Giovedì gnocca
Le prime due arrivano con quaranta minuti di anticipo sull’appuntamento con il direttore. Si aspettavano una sala d’attesa, e invece si trovano davanti noi tutti ammucchiati intorno alle poche scrivanie disponibili, allungandoci i cavi di rete da un tavolo all’altro per collegare i portatili, dato che i PC presenti funzionano al 50%.
Sono bionde e graziose e simil-soubrette, sotto la trentina ma sopra la ventina, debitamente ossigenate e sottili, in jeans e maglietta aderenti. Vengono condotte in una stanza vuota dove le autrici senior tengono le riunioni.
Nei rari momenti di silenzio, le sentiamo ridere e chiacchierare.
Due dei miei colleghi si lanciano subito in apprezzamenti e pianificano uno scherzo, che culmina nel salutare Mario - arrivato, come sempre, pettinato dal casco, in braghette a righe, maglietta fantasia e giacchino giallo - “Direttore”. Mario non batte ciglio, ma le due bionde non ci sentono.
Verso le tre ne arrivano altre. Tutte - tutte - bionde e graziose e ossigenate jeans-e-maglietta. Arrivano anche un paio di ragazzi, più anonimi, sempre che essere bionda e graziosa e ossigenata e aspirante conduttrice Rai possa considerarsi originale, specialmente laddove tutte le tue colleghe sono esattamente come te fino all’ultimo dettaglio del tacco a spillo che spunta dall’orlo del pantalone.
Sono le nuove leve, quelle che vengono a sostituirci, almeno in parte, nella corvée quotidiana in video. Alcuni di noi rimangono, altri invece non sono stati richiamati. Ufficialmente, mi pare di capire, si tratterebbe solo di provinati che hanno superato i casting. Resta da vedere se tutti riusciranno a farsi affidare uno scampolo di conduzione, e quale sarà, eventualmente, il metodo di selezione. Visto che, a occhio, i responsabili del casting si sono presentati alle selezioni col Pantone e, forse, l’ordine di scremare dalla massa tutte le tinte di biondo che non corrispondessero a quella particolare sfumatura, il biondo-soubrette.
(Una legge la Bellucci che parla di orgoglio bruno contro il biondo imperante e obbligatorio nel mondo dello spettacolo, pensa “Che scemenza”. Poi però vede queste scene e un po’ ci ripensa.)
Questa la prima impressione. La seconda, condivisa con una collega, è “Prima stagione del Grande Fratello, seconda stagione del Grande Fratello”. Nella prima stagione, forse qualcuno se lo ricorda, nemmeno l’unica gnocca era poi tanto gnocca, essendo se non altro un po’ scarsina di tetta e ingenerosa di labbro. Nella seconda, invece, già arrivano le Mascia e le Eleonora (quella che adesso è di stanza nel corridoio che fa angolo col nostro), e vince il Flavio.
Alla fine il direttore arriva, mena due sberle a caso ai primi che incontra, e tutto il biondo viene risucchiato nel suo ufficio. Mi viene voglia di entrare e urlare “Beh, chi sarebbe quella che se ne intende di musica che mi avevano promesso? Eh?”
Ovviamente non lo faccio.
“‘nnamo?” Fa il mio collega, riattaccando il telefono, con un cenno verso la telecamera appoggiata a terra.
OK.
Al lavoro.
Cose molto belle
Si vede che la fantasia è finita, come il petrolio, o forse è diventata un bene superfluo. Si vede anche che Hubble ha fatto il suo tempo, perché si sta costruendo il suo successore, un telescopio gigante, il più grande del mondo, capace di andare a curiosare in galassie di cui non si conosce nemmeno l’esistenza e spiare le extraterrestri nude. E come lo chiamiamo, questo telescopione?
Non credo di volermi soffermare sugli infiniti brainstorming necessari per arrivare a un risultato così evocativo. E’ solo il segnale di un trend ormai affermato: c’è chi ha fatto un film su un aereo invaso dai serpenti, e lo ha chiamato Snakes on a Plane. Che uno va a vederselo, compra i popcorn, si siede e cosa si aspetta? Serpenti su un aeroplano. Cosa gli danno? Serpenti su un aeroplano. Fanculo il marketing.
Per la stessa cifra, le Manolo Blahnik invece che Manolo Blahnik si potrebbero chiamare “Scarpe Molto Fighe”, il Wonderbra “Reggiseno Bene Imbottito”, e le Polaroid “Macchine Fotografiche che ti Fanno Vedere Subito le Foto”.
Per dirla col Webmasta: “E’ come chiamare un film porno ‘Gente che scopa’.”
Facile, veloce, e indimenticabile.
L’unico problema è una questione di scala. Se il telescopio più grande del mondo si chiama Extremely Large Telescope (ELT), un telescopio ancora più grande dovrebbe chiamarsi Much Larger Telescope (MLT), la sua evoluzione successiva Ginormous Telescope That Is Actually Bigger Than The Other Two, Really! (GTTIABTTTR, perché la competizione è la madre del successo), e infine Fuck Off Big Fucking Telescope Thing That Even God Is Trying To Get A Restraining Order On (FOBTFTTTEGITTGAROO, un po’ lungo, ma proporzionato all’aggeggio che descrive).
Tutto è possibile.
Suggestione
Sarà il fatto di avere finalmente visto l’ultima puntata della seconda serie di Lost, o sarà quell’infiammazione alle ghiandole che da tre giorni non mi lascia in pace, ma ho un mal di testa atomico.
A qualcuno può servire
Un post di servizio
Venti giorni fa, misteriosamente, la connessione wireless del mio PC smette di funzionare. Problema di Libero? Può essere. Ma i problemi di Libero, in generale, si risolvono entro poche ore: venti giorni di stop sono un periodo di tempo improbabile per un malfunzionamento.
Il 155 decide di sostituire il nostro router. Male non può fare, visto che ce ne mandano uno nuovo e più bello. Il router arriva, lo installiamo, ma ancora niente wireless.
I parametri sono a posto. Da Gestione periferiche risulta che la scheda funziona (ettecredo: il notebook è nuovo di zecca). Presa dalla disperazione, vado sul sito Intel e ri-scarico i driver: tra non usarla perché non funziona e non usarla perché ho sbagliato driver, preferisco la seconda. E’ più facilmente rimediabile.
La nuova versione dei driver della mia scheda è munita di un simpatico cruscotto di manutenzione e gestione. Il notebook continua a non essere connesso in rete, ma il cruscotto mi intima di “Accenderla dall’interruttore hardware”.
E cosa cazzo è l’interruttore hardware, adesso?
Per un po’ mi trastullo con l’idea che si tratti di un modo creativo per nominare una funzione del pannello di gestione delle periferiche. Ritento l’installazione dei driver da lì. Riuscita. Ma ancora niente. Accendere dall’interruttore hardware.
Google.
Risulta che queste diavolerie di ultima generazione possiedono un interruttore che governa la scheda wireless. Un interruttore proprio, accendi-spegni. Nel mio (un Sony VAIO), si trova sul davanti, vicino al microfono che secondo il produttore neanche doveva esserci. Nero su nero, per cui col cavolo che lo vedevo. Devo averlo disattivato per sbaglio, tenendomi il notebook sulle ginocchia. Sai che è venuta l’ora di fare più addominali quando riesci a spegnere la scheda wireless del tuo computer con la pancia.
Le morali della favola sono due. La prima è: fate come le mamme di altri tempi. Rigirate il pargolo in tutti i versi, verificate ogni presa, ogni buco, ogni bottone, e consultate il manualetto per vedere cosa fanno.
La seconda è:
l’interruttore è sul davanti.
So ’90s
Diapositive delle vacanze, parte seconda.
Il nostro viaggio a Budapest ha coinciso con un evento. Un eventone: un lunghissimo, mastodontico, disordinatissimo e coloratissimo festival musicale, noto come Sziget. Sziget, in ungherese, vuol dire “isola”, ed è proprio su un’isola, quella di Obuda, che ogni anno si riversano folle di metallari, fricchettoni, indierocker (in percentuale non consistente) punk e fattoni da tutta Europa. Una Babele di lingue, colori, acconciature, stand di ogni tipo (”Cinque minuti col rabbino” vince su tutti, ma anche quello dei cappelli a forma di animale non scherzava; abbiamo scoperto poi che in uno era ospitato il concorso Miss Maglietta Bagnata, ma il festival era così gigantesco che ce lo siamo perso), cibi da ogni angolo del creato.
Il report di Emiliano, comprensivo di foto, è migliore di quanto potrei mai fare io in qualsiasi circostanza, per cui leggetevelo. Mi limito ad aggiungere alcune note a margine:
- Jake Shears degli Scissor Sisters deve essere stato uno di quei bambini che cantavano Wind Beneath My Wings davanti allo specchio usando la spazzola come microfono. Uno di quelli definiti “estrosi” dalle maestre. Lo show del suo gruppo (chiamarlo “concerto” sarebbe contemporaneamente riduttivo ed esagerato, dato che musicalmente le Sorelle Forbici sono quanto di più inconsistente esista sulla piazza) è un trionfo del suo sogno, e dietro il divertimento c’è anche un po’ di commozione. Vederlo sul palco con Ana Matronic mi ha confermato che dentro di me c’è un maschio gay che lotta per venire fuori.
- Cinque ragioni per cui non mi sono granché goduta i Gogol Bordello: 1. non pogo più da quando al Velvet, durante una canzone dei Verdena, un tizio è atterrato sul mio naso con tutta la spalla; 2. ODIO il crowdsurfing, specialmente quando il piede infangato di un tizio lercissimo mi colpisce a tradimento fra il collo e la spalla; 3. so che fa bene ai capelli, ma la doccia di birra mi fa schifo lo stesso; 4. i volumi alti sono cosa buona e giusta, ma due giorni di sordità sono un prezzo un po’ altino da pagare per un concerto; 5. un’ora va bene, un’ora e mezza va benino, ma due ore di punk balcanico mi sembrano troppe.
- I Radiohead sono meravigliosi. Lo dico anche perché non mi aspettavo che mi piacessero così tanto. Sono una di quelle che, da Kid A in poi, ha perso l’amore conservando l’ammirazione. Allo Sziget mi hanno aperto il cuore; non so cosa sarebbe successo se fossi stata più vicina al palco e fossi riuscita a sentire bene tutte le canzoni. Exit Music (for a Film) sentita come un’eco fra le chiacchiere dei metallari ha perso molto della sua quieta magnificenza.
- E’ stato, come dice anche Emiliano, un festival terribilmente nineties. La prospettiva di un revival anni ‘90 mi riempie di angoscia, per ragioni in parte anagrafiche e in parte estetiche. A Budapest il revival sembra essere già iniziato, a giudicare dalle folle radunate dai tristissimi Prodigy (due vocalist da discoteca su un background di pezzi tutti uguali) e dai bollitissimi Therapy?
- Le ragazzine gotiche non conoscono mezze misure: o sono mezze nude, o girano interamente coperte di velluto e pelle nera, con stivali al ginocchio e lunghe chiome corvine sulle spalle. Nei pomeriggi sotto il sole estivo, mi sono domandata come facessero a non collassare per il caldo.
- Per i primi cinque minuti del concerto di Iggy and the Stooges ti viene da ridere. Iggy ha cinquantanove anni, è una prugnetta secca con la pelle cascante e un inizio di pancia là dove prima c’erano solo muscoli tesi. Sculetta come un viado e ha in testa delle mèches che neanche Jennifer Aniston. Poi all’improvviso, il miracolo. La trasfigurazione. Iggy non è più vecchio, non è più nemmeno interamente umano. E’ un sacerdote invaso dal dio, e la sua esibizione è una liturgia, una celebrazione dionisiaca. Va visto almeno una volta nella vita per capire veramente, fino in fondo, l’essenza del rock’n'roll.
- Durante il concerto dei dEUS, Tom Barman (forse posseduto anche lui dal dio) inciampa, cade lungo disteso all’indietro sul palco, si rialza e si rimette a cantare senza mai smettere di suonare. Io voglio bene a Tom Barman. Davvero. Gli voglio bene da dieci anni, da quando si è fermato mezz’ora a chiacchierare con me su una panchina ad un festival di Jesolo, e gli ho raccontato di come l’apprendimento della sua lingua natale, per me, sia stato fonte di traumi infiniti. Al punto che, a sette e passa anni dalla laurea, non la comprendo e non la parlo più. Per niente.
- Non aiuta il fatto che il festival fosse pieno di olandesi e fiamminghi persi in un costante incomprensibile chiacchiericcio. Mia somma vergogna. Se torno a nascere, studio lo spagnolo.
- Il novanta per cento dei concerti dello Sziget è di un’inutilità stupefacente. Non esagero. Non andateci, quindi, per la musica; andateci con la gioia nel cuore, invece, se siete dei fricchettoni che possono vivere serenamente senza lavarsi o pisciare in un bagno pulito per sette giorni di fila. L’ultimo giorno, i cessi chimici puzzavano a dieci metri di distanza. Però era possibile farsi fare le treccine dalle ragazze africane, intraprendere la strada del t’ai-chi o dei fiori di Bach, imparare l’ungherese in 24 ore, convertirsi a una religione a caso e fumare tabacco fruttato dal narghilè.
- Evitare di entrare nei suddetti cessi per tutta la durata del festival non ha impedito che io tornassi a casa covando un gigantesco raffreddore. Ed è fra fiumi di muco nasale e mal di gola che chiudo questo ultimo (giuro) post a tema estivo.
Non c’è niente da ridere (intermezzo)
Pensate a tutte quelle povere Fabiani e Satta senza casa. Cosa faranno, ora, poverine? Siete senza cuore, ecco.
Köszönöm
Budapest non è pronta per l’euro. Grande, spaziosa e in buona parte bella da togliere il fiato (anche se il bel Danubio non è proprio blu, e certi quartieri di Buda non proprio attraenti), servita da una rete di mezzi pubblici efficientissima, maestosa senza essere soffocante, la capitale dell’Ungheria appare in tutto e per tutto moderna ed europea, posto che l’aggettivo possa significare qualcosa. Il suo ingresso nella moneta unica è programmato per il 2011, e questo dovrebbe dare agli ungheresi un po’ di tempo per attrezzarsi spiritualmente: perché allo stato attuale delle cose, l’Unione europea sembra essere un concetto alieno.
Un po’ li si capisce: guidati in guerra dai poeti, fino a cinquant’anni fa quasi sempre oppressi da questa o quella potenza, costretti a posporre di vari decenni il lutto per la morte di migliaia dei loro cittadini - incluso il Primo Ministro Nagy - nella rivolta contro il regime comunista sovietico. Indossano l’identità nazionale con fierezza, si celano dietro una lingua pressoché impenetrabile, una sorta di finlandese-misto-slavo che in dieci giorni abbiamo appena appena imparato a leggere (ma a che serviranno tutti quegli accenti?) e hanno verso i turisti un atteggiamento quasi di fastidio. O sei dentro o sei fuori: se non parli ungherese, sei decisamente fuori. Farsi capire, in inglese e meno che mai in italiano, è complicatissimo. Loro fingono di non comprendere, gesticolano e sparano raffiche di sillabe, e a volte ricorrono al tedesco. Non aiuta. Il raffronto con Roma, Venezia o Firenze fa affiorare una differenza fondamentale: cartelli e indicazioni sono in una lingua sola, praticamente ovunque. Voci incorporee pronunciano parole misteriose dagli altoparlanti nei mezzi di trasporto: potrebbero dirci che dobbiamo cambiare linea, che la fine del mondo è imminente o che viaggiare senza biglietto è punibile con duecento sferzate. Non lo sapremo mai.
Del resto, la necessità di comunicare in lingue diverse non è urgente. Le facce sulla metropolitana si somigliano più o meno tutte: c’è pochissima immigrazione, e le minoranze sono per la maggior parte autoctone. Chi arriva, si capisce, impara l’ungherese e mosca. O sei dentro o sei fuori, appunto.
Budapest ha tutto, di certe cose anche troppo: c’è un McDonald’s o un Burger King dietro ogni angolo, e il gyros - equivalente greco del kebab - sembra essere il fast food nazionale. Un altro genere, per così dire, di conforto che pare abbondare sono le prostitute e le entraineuse. Delle prime non abbiamo visto traccia in tutta la vacanza, nonostante ci fosse chi sosteneva che a Budapest “con ventisei euro te ne scopi tre”, come in una superpromozione all’ipermercato locale. Altre fonti hanno chiarito che il tre-per-uno del sesso mercenario è reperibile solo per i veri esperti. Per l’italiano medio, pollo, assatanato ed emotivamente disabile, il prezzo si aggira intorno all’equivalente di 400 euro. Va anche detto che nessuno di noi è entrato in una delle cosiddette “porno house” sparpagliate per Pest, o in un uno di quei centri massaggi dove per un piccolo extra la mano della masseuse va oltre la cintola. Se non cerchi, non trovi.
Le entraineuse sono più visibili. Coppie di ragazze vestite e truccate come per una normale passeggiata in centro, che camminano su e giù per la strada davanti ai locali. A volte sono loro a fermare i turisti; più spesso, però sono i turisti (frequentemente italiani, anzi: a fidarci del nostro campione statistico, tutti italiani) ad apostrofarle, sperando nel famoso tre-per-uno, o almeno in un altrettanto economico due-al-prezzo-di-uno. Le signorine esibiscono mezzi sorrisi, li guidano dentro un locale, e poi li abbandonano nelle mani di altre colleghe, oppure si occupano personalmente di farli bere a prezzi stratosferici. Alla fine della serata, loro (o le colleghe) prendono la stecca sulle consumazioni, e il pollo si trova alleggerito di qualche centinaio di euro in alcolici, senza aver concluso nulla. Postilla tecnica: per ubriacarsi a Budapest ci vogliono pazienza e portafogli, dato che per legge i superalcolici sono serviti con un misurino in quantità molto modeste. Se siete così fessi da farvi adescare da una di queste PR, sappiate che annegare la delusione nella palinka vi costerà un bel po’.
Ben più soddisfacente, sotto tutti i punti di vista, è la visita alle terme locali. Quasi tutti vanno allo stabilimento Gellért (si trova in Szt Gellért ter), collocato all’interno di un immenso e splendido albergo in stile Art Nouveau. I prezzi scritti sulla tabella posta nella lobby non hanno niente a che vedere con quelli effettivi, per cui lasciate perdere e chiedete alla cassa. Per circa dieci euro a persona si possono trascorrere ore e ore dentro le piscine di acqua calda, stufarsi a puntino nel bagno turco e (per un extra) farsi fare anche un massaggio. Si esce con la pelle distesa e rosea di un infante e l’animo alleggerito dai mali del mondo. Un consiglio: se non vi piace stare soli, andateci con amici e amiche del vostro sesso, perché buona parte delle vasche e i bagni turchi sono separati, in rigido stile teresiano. Dalla parte delle donne, è possibile ammirare nudità in vario grado di stagionatura, dal molto giovane e antigravitazionale al molto anziano e afflosciato. Tutte possiedono una loro poetica bellezza, quella del corpo contento.
Per il resto del tempo, si può sempre mangiare. Il gulyas (piatto nazionale: altrove lo scrivono goulash o gulash, ma sempre quello è) rimane un grande favorito del turista. E’ proprio nella gastronomia che si vede più forte l’impronta dell’impero Austro-Ungarico che collega l’Ungheria agli altri territori sotto il dominio di Maria Teresa: a Trieste come a Budapest, il gulash si serve con gli gnocchi, e lo strudel impera. I prezzi sono ancora contenuti: con l’equivalente di venti euro (circa cinquemila fiorini) si mangia da star male, anche perché le porzioni sono roba da orchi.
Budapest non è pronta per l’euro, e in queste condizioni non se la passa male. I turisti arrivano, anche se per comunicare devono attingere al repertorio di Marcel Marceau, dribblare i tentativi di frode dei tassisti (concordate il prezzo della corsa prima di salire, sempre!), lottare per farsi dare i resti da negozianti usi a fare la cresta su tutto, affrontare la sgarberia congenita di chiunque sopra i quarant’anni (i giovani sembrano più disponibili e qua e là si fanno scappare un sorriso), e trovare ostelli dove i bagni non puzzino inesorabilmente di cesso chimico, se non peggio.
Ma arriverà anche l’euro, e tutto, o quantomeno molto, cambierà.
Quella del titolo, per inciso, è una delle poche parole che siamo riusciti ad imparare. Significa “grazie”.
Oplà
Sono tornata.
Prima di sfornarvi l’equivalente delle diapositive delle vacanze, vi avverto di un piccolo cambiamento avvenuto nel sistema di pubblicazione dei commenti. Data la quantità di spam che sta invadendo questo povero posticino, ho attivato un’opzione che permette di commentare solo a chi ha un commento approvato in precedenza. Funziona così: voi commentate, se siete già stati qui e avete lasciato tracce, il commento viene pubblicato; se invece siete nuovi, il commento va in moderazione finché io non lo approvo (generalmente ci vuole molto poco), e da quel momento siete liberi. Per cui, non ripostate i commenti quattro volte: arrivano. Quando arrivano, ci penso io a pubblicarli. Va da sé che gli insulti gratuiti e la pubblicità non passano, per cui non sprecate del tempo. Usate i ditini belli per andarvene da un’altra parte, il ciberspazio è grande e voi vivrete comunque anche senza avere sfogato la vostra piccola frustrazione.
Proviamo così, vediamo se va.
A presto per il resto.
L’italiana media se ne va
Avrei potuto parlare dell’interessantissimo articolo che ho trovato sulla frangia dissidente della Chiesa Cattolica che sta ordinando un battaglione di donne prete, guardando con serenità alla probabile scomunica da parte dei vertici. Avrei potuto pontificare su come Corriere.it si sia riferito al marito di Elton John come a “il ‘lui’ di Elton John”, almeno in homepage (nell’articolo, invece, fa a meno della balorda pruderie).
Non farò nessuna delle due cose. Uno perché comincia a fare troppo caldo anche per me. E due, perché sono stanca e ho bisogno di andarmene in vacanza: fisicamente, mentalmente, anche dal blog. Starò via un po’ di giorni, non ve ne accorgerete neanche: si spera che siate in vacanza anche voi. Divertitevi. Riposatevi. Ci vediamo fra una quindicina di giorni, più o meno.



