo fa. Qualche altro tuo amico magari va a puttane. Quell’altro, invece, non importuna le donne per strada e non va a puttane, ma in ufficio reagisce ad ogni alzata di testa della collega con uno sprezzante “Oh, ma hai le tue cose?” Germi di maschilismo: se passeggi da sola, che fastidio ti dà? Anzi, fai tutto questo casino e poi magari ti lusinga. E dai. Non fare la figa di legno. Forse dovresti scopare di più. Dai, che ti piace.
No, non mi piace, mi fa schifo. Non voglio complimenti luridi da gente che non toccherei nemmeno con una vanga, che non conosco, con cui non ho il minimo rapporto. Non mi interessa, non ne ho bisogno, la mia autostima non si nutre certo della rozzezza degli sconosciuti, né si misura nella quantità di occhiate che riesco ad attirare semplicemente passando per la strada. Scendi dalla pianta, Tarzan: qui sotto è iniziata la civiltà.
A/R
Ho ancora sonno. Un’andata e ritorno fra Roma e Bardonecchia nel giro di due giorni richiede una capacità molto elevata di auto-intrattenimento. Se non mi piacesse leggere, sarei impazzita dalla noia, su questa tratta lunghissima mal servita dagli Eurostar, che a Torino da Roma proprio non ci vanno.
Però ne è valsa la pena, di farmi questa gita nel microcosmo dei Giovani Scrittori Italiani. Un microcosmo a cui non appartengo, come non appartengo a quello degli Autori Televisivi, dei Conduttori o dei Giornalisti Musicali. Abituata a sentirmi fuori posto ovunque, osservo le dinamiche di ognuno di questi mondi con l’occhio dello straniero, e si fa presto a constatare che essi sono governati dalle stesse regole di interazione sociale. Tutti conoscono tutti, e tutti hanno un libro in libreria, in bozze o in fase di completamento con contratto già firmato all’altra estremità del rprocesso creativo. Nessuno, credo, ha passato l’ultimo anno e mezzo in uno studio televisivo sempre troppo freddo o troppo caldo, o gli ultimi dodici mesi a tenere insieme le fila di un programma gestito in quasi totale autarchia, ma questa non è una scusa. Non sono una di loro. Non ho letto i loro libri, non ricordo chi pubblica per chi, non chiamo Mozzi “Giulio” o Aldo Nove “Antonello”, non avevo un editore presente in sala a tifare per me, e l’amara verità è che dal 2004 non ho più terminato di scrivere niente. Anche se non è che non abbia cominciato. O che non abbia combattuto con la tentazione di spacciare per nuova della roba vecchia, o di cercarmi un editore per un premasticato di questo blog che non mi darebbe alcuna soddisfazione. E diciamolo, il racconto che ho sputato fuori in sei ore per partecipare alle selezioni faceva veramente schifo.
In più, ho potuto constatare (non senza sgomento) che un anno e mezzo di dirette, la conduzione di un programma mio e anche di spazi scritti da altri non mi hanno minimamente curato la paura del palcoscenico. Ho letto male, in fretta, mangiandomi le parole, vergognandomi e sperando che la tortura finisse presto per potermi sedere di nuovo. Fare il conduttore, lo capisco ora, non equivale ad esibirsi, ma a fare in modo che gli altri si esibiscano al meglio. Fare il conduttore significa rendere gli altri protagonisti, esercitare il dono dell’invisibilità, deflettere l’attenzione da se stessi agli ospiti.
Sono nata cantastorie, ma da anni le mie storie muoiono abbandonate, come neonati dentro i cassonetti. Ci sono molte ragioni per questo, non tutte facili da spiegare, o da affrontare. La gita a Bardonecchia, il torneo e il confronto con il gigantesco talento di alcuni dei miei coetanei - Michela Murgia in testa - ha riaperto la ferita che mi porto nell’anima. Mi sono arresa. Quando, tempo fa, qualcuno che lavora in una casa editrice a cui sono affezionata mi ha chiesto se scrivevo ancora, gli ho detto di no. Non era vero - scrivo ancora, seppur con enorme fatica, senso di colpa e terrore, e non più con il puro godimento di prima - e ho detto che non avevo tempo. Non mi ero ancora resa conto di come la questione del tempo fosse secondaria rispetto al vero problema, a quello che mi ha tolto uno dei più grandi piaceri della mia vita.
E tuttavia, Bardonecchia è stato un toccasana. A leggere quanto sopra sembra di no, ma non è detto che quello che ti ferisce finisca sempre per farti male. Mi sono divertita come una pazza, ci mancava veramente solo il pigiama party per completare la follia generale di viaggio in pullman, torneo, aperitivo con focaccia cipollata, torneo parte seconda, vittoria di Michela (strameritata: l’avevo votata anche io), confidenze notturne con le mie compagne di stanza (sempre Michela e Roberta Scotto Galletta) e colazione al bar con discussione a tema “Ma a chi fa il porno gay piacciono gli uomini?”, partecipanti Marco Rossari, Luca Berta e io. Luca Berta, davanti a una pila di crostatine, ha anche scherzato che sarebbero volentieri venuti a bussare alla nostra porta come al liceo, se avessero saputo dove diavolo era. Abbiamo anche scoperto che dormire con la coppia Ivano Bariani-Gabriele Dadati è come regredire ai sedici anni, dato che i due continuavano a chiacchierare. E mi asterrò dal rivelare quale dei Giovani Scrittori Italiani sia venuto a chiedermi consiglio su chi rimorchiare (ma tu sai che io so, marpione di un marpione!)
Gita scolastica, l’avevo detto io. Avremmo dovuto chiedere a Giulio Mozzi di fare lui il prof di italiano nei corridoi.
(Appena mi gira bene carico le foto su Flickr.)
Intervallo
Devo capire (spiegatemi bene perché) ogni volta che si parla di Sara Tommasi si finisca per tirare in ballo la famosa laurea in Economia conseguita alla Bocconi come prova inconfutabile del di lei talento.
L’ultima volta che ho controllato, la ragazza di mestiere faceva la donna in mutande su Raidue, a parte quando le mutande se le toglie per realizzare le foto necessarie all’obbligatorio calendario. Non riesco a vedere il nesso fra il titolo di studio e il “talento” esibito in queste attività. A meno che nel corso da lei frequentato non fossero previsti esami di Perizoma 1 e 2, Epilazione Avanzata, Capezzologia e Dinamica dello Scoscio.
Se un nesso ci fosse, potremmo aspettarci da un momento all’altro Padoa-Schioppa a torso nudo sulla copertina di Men’s Health.



