Mangio Nutella tutti i giorni, ma non mi piace il cioccolato
Lungi da me volermi fare i fatti sessuali degli altri. Gay, lesbica, bi, pansessuale, cosa vuoi che me ne freghi a me. O alla stragrande maggioranza degli italiani, per quello; tranne quando, con estrema sciocca malizia, la catena del gossip innesca uno di quei treni di “ma sarà o non sarà?” sul potente di turno, tanto per tenere alta la bandiera dell’omofobia.
Alla luce di tutto ciò, non capisco se mi faccia più ridere o arrabbiare (posto che me ne rimanga la forza) la dichiarazione (peraltro non richiesta) di Susanna Tamaro sulla sua “relazione amorosa senza sesso” con una donna, con la quale da diciotto anni condivide la vita. A parte richiedere subito un applauso per la compagna, che si suppone casta per tutto questo tempo, a meno che le due non si siano accordate su un rapporto di coppia aperta e allora che parlo a fare. Per il resto, la descrizione fornita dalla scrittrice del suo rapporto amoroso corrisponde perfettamente, fino nell’ultimo dei dettagli, alla descrizione vaticana della relazione omosessuale ideale: un affettuoso tenersi per mano, ma sempre vestiti e con le mani sopra le coperte. Altrimenti Gesù piange.
Saranno contenti, ancora una volta, i vertici della Chiesa di Roma. Magari fossi lesbica, sospira la vergine di ritorno Susanna, allora sì che la mia vita sarebbe completa. Sarà contenta la sua compagna, ancora una volta: anche lei, si presume, fidanzata con una donna da diciotto anni ma non lesbica, magari. Ma aggiunge, un po’ giustamente e un po’ furbescamente, di odiare le etichette, omosessuale, gay, lesbica, che noia. E su questo punto si può anche concordare, che noia le categorie sociali e che noia la visione manichea dei cattolici, mangiare bere uomo donna; e che noia anche questi coming out un po’ sì e un po’ no, un colpo al cerchio e uno alla botte del vino da messa. Chi se ne frega, che palle, che tristezza. Lasciate in pace i milioni di coppie omosessuali che tutti i giorni si scontrano con la realtà della loro convivenza, fatta di zero diritti, molte etichette, ostilità regolamentata e pretese di discrezione.
Larsen: “Aiaiaiaiiiii come sempre sei…”
Aggiornamento veloce veloce dell’ultima ora.
Questa sera a Larsen ci sarà Riccardo Sinigallia.
Chi?
Lui. Quello lì che stava con quel gruppo, produceva quello e quell’altro e poi è diventato un solista.
Presenterà il suo ultimo album, Incontri a metà strada. Suonerà e chiacchiererà allegramente.
Dove?
Come sempre: canale 809 di Sky, oppure digitale terrestre.
Per gli internauti:www.futuratv.rai.it, basta schiacciare il pulsantino “on air”.
Quando?
Questa sera, dalle 22 (circa), alle 23.
Per ingannare l’attesa:
Riccardo Sinigallia - La descrizione di un attimo.
Pinky and His Brain (favola triste)
C’era una volta Mignolo.
Non è che fosse solo o non avesse amici. OK, va bene, forse era un po’ solo. Solo abbastanza, comunque, per passare molto tempo davanti al PC a fare ricerche ossessive con le stesse chiavi. Sempre le stesse.
Mignolo non si chiamava Mignolo, ovviamente. Il soprannome lo tormentava dall’età di otto anni, precisamente dal giorno in cui suo cugino Carlo, detto “Carlone” per la stazza da gigante armonico (dieci anni, un metro e settanta, settanta chili di peso) gli aveva chiesto di fare a gara a chi ce l’aveva più grande.
Quello che Mignolo non sapeva era che Carlone, di recente entrato in una pubertà precoce, si stava allenando per diventare il campione mondiale di pugnetta nel calzino. Era in grado di avere erezioni in qualsiasi momento, a comando, con una naturalezza degna del miglior Siffredi.
Un confronto perso. Mignolo era spacciato. Nel giro di ventiquattro ore, tutti gli amici del campetto sapevano che lui ce l’aveva “Come un mignolo”.
Tanto rapidamente si appiccicano i soprannomi, e tanto più tenacemente rimangono appiccicati quanto sono sgradevoli.
Gli anni e i successivi traslochi della famiglia fecero sì che il soprannome si perdesse dietro a una curva, insieme all’ultimo degli amici del campetto. Mignolo si riprese il suo nome di battesimo, e anche la pubertà lo raggiunse, come aveva fatto con Carlone tanto tempo prima. Ma se Mignolo sei, Mignolo resterai, anche solo nel tuo cuore. Per tutta la durata della sua adolescenza anagrafica, ex-Mignolo non si unì mai ai riti di gruppo del confronto, e rimaneva in disparte ogni volta che qualcuno dei nuovi amici del campetto si presentava con una copia di Le Ore sottratta al Carlone di turno. A casa, aspettava che tutti fossero usciti per prendere le misure con la squadretta da 90°. A riposo, sull’attenti, dritto, perpendicolare: mignolo, mignolo, mignolo. Nessun risultato gli sembrava soddisfacente. E su Le Ore tutti ce l’avevano più grande del suo.
Altri anni passarono, Le Ore chiuse i battenti o comunque passò di moda. Ma nel frattempo, a casa di Mignolo era arrivata Internet, prima in forma di modem 56k, e poi di linea Adsl. Il PC del padre di Mignolo, commercialista, si riempì immediatamente di dialer: Mignolo aveva scoperto i siti porno. Anche lì tutti ce l’avevano più grande del suo, ma il terrore di rivelare le sue sottodimensioni ad una donna stava cominciando a paralizzare per sempre il suo sviluppo sessuale. Le pugnette nel calzino davanti al monitor, di notte, erano quantomeno un buon palliativo all’astinenza.
Vagheggiando impianti di silicone e penis pumps, barcamenandosi fra rarissime fidanzate e goffi approcci alcolici in discoteca, Mignolo arrivò a superare la ventina. Per allora, ormai studente universitario fuori sede con portatile, era diventato un professionista della ricerca su Google. “Trombare”, “Scopare”, “Me la dai?”: bastava inserire queste parole nel campo di ricerca per vedersi schiudere davanti un universo. Mignolo non era un complicato, non aveva gusti ricercati né grandi perversioni: le sue erano fantasie alla vaniglia, una missionaria era ancora sufficiente ad accendergli tutti i LED. Fu così che, girellando di sito in sito, Mignolo scoprì i blog.
Non aveva ben chiaro cosa fossero, ma sicuramente aveva capito cosa sembravano: pagine personali in cui centinaia di migliaia di anonimi riversavano i propri pensieri. E fra quelle centinaia di migliaia, una quantità impressionante erano donne. Donne che parlavano di se stesse. A volte parlavano anche di sesso.
Che Mignolo non fosse proprio un fulmine di guerra era chiaro a molti, a questo punto, tranne forse che allo stesso Mignolo. Cresciuto a pornografia e programmi del pomeriggio di Mediaset, Mignolo aveva delle donne una visione canalare, legata alla loro capacità di soddisfare o meno i suoi desideri, e fortemente condizionata dall’immaginario tette-e-culi che rappresentava il suo unico modello di riferimento. Mignolo davanti alle blogger era come Pizarro davanti agli Incas: incapace di comprenderne il linguaggio e la cultura, ricorreva al disprezzo.
A un post in cui si esaminava il nuovo costume degli italici uomini soli (categoria a cui Mignolo sentiva, a buon diritto, di appartenere) di approcciare sconosciute via Skype a scopo sessuale, lo sventurato rispondeva con tutta la veemenza contenuta nel suo povero spirito liofilizzato:
Ha ragione la ragazza …me la immagino grassa, che nun sa tromba nessuno! ok io ci vado in discoteca, ma tu alza il tuo culo xl da quella sedia, spegni il pc e fatti una cura dimagrante… poi forse qualche uomo solo lo avrai per sfogarti!
Non sapeva nulla della ragazza in questione, Mignolo. Capitava di là per caso, sulla scia di un “Me la dai?” Ma lei aveva, per quanto involontariamente, messo il dito in una ferita aperta. E continuava a mettercelo, rigirandolo come per estrarre una pallottola, quando parlava dei danni causati dalla pornografia all’immaginario maschile, e del grande inganno dello stantuffamento perenne. L’isolamento autoinflitto di Mignolo non poteva essere stato vano. Le donne volevano la trivella perforante. Lui lo sapeva! Lo aveva sempre saputo! Le Ore non poteva avere mentito!
La donna va posseduta, va trombata alla grande: é importante la durezza del pene, la lunghezza anche 15 cm va bene… poi dipende dalla stazza della ragazza …ma la ragazza non deve essere frigida, deve partecipare molto, deve farlo indurire lei, deve mettersi a pecora, deve lavorare pure di bocca…, anche con perizomi, stivali in pelle neri o bianchi… la fantasia conta. Solo cosi si evita il viagra a soli 35 anni. Donne salvate gli uomini e non pensate sempre al matrimonio - Fate le troie! …lo so che le sapete fare!
Così parlava Mignolo, da dietro lo schermo del suo portatile, prima di ritirarsi in bagno per la solita seduta di misurazione. Quindici centimetri. Come il giorno prima, come cinque anni prima, come dieci anni prima. Quindici. Troppo pochi, per lui. Ma se torna a nascere, Mignolo non sarà più Mignolo. Mignolo vuole la turbominchia.
Il superpisellone.
Il fagiolo magico.
Il cobra.
Il…
Larsen: sex and rock’n'roll
Le droghe no, perché Keith Richards dice che ormai sono troppo scadenti.
Martedì siamo ripartiti: poteva essere una puntata mesta e fiacca, ma a parte una certa genericità delle chiacchiere (colpa mia: scrivere copioni di notte non è mai stato il mio forte), gli ospiti hanno regnato, il gruppo ha spaccato e Ettore è diventato il re dell’OttoSpia, al punto che alla fine della puntata la regista voleva assumerlo in pianta stabile.
Stasera si alza la posta: cinque minuti in più, un pezzo in più, un collegamento in webcam in più (con lei), un gruppo che usa la parola “dildo” nel titolo del loro EP. Si parla di sesso e rock’n'roll, da Elvis in giù, con Fabrizio Galassi di Rockstar e Valentina Catalucci di Radio Città Futura.
Questo per stasera.
Gli altri appuntamenti prossimi venturi sono:
26 settembre - The Niro
28 settembre - Riccardo Sinigallia
3 ottobre - Valderrama 5
5 ottobre - Blume
10 ottobre - Shout
12 ottobre - Pecksniff
Se volete venire in studio a vedere la trasmissione dal vivo (e prendere il posto di Ettore al comando dell’OttoSpia, soprattutto quando Ettore avrà le mani occupate dal basso) dovete solo scrivere all’indirizzo di posta larsenextendedplay@gmail.com. Se siete già venuti la scorsa stagione siete i benvenuti anche in questa, ovviamente.
Come stai?
Bene, grazie.
La prima puntata della seconda stagione di Larsen doveva andare in onda giovedì.
Oggi, dietro minaccia di licenziamento e al grido di “lavora, così smaltisci quel culone!” mi è stato ingiunto di andare in onda domani.
Domani, quindi, vado in onda.
Sto scrivendo il copione. Al momento sto lavorando da esattamente quindici ore di fila, attacco di panico nell’ufficio del produttore esecutivo incluso. Ho la tachicardia e comincio a provare il lieve senso di esaltazione della stanchezza estrema. Il copione consta della bellezza di tre righe, l’equivalente di trenta secondi. Deve durare quarantacinque minuti, circa una ventina al netto di video ed esibizioni live. Metà della trasmissione somiglierà comunque a un programma radiofonico, dato che quello del culone ci ha intimato di usare il videofonino come ottava telecamera. Le immagini del videotelefonino somigliano molto a quello che normalmente noi vediamo nel momento più convulso di un incubo. Dovrete, pertanto, immaginare cosa succede; ma almeno vi risparmierete le mie borse sotto gli occhi. Non è poco e non è neanche un male.
Però.
Su Italia1 stanno trasmettendo My Name is Earl.
E questo, per oggi, sarà il mio chiarore nel buio.
Read my lips
Scriverò. Molto. Lentamente.
Cari uomini che ogni anno prendete le pilloline multicolori per simulare un convincente priapismo.
Forse avreste dovuto ascoltarci un po’. Forse dovreste cominciare a farlo adesso.
Finitela di pensare che il sesso sia quello dei film porno. Per favore. Fatelo per voi stessi e anche un pochino per noi.
Se voi scopaste tutti come Rocco Siffredi, credeteci: i nostri genitali avrebbero già preso fuoco.
E non in senso buono.
Posto che ci sia un senso buono.
La stragrande maggioranza delle donne non vuole essere trombata a stantuffo per ore. Ci annoiamo. Ci piace la varietà, la fantasia, la sorpresa, tutte cose che non si ottengono né con le pillole né tantomeno con l’erezione di quattro-sei ore che le suddette vi regalano. E tuttavia, anche mentre scrivo, mi arrivano messaggi di spam, che in inglese approssimativo annunciano: “She wants a better sex? All you need is here!” Ci credete, a questa storia delle pillolette. Poi finite tutti dal dottore, perché nonostante l’alzabandiera chimico la vostra vita sessuale non è migliorata per niente.
Fatela finita.
Lo diciamo per voi, ma anche un po’ per noi.
Il sesso non è quello dei film porno. Non è neanche quello dei film in generale, con la colonna sonora che emerge in ventate di violini e mareggiate di pianoforti mentre i protagonisti consumano il primo di (si presume) infiniti svenevoli cosmici amplessi.
Ascoltateci.
Usate la fantasia. Usate l’ingegno. Usate l’umorismo, perfino.
Basta con la favola della trivella petrolifera che le fa godere a cataratta.
Il porno lo avete inventato voi, a uso e consumo di una fantasia di potenza che ha poco a che vedere con il desiderio. Fatevi pure le pippette su Jenna e compagne, ma non pensate che noi siamo tutte come ci dipingete nelle vostre fantasie. E tantomeno che noi ci aspettiamo da voi le prestazioni ginniche di John Holmes.
Mollate le pillole e imparate il linguaggio del corpo. Adesso.
Believe it or not
Sto guardando Fahrenheit 9/11 con un occhio solo, ché tanto ho letto il libro, e comunque la retorica di Moore stucca rapidamente: i fatti sono quelli, e la satira non li rende più gravi. Però la sigla di Ralph Supermaxieroe (che era un canzonone, me ne accorgo adesso) sotto le immagini di Bush in tuta da aviatore è puro genio.
“Giulia… sei stata nominata”
Poi dicono minimo sforzo, massimo risultato. Per qualche ragione a me incomprensibile, visto lo stato di svacco totale che regna in questo blog da quel dì, qualcuno (più di qualcuno, credo) ha pensato di nominarmi ai Macchianera Awards. Blogger dell’anno, nientemeno, anche se non sono nominata in nessun’altra categoria e quindi suppongo che la mia nomina sia dovuta al fatto che so cucinare una pasta zucca e scamorza da paura.
Seriamente: mi fa piacere, anche se non penso di meritarmelo. Se decidete di votarmi, sarò contenta del vostro apprezzamento. Se decidete di votare uno qualsiasi degli altri, sono contenta lo stesso perché mi piacciono tutti (almeno, quelli che conosco), in alcuni casi anche personalmente.
Aggiornamento: mi hanno fatto notare che, per motivi destinati a rimanere inspiegabili, sono nominata come Miglior blog musicale. Per rispetto degli altri nominati, di chi se lo meritava molto ma molto più di me e anche alla luce del fatto che non credo di avere scritto più di tre post a tema musicale in tutto l’anno, per favore: non votatemi in quella categoria. Neanche se vi piace tantissimo la mia pasta zucca e scamorza.
Pa-Da-Nia
Si disintegra così la Lega Nord, forse senza rimedio. Mentre si aspetta lo scisma, metà dell’Italia (quella che non vuol bene, disse quello) si appresta a tirare un sospiro di sollievo per l’eliminazione dall’equazione nazionale di un fattore ben più che sgradevole e imbarazzante. Non si sa ancora se Bossi sarà in grado di tenere insieme tutto il carrozzone, ma sembra sempre più difficile e improbabile. Destino di tutti i particolarismi, quello di diventare sempre più particolari fino alla fissione atomica del Partito del Salotto di Casa Mia, che cerca il governo di coalizione al massimo con la Lega del Bagno e il Movimento Tinello del Vicino. Qualche milione di cialtroni attaccati con le unghie e con i denti alla “roba”, incapaci di vedere al di là del loro conto in banca e del corso d’acqua più vicino, quello che li separa dal resto del mondo anche adesso che con Internet è possibile essere in due posti contemporaneamente, o poco ci manca. Capaci di sostenere la globalizzazione di un milione di McDonald’s aperti ovunque per parcheggiare i giovani disoccupati del nordest, che come alternativa alla fabbrica funziona nella misura in cui la fabbrica, ormai, se n’è andata in Romania; e contemporaneamente di spingere il localismo fino all’eccesso dell’ora di dialetto istituzionalizzata nelle scuole. Quel dialetto che sessant’anni fa divideva il nord dal sud e impediva agli italiani di capirsi fra di loro. Gli italiani, quella gente che per loro, per i leghisti, non esiste o si concepisce solo dal corso d’acqua più grosso in giù. Gente da cui difendersi o a cui imporre modifiche costituzionali impossibili da sostenere, e quindi bocciate con larghissimo margine. Se tutto va bene, per l’Italia che non vuole bene almeno, fra poco sarà tutto finito: e i transfughi torneranno ai rispettivi partitelli Ligadiqua e Volksparteidilà, oppure andranno temporaneamente ad ingrossare le fila degli altri partiti della Cdl, nella speranza di riuscire a farsi eleggere a qualche carica nazionale. Ché Roma è ladrona solo finché non ti spalanca le porte e ti presenta un comodo cuscino rosso su cui posare i ciapp. Da lì in poi, liberi tutti.



