Saitenereunsegreto?

L’origine della specie

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 29-06-06 alle 10:21

In un certo senso, non ho neanche un anno e mezzo.

Sono in visita a casa dei miei genitori, e la loro vicinanza somiglia moltissimo ad un’esperienza fuori dal corpo. Li guardo come da lontano, e rivedo in loro i pezzi di cui sono composta io stessa. I difetti, in prevalenza, ché la maggior parte dei pregi sono lì un po’ per coincidenza astrale e un po’ per una forma di “nonostante tutto”. Mia madre ha paura del silenzio. Il silenzio, nella mia famiglia, è sintomo di rabbia o quantomeno rabbuiamento, e lei parla parla parla come una specie di commento costante, legge le insegne, legge i cartelli, si distrae mentre le parli, ha paura del silenzio e allo stesso tempo non è capace di prestarti attenzione molto a lungo, non so se questa cosa l’ho ereditata, spero di no. Ma la paura del silenzio sì, quella sì. Non il silenzio in assoluto, ovviamente, solo quello delle persone intorno a me. Lei dorme con il televisore acceso.

Mio padre si innervosisce facilmente e scarica il nervosismo sul primo bersaglio disponibile. La sua soglia di frustrazione è parecchio più bassa della mia, forse la caratteristica si è diluita con la pazienza di mia madre, donna capace di smontare pezzo per pezzo un frullatore da quattro soldi, sostituire l’infinitesimale pezzettino di plastica che ne impedisce il funzionamento, e rimontarlo alla perfezione. Però la frustrazione me l’ha trasmessa, papà, e vedendo lui ci faccio caso, e forse, la prossima volta che mi capita di non trovare qualcosa o non riesco a farmi capire, in una frazione di secondo penserò che non devo imitarlo, e prenderò un paio di respiri in più.

Entrambi soffrono di una forma strisciante di ansia continua, che si rimbalzano a vicenda e amplificano fino a livelli intollerabili. E’ sempre troppo tardi, tutto troppo costoso, e se e se e se, non hanno mai preso un aereo perché lui ha paura neanche che cada, ha paura di avere paura in caso di vuoto d’aria. Lei corre di continuo. Decidono il menu del pranzo con tre pranzi d’anticipo, e guai a non sapere che cosa si vuole mangiare. Mi irrito, alzo le spalle, non lo do a vedere, dico “Quello che c’è”, non è mai una risposta soddisfacente. Poi vado a casa e alle nove di mattina chiedo al socio che cosa vuole mangiare a mezzogiorno. Il socio, col fiato di caffellatte e sonno, risponde “Ma ci vogliamo pensare a mezzogiorno?” e io mi trovo a ripetere le stesse frasi di mio padre, se vuoi carne scongelo la carne, se no faccio una pasta, dimmi! Ma poi ci penso, o comunque ci penserò. Quanti gesti si replicano senza saperlo. Quanto è pervasiva la spinta alla perpetuazione. Io sono mia madre e mio padre, o meglio, lo ero finché non ho cominciato a staccarmi da loro, pezzo dopo pezzo, scorticandomi dove mancava la pelle. E non ho ancora finito.

Ho solo un anno e mezzo, dopotutto.

Ce l’avevano duro

inserito in Target du jour da Giulia il 28-06-06 alle 12:53

Stupisce un po’, a due giorni di distanza dalla vittoria del “no” al referendum confermativo sulle modifiche alla Costituzione, l’assenza di commenti, ma anche solo di “pereppeppè gne gne gne”, sulla maggioranza dei blog che abitualmente leggo* e che affrontano argomenti di carattere politico in vari gradi di approfondimento. Macchianera, zero. Wittgenstein, zero. Ciccsoft, tre righe. Al momento ne parla solo Leonardo sul blog di Grazia, in un post che sembra una puntata dei Simpson (inizia in un modo e finisce in un altro ed è geniale, come tutti i post di Leonardo, del resto).

Non che ci sia moltissimo da aggiungere a quanto già affermato dai commentatori politici sul colpo accusato dalla Lega Nord, che con questo fallimento vede archiviata la sua mission aziendale. Un decennio e passa di comizi al grido di “Roma ladrona” e “ce l’abbiamo duro” hanno privato il movimento leghista della prospettiva necessaria a stabilire le probabilità di successo. Succede, quando tutti i comizi si tengono in terra di Padania, fra gente che sventola bandiere verdi e crede nella propria discendenza da un’inesistente stirpe celtica, si incontra sulle rive del Po per celebrare riti pagani, canta Va’ pensiero come gli schiavi del Nabucco, e via balordeggiando. Succede, se non si esce mai da quella che si ritiene (non a torto) essere la propria comunità di riferimento per confrontarsi con il resto del paese a cui si va a proporre una riforma che affonda le radici in una per nulla celata intolleranza e nel relativo senso di attaccamento alla “robba”. Se passi dieci anni a sputare fiele sui “meridionali”, non puoi aspettarti che i suddetti ti applaudano o capiscano le supposte “motivazioni” della tua “devolution”, o i vantaggi che potrebbe loro procurare. Perché non sei andato a spiegarli anche a loro, invece di passare il tuo tempo a sbruffoneggiare e tuonare dalle piazze del varesotto?

Non sono sicura che dietro a questo “no” pressoché corale ci sia un’enorme presa di coscienza degli italiani. Prima di tutto perché era dura capirci qualcosa, e in secondo luogo la sensazione è che ognuno dei “no” sia andato a colpire parti diverse della riforma. I più informati si saranno allarmati davanti alla possibilità di una forma di governo all’americana, con un Presidente del Consiglio onnipotente e un Presidente della Repubblica messo lì a fare rappresentanza. Altri saranno stati scettici sulla frammentazione della gestione economica e culturale. Un bel po’ avranno votato per una forma di sfiducia nei confronti dei proponenti la legge. E infine, abbiamo fatto la battuta ma tanto battuta non era, avrà sicuramente pesato il parere di Ciampi, finalmente svincolato dagli obblighi istituzionali che lo costringevano a rimanere sopra le parti. E sicuramente anche lo scarso rispetto dimostrato nei suoi confronti dai proponenti la legge, che gli hanno praticamente dato del vecchio rincoglionito.

Forse non se ne parla proprio perché non importa: abbiamo ben chiari i motivi del nostro “no”, esattamente come chi ha votato “sì” aveva ben chiari i motivi del proprio voto. Ma neanche un pereppeppè? Neanche un pereppeppè bello lungo, argomentato e solido? Ne avremmo ben donde. Forse è stato davvero detto tutto. Forse ci è bastata la mortificazione degli ex celoduristi, ora tristemente barzotti. O forse, prima che potessimo esultare, un uomo buono si è lanciato da un abbaino, e di pereppeppè ci è un po’ passata la voglia.

*Va da sé che non leggo abitualmente blog in cui il commento possa essere “Maledetti terroni” o anche un più garbato ma ugualmente ottuso “L’Italia non ha capito”.

“Hi angels” “Hi Aaron!”

inserito in Spot da Giulia il 27-06-06 alle 06:43

Aaron Spelling se n’è andato. Aveva ottantatre anni, era padre della bovina ma a suo modo irresistibile Tori, ma soprattutto è stato il produttore di (in ordine sparsissimo): Charlie’s Angels, la saga di Dynasty, Love Boat (mare profumo di mare/con l’amore io voglio giocare), Cuore e batticuore, Starsky e Hutch, Beverly Hills 90210, Melrose Place (in assoluto la serie più simile a Dynasty mai trasmessa, e pertanto gravemente sottovalutata) e una quantità di altra roba più o meno buona. Ah, e poi Settimo Cielo, ovviamente. Anche mio nonno, invecchiando, ha cominciato a cercare di redimersi.

Per salutarlo e accompagnarlo nel suo viaggio, le splendide Heather e Jessica di Go Fug Yourself gli hanno dedicato una mini-retrospettiva sui crimini contro la moda commessi in alcune delle serie sopra elencate. Potremmo rimproverare loro l’omissione dell’intero cast di Love Boat (le braghette del dottore!), ma il post su Joan Collins/Alexis merita davvero.

Ciao Umberto, scrivi ogni tanto

inserito in Spot da Giulia il 26-06-06 alle 07:39

… per la vittoria del “no”, dite che dobbiamo ringraziare Ciampi, o Ruini?

Non fa niente. Andiamo tutti a dare una mano a Bossi col trasloco, via.

E’ chic e non impegna

inserito in Target du jour da Giulia il 25-06-06 alle 01:03

Leggo spesso, quasi quotidianamente, il blog di Grazia. Ci scrivono molte donne che stimo, anche se in un non lontano passato ho avuto a rimarcare un certo disimpegno (del genere: alla vigilia delle elezioni politiche più tese che io ricordi, viene pubblicato un post che parla di abiti di chiffon. O di spalline. O di pois. Oh, vabbè, il concetto è quello). Alle mie rimostranze le ragazze e Marco rispondono con una pacata apertura, e per quanto da quel punto in poi il blog non sia diventato la centrale di Rifondazione Femminista, qualcosa mi è sembrato diverso. Si è parlato (oltre che di spalline, tacchi, pois e magrezza) anche di PACS e di altri argomenti che riguardano la società in generale. Niente che facesse gridare al miracolo, ma non di solo Manolo e paranoie amorose vive la donna.

Ieri Violetta ha pubblicato un breve post di richiamo al Referendum Costituzionale in corso, tralasciando però di inserire un link al sito di propaganda per il “sì”. Immediate le proteste: nei commenti è subito comparso il link al sito suddetto, con un piccato richiamo alla par condicio. Argomento che a me fa immediatamente alzare la pressione, ma del resto, se il mio fidanzato mi ha ribattezzata “il Begbie della blogosfera”, un motivo ci sarà.

Dalla mini-bagarre scaturisce il seguente commento, che riporto nella sua interezza, firmato da madisonav. Il grassetto è mio.

LaGiulia, non ti sei accorta che nel frattempo non stai più all’opposizione? E che “il proprietario di 3 delle principali 7 reti nazionali” (una volta ne possedeva 6, quando era al governo) … non è più una frase tanto figa?
E che la “par condicio” nel frattempo si è data una rinfrescata?
Dai, riserva la tua digressione barricadiera per altri lidi.
Mi sembra che qui si parli di moda, di coolness.

Tranqui, ora le barricadiere sono out.
A meno che non siano antigovernative.

E’ esattamente a questo punto che capisco fino in fondo il motivo del taglio dato al blog di Grazia. Un blog dichiaratamente legato a un prodotto editoriale, di cui mira ad essere contemporaneamente appendice e strumento promozionale. Il disimpegno è una necessità contingente: a quanto pare, le signorine moderne non gradiscono essere disturbate mentre riflettono su quale tipo di scarpa abbinare a quale abito per la prossima soirée, o speculano su quanti giorni sia giusto aspettare prima di richiamare un potenziale partner. Leggi talebane sulla procreazione medicalmente assistita? Elezioni politiche? PACS? Scarsa rappresentanza delle donne in Parlamento, a dispetto del crescente numero di laureate in Italia? Oddio, che noia. Dacci oggi la nostra gonna a ruota quotidiana e rimetti a noi gli affari della comunità in cui viviamo. Risparmiateci il dibattito, ché scegliere il colore del nostro guardaroba per la stagione in corso occupa neuroni.

Si fa un gran parlare di quote rosa, dando per scontato che le donne moderne siano mediamente in gamba, spesso molto più dei loro pari di sesso maschile che tuttavia detengono la maggioranza dei posti di potere. Anche nel governo Prodi, le (poche) signore ministro ricoprono incarichi di secondo piano, tutti o quasi legati in maniera più o meno diretta a quella che si ritiene essere la sfera di influenza della cultura muliebre. Sono gli uomini a gestire la grana e a far marciare la macchina del potere. E allora l’obbligo di una quota di rappresentanza femminile si configura come un male necessario, come l’intervento della mamma quando il bullismo a scuola raggiunge livelli intollerabili. Hai un bel dire al ragazzino che si deve difendere da solo, ma se quelli sono tanti e grossi e spadroneggiano sulla scuola un provvedimento si rende indispensabile.

Il problema è che forse sono le donne stesse a non volersi occupare di quello che le riguarda direttamente. Chiacchierare pigramente di scarpe è tanto più chic che interessarsi (anche solo vagamente) a quello che succede al paese dove vivono. Al punto che, se l’argomento fa capolino nel loro paradiso di moda e coolness, oppongono subito un’annoiata resistenza. Le quote rosa dovrebbero servire a facilitare l’ingresso in politica di gente capace e determinata, non a permettere alle fashion victim di andare a limarsi le unghie in Parlamento. Se questo deve essere il livello intellettivo e di impegno delle donne, allora ce lo meritiamo, il Parlamento Bar Sport.

Avanti tutta (ma non da quella parte)

inserito in Spot da Giulia il 23-06-06 alle 03:06

Domenica e lunedì si vota sulle modifiche alla Costituzione della Repubblica Italiana. Questo forse lo sapete, nonostante il mutismo a tappeto che ha caratterizzato i media nazionali sulla questione, ivi compresi i cosiddetti “programmi di informazione”. Fossi sospettosa e cinica quanto basta, direi che il velo steso sugli effettivi contenuti di questa riforma (e sui pericoli che essa cela, aggiungerei; sempre se fossi sospettosa e cinica) ha molto a che vedere con la necessità di tenere gli elettori al di sotto della soglia di coscienza. Spiegare per filo e per segno in cosa consista la “devolution” significherebbe aprire la possibilità di un dubbio. Meglio piuttosto occupare più spazio possibile con storie di fellatio sotto le scrivanie ed ex regnanti decaduti invischiati in affari loschi. E il referendum, oh, dai, votate “sì” per il progresso, cazzo volete da noi. Oppure (peggio ancora) votate “no” perché la Costituzione è giovane è bella e questa legge l’ha fatta Calderoli schifo puzza cacca via.

Sì, va bene, Calderoli è lo stesso che prima ha firmato la legge elettorale e poi ha detto “E’ una porcata”. Già questa sarebbe una ragione sufficiente a mettere una croce sul “no”, e ripartire da zero: l’iter per modificare la Costituzione è lungo, ed eventuali altre “porcate” non sarebbero reversibili che in tempi molto lunghi.

Le ragioni del “no”, per quanto mi riguarda, sono molte e variegate, e vanno dall’ideologico (l’Italia è già una micro-comunità all’interno di una comunità più grande, l’Europa; frammentarla, economicamente e socialmente, mi pare profondamente sbagliato e contrario allo spirito dell’unità che tiene insieme calabresi e lombardi dal 1861) al pratico. La devolution, così com’è, fornisce alle regioni una falsa autonomia (il Parlamento può comunque porre il veto alle leggi che ritiene lesive dell’interesse nazionale), amplierebbe a dismisura il divario fra nord e sud del paese, e crea un pericoloso vuoto dello Stato nelle regioni più colpite dalla macrocriminalità. Il vero, enorme ostacolo allo sviluppo del sud.

Non saprei argomentare niente di convincente per il “sì”, ma del resto mi limito ad esporre un’opinione. L’informazione la lascio volentieri a chi la fa di mestiere. Qui trovate le informazioni sulle modalità di voto, e qui un po’ di ragioni per votare “no”. Qui, in particolare, delle schede che illustrano le variazioni in programma.

E ricordatevi, anche se andate al mare come ha raccomandato Ruini l’altra volta, che il quorum non serve; ma a Milano non c’è il mare. Just say no.

(Aggiornamento: ringrazio, con colpevole ritardo, Violetta per la consulenza. Ho fatto il post di corsa prima di partire, e ho dimenticato di riconoscerle il credito per il lavoro che ha fatto per conto mio.)

Hairdon’t

inserito in La gente vuole il go' da Giulia il 22-06-06 alle 05:17

Sarà che in campo, bene o male, devono andarci tutti vestiti uguali, e forse gli prende la sindrome della divisa scolastica; ma non potendo tirare su gli orli delle gonne o slacciare la cravatta, non sono pochi i calciatori che, per distinguersi in campo, decidono di affidarsi al proprio parrucchiere. La nazionalità non conta: in ogni squadra ce n’è almeno uno pettinato come un pirla, con una capigliatura che è tutto meno che funzionale alla bisogna. Anche perché diciamocelo, dopo mezz’ora di corsa su un campo qualsiasi acconciatura diversa dalla rasatura a zero o simili si smonta e penzola tristemente negli occhi dell’atleta, gocciolando sudore e raccattando moccio. L’accorgimento della fascetta nera, popolarizzato da Nesta che a sua volta lo aveva ripreso da Caniggia, fa schifo.

Di alcuni giocatori si apprezza altresì il pentimento tardivo: avrà pure fatto volare il parrucchiere fino in Germania, per un lavoro che poteva tranquillamente essere portato a termine da Ringhio Gattuso con una macchinetta tosacani, ma va detto che a Totti il taglio a zerbino sta parecchio bene. Il capello lungo e sudato sul muscolo ipertrofico fa tanto pop starlet anni ‘90 o calendario soft-porn gay, ditelo anche a Ringhio, per il quale - tra capelli e pizzetto e quella sciagurata pubblicità delle mutande - urge un serio momento di autocritica.

Chi non opta per il capello lungo spesso si butta su una variante qualsiasi del mohicano (a pulcino bagnato, a pulcino bagnato con nuca lunghetta, a pulcino ossigenato con ricrescita), o sui dreadlocks, che diciamolo, hanno rotto le palle da quel dì. Nessuno, mi pare, ha riprodotto le treccine di Gullit, ma non avendo Sky né la minima intenzione di vedermi tutte le partite al solo scopo di rintracciare le pettinature più idiote, potrei anche sbagliarmi; eventuali segnalazioni sono bene accette.

(”Come si chiama quello della Repubblica Ceca appena espulso?” “Non lo so.”)

La Forbice d’Oro di quest’anno se la prende a buon diritto Camoranesi, che la spunta su tutti con un codino un po’ ninja, un po’ puledro e tutto tamarro ottenuto tramite evidentissime extension di vero capello indiano. Ogni movimento che compie in campo viene sottolineato da una sventagliata di chioma al vento, inclusi i rotolamenti a terra in caso di fallo. Non è un bel vedere, e soprattutto: voi uscireste mai con uno che ha dei capelli più lucenti, spessi, pareggiati, curati e voluminosi dei vostri?

(”No, a meno che non sia un giocatore della Nazionale” - un milione di aspiranti Veline.)

Il grande colpevole dell’epidemia di hairdo balordi, comunque, rimane sempre e solo David Beckham, quello che quando tutti avevano i capelli corti in tinta unita lui aveva le mèches, quando tutti avevano le mèches lui aveva le treccine, quando tutti si sono fatti le treccine lui aveva il mohicano, e alla fine si è rasato tutto ed è rimasto uomo solo al comando della sua zucca, imitato solo dai poveri sventurati già in odor di stempiatura (fate ciao, Cannavaro, Zidane e Henry).

Here’s to you, Karl-Heinz Rummenigge.

Eh sì

inserito in Sono fatti miei, Bric à brac da Giulia il 21-06-06 alle 05:57

Non c’entra il fatto che questo test mi abbia detto, più o meno, che sono molto donno, o molto uoma, non ho capito bene. Tant’è che nella sezione del test in cui dovevo ruotare mentalmente delle forme tridimensionali ne ho azzeccate 11 su 12, ma sospetto sia il sottoprodotto di anni passati a giocare a Tetris. Comunque, pochi minuti fa ha avuto luogo il seguente scambio di conversazione.

Lui (con tono esasperato tipo “Ma finitela”): “Seal e Heidi Klum aspettano il terzo figlio!”
Io: “Bello!”

Penso, ma guarda che teneri questi due che fanno un bambino dietro l’altro e dico “Bello!” Dico “Bello!” e subito penso che lei di bambini ne ha già avuti due e insomma, forse questa è la volta buona che ingrassa.

E una frazione di secondo mi basta per capire che nonostante l’avversione per la magrezza obbligatoria, l’antipatia per il fascismo del corpo, la (relativa) riappacificazione con le mie cicce, la passione per la cucina non proprio dietetica e il sacro furore di cui m’accendo ogni volta che un femminile qualsiasi pubblica un articolo-inchiesta-verità-confessionale sui problemi alimentari delle modelle di grido e dieci pagine più giù un servizio di moda che utilizza un’adolescente taglia 36, alla fine sono proprio una stronza tale e quale a tutte le altre.

Non si muove una troja che il Re non voja

inserito in Target du jour, Triste mondo malato da Giulia il 18-06-06 alle 10:26

In realtà me ne frega veramente poco di scoprire se Vittorio Emanuele di Savoia sia o meno coinvolto in un giro di sfruttamento della prostituzione. Può essere, o può non essere, la cosa non mi tocca più di tanto. Un altro tizio con troppi soldi, affetto da un complesso di gigantismo dell’ego che gli fa pensare di essere intoccabile, al di là della sostanza o meno delle accuse. Ripeto, me ne frega veramente poco, se non per quella nebbiolina di schadenfreude che aleggia sempre intorno agli arresti dei ricchi, arroganti e privilegiati.

Quello che mi sembra interessante è come in due giorni si sia appena cominciato a grattare la superficie dell’immenso sistema di mignottaggio che presiede allo spostamento verso l’alto o verso il basso della stragrande maggioranza delle divette TV impiegate presso la pubblica azienda. Si fa ma non si dice, e si fa con una facilità sconcertante, almeno a giudicare dagli episodi che perfino io - la Vispa Teresa di Saxa Rubra - mi sono sentita riferire neanche tanto a mezza voce. Non che il pettegolezzo costituisca elemento probante, sia chiaro. Ma quando la stessa storia ti viene riportata nei medesimi termini da più parti, e più ci aggiungi pezzi più ti convinci che, anche asciugandola e privandola degli orpelli più pittoreschi, non è priva di qualsivoglia sostanza, allora capisci che non è una, non è due, sono tante quelle che si uniscono allegramente alle schiere del collocamento della figa.

Non tutte, ma tante. Perché? Per due ragioni. La prima, primissima, è che il sistema funziona. I dirigenti maschi abbondano. Le soubrette di belle speranze anche. Le prestazioni sessuali fungono da acceleratore nella scalata alla vetta, e la velocità, per una donna la cui arma principale è la bellezza, è la chiave di tutto. A fare tutti i gradini si rischia di arrivare vicine alla cima quando ormai la faccia è caduta. Un paio di scopate ben piazzate, e via che si sfreccia verso la meta.

La seconda, e non meno importante, è che il talento per una donna raramente paga. Comunque non nell’immediato, e del resto la marcia verso un ruolo di prestigio può diventare molto frustrante, con tutte queste signorine dalla sottana facile che ti schizzano via accanto a cavallo di un caval per non dire di peggio. Il messaggio, reiterato e martellato nel subconscio delle femmine nazionali senza che nessuno si sogni di contraddirlo, è il seguente: Con il sesso si va dappertutto. Il sesso inteso nel senso più generale del termine, dall’esibizione delle tette e delle chiappe in funzione di Letterina, via via a salire fino al generoso donarsi al potente di turno. I contorni, dopotutto, possono essere sfumati a piacimento. E non serve essere spaventosamente gnocca per trovare un sottosegretario disposto a piazzarti.

Per una volta, salvo insabbiamenti, i nomi e i cognomi di queste signorine salteranno fuori. Forse è troppo chiederne la correità (anche se forse un reato, pur minimo, si configura? Che ne so, corruzione?), ma sarebbe interessante vederle esposte per quello che sono.

Birra gelata e rutto libero

inserito in Bric à brac, La gente vuole il go' da Giulia il 15-06-06 alle 04:23

Aaaah, sì, sì, i Mondiali di Calcio. Quella cosa che un tempo andava sulle reti Rai e faceva riscoprire agli italiani il valore della socialità e dell’identità nazionale. Perché le partite non si guardano da soli, ci vuole sempre qualcuno con cui urlare per i goal riusciti, urlare per quelli falliti, urlare per le parate miracolose, urlare al rigore quando arbitro non fischia, e nel resto del tempo strafogarsi di patatine e birra e verificare che negli ultimi quattro anni le donne presenti non hanno avuto cinque minuti da dedicare alla comprensione della regola del fuorigioco. I Mondiali di Calcio ci rendono tutti italiani, anche quelli che nel resto dell’anno inneggiano alla Padania libera e bruciano il tricolore. In occasione dei Mondiali di Calcio l’Italia cade in un vortice spazio-temporale che la riporta negli anni ‘60, gente radunata davanti al televisore, grandi spaghettate e rituali scaramantici. Quarant’anni fa i televisori erano pochi. Adesso sono pochi i televisori attrezzati con decoder Sky, ma tanto le partite della Nazionale (le uniche a meritare il raduno) vanno sulle reti Rai. Qualsiasi altra soluzione avrebbe sicuramente scatenato la guerra civile. Nessuno, nemmeno Murdoch, vuole rendersi responsabile di una sedizione.

Tutto questo cappello a guarnizione di una segnalazione forse altrettanto inutile. In fondo a questo post trovate la canzone che sta facendo da colonna sonora a tutto l’ambaradàn. No, non sono i Pooh. Ma forse non serve neanche specificarlo.