Scampia unplugged, e altro
Non ditemi che sono l’unica ad aver notato che “I ragazzi di Scampia” che si agitavano dietro le spalle di quel paraculo di Finizio, ieri sera, facevano palesemente finta di suonare, non avendo gli strumenti collegati a nulla (le “tastieriste” reggevano una roba alla Sandy Marton senza avere la più pallida idea di cosa farci); non erano microfonati, però cantavano in coro sbagliando clamorosamente i labiali. Complimenti per il casting. Magari, insegnargli almeno a muoversi a tempo? Sembrava un saggio di quinta elementare.
Musica e speranza, ma vaffanculo Finizio, va’. E già che ci sei, portatici anche Giggggggi D’Alessio.
Il resto non me lo ricordo, dormivo.
Perchessanremessanremo, eh.
Perchessanremessanremo
C’è un problema fondamentale, nei dibattiti pre-festival. Ed è che le persone che vi partecipano, per la stragrande maggioranza, non capiscono assolutamente nulla dell’argomento di cui si dovrebbe parlare (la musica, le canzoni, gli artisti in gara). E diciamocela tutta, gliene frega altrettanto.
Sentita oggi, nella TV pomeridiana: “Sanremo è importante, perché è l’unica occasione e l’unico mezzo di promozione per la musica.” Intorno a questa deliziosa scemenza, divampa il dibattito sul “fanculo” inserito da Dolcenera nel testo della sua canzone. Un’oscenità? Secondo un membro del pubblico parlante, sì: e se la sentono i bambini? E se poi la ripetono? Ossignoreiddio scandalo.
C’è da preoccuparsi meno per un fanculo ripetuto che per un’intera canzone di Al Bano memorizzata (specialmente se la canzone è una roba tipo Mammamerica) , ma il sospetto che ne uccidano più le cariatidi e le marchette che una mezza parolaccia non viene nemmeno insinuato. Il fanculo arriverà, passerà e non cambierà la vita a nessuno, come il minuto di silenzio degli Aeroplanitaliani, come il braccio finto di Elio, come il minchia signor tenente di Faletti, come il pancione della Berté, come il ciuffo disperatamente tinto di Bobby Solo e Little Tony.
Sanremo arriverà, passerà, straccerà i maroni per un’intera settimana; andrà giù come l’Enterogermina, incolore e vagamente muffito, e alla fine, come i prodotti dell’Enterogermina, finirà giù per il cesso dell’oblio collettivo. Se saremo fortunati, forse qualcuno ci regalerà un tramonto a nord-est, una musica che può fare, tutti i suoi sbagli, un viaggetto nella terra dei cachi, o un timido ubriaco. Più probabilmente, nessuno ci farà regali, nemmeno una minuscola concessione alla modernità. Solo cariatidi, marchette, e un solitario, eroico fanculo.
Larsen, ovvero: non si esce vivi dagli anni ‘80
Ma nemmeno da una sala montaggio in cui, per accordi sindacali, i montatori non possono fare riversamenti. O da una sala RVM in cui non è possibile mandare in onda video tratti da DVD. Vabbè, fine del mugugno. Non sono un portuale genovese.
Larsen domani mette il Topexan vicino allo specchio e si slaccia le scarpe per essere in linea con i suoi ospiti: arriva il dinamico duo Scuola Furano, come un treno carico carico di cassa ciccia e musica eighties.
Vedeteli alle 14.50, su Futura TV (canale 809 del satellite, digitale terrestre, o sito).
Metallo non metallo
L’heavy metal è una di quelle cose che o sei dentro o sei fuori. Non è come, che ne so, un certo genere di elettronica, che a piccole dosi più o meno può piacere a tutti, o lo ska, che se sei abbastanza pieno di birra o ti stai annoiando alla fine lo balli e ti diverti pure. Anche se magari nella vita reale ti fa cagare.
Il metallo ti piace, o non ti piace. Se ti piace, è in maniera esagerata, che ascolti solo quello, capisci solo quello, e tutto il resto ti sembra blando e irrilevante. Tutto il resto è non-metallo.
Ieri sera al Qube c’era il metallo. Noi eravamo lì per altri motivi, ma noi c’eravamo, c’era il metallo, e il metallo vince. Ieri sera i gruppi erano due, entrambi declinati nella modalità “mio cuggino è preoccupante e parla coi rutti”* Di questo genere di metallo mi colpisce sempre la profondità e pregnanza dei testi: “Waaaaaaarghhhhgablgablgablaaaaaaaaaahhhh”, schitarrata, “Waaaaah waaaaaah WAAAAAAAHHHHHHHH!”, o in alternativa “Bleurghhhhh bleurghhhh bleurghhhhhhhhhhh” seguito da rullata di batteria con doppia cassa.
Di questo metallo mi impressiona anche la ritualità. In un locale scarsamente popolato da altri metallari (o sei dentro o sei fuori) e metallare (fuori, ma solo di tetta e coscia), i gruppi si presentano con l’atteggiamento di chi ha appena riempito l’Olimpico, braccia alzate e “OK!” gutturali gridati al pubblico in segno di intesa. Dal pubblico si alzano, in risposta, cori di gioiose e partecipative bestemmie.
Il rito del concerto prevede anche la rotazione della chioma ad opera del chitarrista, del bassista, del cantante o di tutti e tre. La mossa (sconsigliata a chi soffre di cervicale) dovrebbe essere effettuata in perfetto sincrono, ma capita che, causa diversa mobilità delle vertebre o diverso senso del ritmo, i roteanti perdano la coordinazione e finiscano per sembrare le rotelline dentate che guidano lo scorrimento del nastro nelle cassette, che non andavano mai alla stessa velocità.
Come possiamo sorvolare, poi, sull’abbigliamento? Ovviamente total black, con magliette aderenti e preferibilmente smanicate, e l’obbligatorio pantalone di pelle o di PVC. Il pantalone di PVC andrebbe messo fuorilegge all’istante, o quantomeno, dovrebbe essere proibito indossarlo quando si ha il culo grosso. Il physique du role del metallaro è generalmente longilineo, ma non mancano le eccezioni corpulente, che in di solito suonano il basso o la batteria.
Capita, non spesso ma capita, che il gruppo sul palco usi truccarsi la faccia in modo truce, un po’ tipo lavanda gastrica andata a male con conseguente rigetto di carbone attivo sul mento.
Insomma, ieri al Qube c’era il metallo, e c’eravamo noi. Il metallo ha vinto: noi ce ne siamo andati.
Accompagnati in lontananza da una gaia eco di bestemmie.
*lui. E chi, sennò?
Nel nostro nome?
Stamattina Giuseppe mi ha mandato le foto. Via mail. Mi ero appena svegliata, le ho aperte, e avrei preferito non farlo. Non perché io non voglia sapere, ma perché già sapevo.
Ho riflettuto un po’ sull’opportunità di postarle così come stavano, come ha fatto lui.
Non ho perso tempo a ripubblicare inutili vignette neanche tanto divertenti, e raramente riprendo notizie già rimbalzate ovunque. Faccio un’eccezione, questa volta, perché ci ricordiamo che queste cose succedono anche nel nostro nome. Quello degli occidentali civili che inneggiano alla libertà di stampa, condannano le restrizioni ai diritti delle donne e mandano i soldati in missione di pace.
Il motivo per cui ho deciso di non postare semplicemente le foto è per lasciare una scelta a chi passa di qui. Potete cliccare sul link, oppure no. Potete scegliere se vedere le nuove immagini dal Nouveau Hotel Abu Ghraib, oppure no. Se le vedrete, se non le avete già viste altrove, potrebbero farvi paura, schifo, compassione, rabbia. Ma soprattutto, potrebbe passarvi di testa che gli incendi e i saccheggi e gli altri deliri in corso in questi giorni siano veramente imputabili solo a quattro stupidi disegnini.
Larsen, anzi no, anzi sì
Per un paio d’ore, questa sera, Larsen ha rischiato seriamente di non andare in onda.
Un terzo di Marta sui Tubi (nello specifico, Carmelo) è atterrato dall’influenza. E siccome sarebbero venuti in due, l’esibizione era, come dire, compromessa.
Però al mondo esistono tre persone importanti:
1) l’uomo con cui condivido la lavatrice a mille giri
2) il suo amico Giacomo detto “il Mago”
3) Marco Bellotti.
Facendo in modo che uno telefonasse all’altro, il risultato è stato che domani Larsen si fa: con Marco Bellotti al posto dei Marta, chitarra voce e spirito.
I miei ringraziamenti, sentiti e quasi lacrimosi, a tutti e tre.
Solito posto (canale 809 del satellite, digitale terrestre oppure in streaming qui), ore 14.50.
Whew.
Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori
Gli ultimi due post non sono stati eliminati: il sistema che presiede al funzionamento di questo blog ha pensato bene di programmarli per la pubblicazione fra uno o due giorni.
Torneranno, a un certo punto. Sono fiduciosa.
Rieccoli, appunto.
Le lacrime in tasca
Sono una che piange parecchio, per le cose ovvie e per quelle meno. Se mi arrabbio piango (ma mi devo arrabbiare tantissimo). E questo è normale. Meno normale, probabilmente, è che io pianga quando qualcosa mi piace moltissimo. Per esempio i neonati, e non è una roba di orologio biologico: i neonati mi hanno sempre fatto venire le lacrime agli occhi. Sia da vicino che da lontano che in foto. Volete vedermi lacrimare seriamente? Abbandonatemi in un reparto maternità. Funziona tipo Superman con la kryptonite.
Da un po’ di tempo in qua sono in fissa con i Go! Team. E che c’entra? C’entra. Provate voi a mettere Ladyflash a palla nell’iPod e a camminare lungo un viale di Roma in una giornata di sole accecante. Non vi commuove, tutta quella bellezza in un colpo? E vabbè, non siete me.
Ho quasi pianto anche a Telethon, quando Cammariere ha cantato L’arca di Noè. OK, non ne vado fiera. Ma la mamma me la cantava per farmi dormire, per cui ho almeno una scusa. Deboluccia. Ma ce l’ho.
Per dire, non sono una che piange con i film (non spesso, almeno). Però provate a lasciarmi da sola davanti a un video di quelli in cui tutti si vogliono bene e collaborano e alla fine riescono in un’impresa, piccola o grande che sia. Che so, tipo Força di Nelly Furtado. Ma ultimamente mi sono commossa anche davanti a un video delle Sugababes, per cui comincio seriamente a pensare di avere bisogno di cure.
Lo zenith della commozione gratuita credo di averlo toccato due estati fa. C’erano le Olimpiadi. Ero a casa del compagno di divano, e scanalando incontriamo la cerimonia di premiazione per il tiro al piattello. Alla consegna delle medaglie avevo già il broncetto tremulo. Quando sono partiti gli inni nazionali ho cominciato ad asciugarmi la faccia con le mani. Per il tiro al piattello.
Perché vi racconto tutto questo? Perché anche adesso ci sono le Olimpiadi. Le Olimpiadi (invernali, estive, non mi formalizzo sulle temperature) sono tipo i neonati, ma alla decima. Se quest’anno non ho pianto durante la cerimonia inaugurale è solo per via dell’orrenda colonna sonora scelta dai curatori, degna di una festa della bocciofila. Però l’entrata della bandiera olimpica, retta da alcune delle mie donne preferite al mondo (Susan Sarandon, meravigliosamente spettinata, e Isabel Allende, meravigliosamente minuscola) mi ha commossa un pochino. Poi stasera c’è il pattinaggio, e la cerimonia del pianto è già cominciata: è stato sufficiente il Libiam nei lieti calici che accompagnava l’esercizio dei russi. Se Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio imbroccano il programma, potrei scattare in piedi e cantare l’Inno di Mameli. Tutto a singhiozzi.
Schermo totale
Niente, è che guardando dal finestrino dell’autobus, oggi, mentre tornavo a casa da un giro di non-shopping (nel senso che alla fine non ho comprato quasi niente, ma ho preso aria, ho rivisto Roma, mi sono ricordata quanto è bella) mi sono resa conto che presto sarà estate. Mi comprerò un paio di sandali con la suola piatta e poche stringhette a tenere insieme il tutto, per avere la sensazione di camminare scalza, e me ne andrò giù per le strade di una città semivuota assorbendo il sole, con le braccia nude, i capelli all’aria.
E mentre pensavo questo, e mi godevo in anticipo la sensazione della luce e del calore che arriveranno, sono entrata alla Sma per fare la spesa. Nel corridoio delle farine per torte c’erano due donne. Saudite, forse. Coperte dalla testa ai piedi con spessi veli neri, neanche uno spazio per gli occhi, guanti di raso sulle mani. Non un millimetro di pelle scoperta. Due lugubri fantasmi che si muovevano lenti, sollevando i lembi degli abiti per non inciampare. Accompagnate da un uomo, sbarbato, capelli corti, abiti occidentali.
E, niente.
Ditelo con un fiore
E dopo la Guida al Vestir Decoroso per la Giovine Donna in Ufficio (niente pancia scoperta, tacchi bassi, capelli raccolti, poco trucco, ad ogni passo dimostrar modestia e compostezza), arriva dagli Iuesofèi l’ennesima trovata delle aziende per difendersi di fronte al pericolo di cause per molestie miliardarie. Proprio quello che ci voleva: corsi di prevenzione delle molestie sessuali. Adesso stiamo tutti meglio.
Su cosa consista molestia sessuale si potrebbe discutere in eterno: una pacca sul culo è molestia sessuale? (La risposta non è banale come si potrebbe pensare, soprattutto in sede di processo.) E un complimento? A senso, diremmo di no. E invece, secondo le nuove politiche anti-molestia, anche un complimento è assimilabile a una molestia sessuale. Ti piace la pettinatura di una collega? Tientelo per te. Anche se sei femmina (specie se sei lesbica, e se non lo sei ti voglio vedere a provare che non covi segrete tendenze, scatenate all’improvviso da quella frangetta un po’ così). Il ragioniere dell’ufficio acquisti è andato in palestra e sfoggia una rinnovata forma fisica? Per carità, non fare commenti. Giù la testa, e alla macchinetta del caffè si parli solo del Grande Fratello della sera prima.
I vittoriani, ricordiamocelo, coprivano anche le gambe delle sedie perché ritenute sconvenienti: poi si costituivano in associazioni segrete in cui si flagellavano e si sottoponevano a vicenda alle più raffinate torture sessuali. Inventarono il linguaggio dei fiori, uno dei modi più squisitamente seducenti per dirsi tutto senza dirsi niente. Immaginiamoci lo spasimo e l’eccitazione del vedersi recapitare una fucsia, rispetto a un sms (”Io e te stsr ke ne dc?”, roba da lanciare il telefonino dalla finestra insieme al corteggiatore). I divieti accendono il desiderio. Il ragionier Mortazza, che si morde la lingua per non dire alla geometra Bottacchi che la nuova gonna le dona moltissimo, si sentirà forse stimolato a ricorrere a delicati arpeggi linguistici per comunicarle la sua ammirazione. Magari usando le concorrenti del Grande Fratello (”La gonna di Leila, ieri sera… mi ricordava un po’ la sua, geometra”). O più probabilmente, non essendo dotato di un occhio alla Fantastici Cinque per i capi d’abbigliamento, chinerebbe la testa in mesta rassegnazione: sapendo che anche sulle più rarefatte tecniche di comunicazione calerebbe, prima o poi, la mannaia del censore.
C’è chi ha levato la voce contro il capro espiatorio di turno, le femministe (oròre!) che avrebbero bisogno di “una botta di vita” (e dagli di velati doppi sensi). Sottintendendo, ti rode perché sei cozza e a te i complimenti nessuno li fa. Atteggiamento viziato dallo stesso sessismo che legittima la molestia: una donna meno che bonissima non può levare la voce contro la prevaricazione.
Le molestie sessuali esistono, e sono un problema pesante, che ha quasi sempre come vittime le donne (anche se i casi di maschi molestati sono in crescita: la par condicio dell’oggettificazione, del resto, prevede l’affiancamento dei Mufloni alle Schedine, non la rimozione immediata di tutti gli smutandati, di entrambi i sessi, dallo schermo). La molestia c’è, ed è alimentata dalla sciagurata abitudine di molte donne (e di non pochi uomini, apprendo dalle mie colleghe) di adoperare il proprio corpo per aprirsi un varco. Eppure, la maggior parte di noi sa distinguere un complimento fatto in buona fede (o in botta di ormoni) da una velata richiesta di prestazioni sessuali. Secondo il canone aziendale americano, i tecnici del nostro studio sarebbero tutti da galera, ma non c’è una di noi che non sappia rimetterli a posto, se necessario. E’ più molesto un operatore palesemente contento di aggirarsi in uno studio popolato da femmine in minigonna con cui si possono anche scambiare due chiacchiere senza che ti mandino a quel paese, o un regista che insiste ad inquadrarti le gambe mentre stai parlando, ma che fuori dallo studio ti rivolge appena la parola? Discutiamone.
E certo, le più indifese possono sentirsi minacciate, e andrebbero tutelate: ma tra un “Ammazza che gambe” e una profferta erotica ci passa un universo di intenzioni, di cause e di effetti. Viviamo nel paese dove il direttore di un TG viene mandato in onda in prima serata, intento a fissare con sguardo lubrico il generoso davanzale di una svaporata appena fuoriuscita dal GF (appunto) e a ripetere ossessivamente “Che tette!”, chiosando con “E se ti facessi condurre il meteo in diretta, questa sera?” Seguono strilli di entusiasmo da parte della svaporata. Nessuno scrive una riga, nessuno si scompone, nessuno grida allo scandalo. Non facciamo neppure notare che la svaporata aveva appena ultimato un provino in cui il tasso medio di “ehmmmmmm” era di uno ogni tre parole. E stava solo leggendo le previsioni del tempo.
Eppure eppure, l’ho detto e lo ripeto, è naturale e normale distinguere fra un “Che tette!” proveniente da un direttore di TG pronto ad offrirti un lavoro in prima serata se quelle tette le tieni sempre bene in mostra (e magari gliele metti anche in faccia, ogni tanto, ché male non gli fa) e la battuta innocente di un collega, a cui si sa di poterla rimandare indietro senza conseguenze di alcun genere. Il tentativo delle aziende di tagliare fuori del tutto il gioco del corteggiamento (anche quello di maniera) dai luoghi di lavoro somiglia al tentativo della Chiesa Cattolica di far passare la castità come unica forma accettabile di contraccezione: non si può fare. E i vittoriani, pace all’anima loro, lo sapevano benissimo.



