Somiglianze

Scena: l’apertura della diretta.
Io (indicando le mie spillette beatlesiane): “Questi sono i miei numi tutelari di oggi.”
Denise: “Ah, che bello, quelli dell’892!”
Il fonico, fuori onda: “Ah, allora John e Paul chi sono? Quelli del 12 40?”
Amnesiac
Volevo dire una cosa a proposito delle donne.
Una cosa che probabilmente ho detto altre volte in molte forme, a proposito della ricerca della femminilità che finisce sublimata nell’acquisto compulsivo di accessori. Dell’equivoco che tacchi alti=femmina, borsa alla moda=femmina, abiti debitamente sexy che esaltino i punti di forza=femmina, e tutto il resto o è non-femmina, o è maschio, o non è niente. L’equivoco che ci porta a scambiare la cultura con la natura, di modo che nulla per noi può più essere naturale o meno, ma solo giusto o non giusto, appropriato o non appropriato per una femminuccia. La falsa natura imposta da una mistica della femminilità sempre più punitiva, che penalizza i chiaroscuri e li relega al ruolo di irragionevoli capricci, che rinnega il nostro codice di pensiero e i moti dell’animo in favore di interi manuali di regole di comportamento, diktat e disprezzo per le nostre simili. E pensare che per essere donne basta essere, semplicemente, come siamo: ma manderemmo in rovina Jimmy Choo, ed è un peccato, perché Jimmy è una donna. Potere della perpetuazione. La tortura della pianta del piede come atto di auto-miglioramento. Una mutilazione lite. Gigli d’oro per l’Occidente multitasking, che ogni tanto dei piedi ha ancora bisogno.
Insomma, volevo scrivere una cosa sulle donne, ma ho deciso di lasciar perdere, perché non mi ricordavo cos’era, e comunque non ci si capiva un cazzo.
Aim redi tù (all God’s children)
Sigla di apertura di Buona Domenica, con i reduci di Saranno Famosi e Amici, che poi è la stessa cosa prima e dopo che ci passassero gli avvocati. Che continuano stoicamente a pagare il prezzo di cui parlava la Signorina Grant: il prestito iniziale forse l’hanno chiesto a loro. I ballerini ballano, i canterini cantano, la canzone è We All Need Love, e il testo fa:
We all need love, I swear it’s true
I’ve got children, me and you
Nel frattempo, su Raidue, Simona Ventura:
- Domanda a Robert Post “Du làik Italy?”
- Annuncia il collegamento con il campionato di “raistling”.
Un altro fulgido successo per il programma delle “tre I”.
Larsen: the aftermath
Miracoli
Pare che il direttore di rete abbia telefonato per dire che la puntata di ieri era “molto buona”. L’avrà vista tutta?
La rivoluzione non russa
Io: “I miei colleghi filogovernativi non hanno gradito gli Offlaga.”
Lui: “Beh, è normale. Se sei fan di Berlusconi, ovvio che pensi che i comunisti siano tutti sporchi stronzi cattivi e dde ‘a Lazio.”
Somiglianze
Io: “Mi sa che ormai sono la Santa Subito di Futura TV.”
Lui: “No, tu sei Claudio Cingoli.”
Bonus Track
Qui trovate il file mp3 della puntata di ieri, ospiti gli Offlaga Disco Pax. Mancano, per impietosa fiscalità della versione demo, gli ultimi secondi di Tatranky. Se per la prossima volta qualcuno mi consiglia un buon programmino per la registrazione dello streaming, gliene sarò grata.
Tutto il resto è desistenza
“Senti, ma secondo te: sono meglio le marche o la faccia come il culo?”
Quanto sopra è una frase effettivamente pronunciata da due dei miei capi, durante una discussione sul tema “Offlaga Disco Pax: quali canzoni possiamo fargli suonare senza essere banditi da Saxa fino alla settima generazione?”.
Capitano anche di queste cose, quando si manda avanti una rubrica di musica.
Questa volta è capitato che il gruppo che ospito sia contemporaneamente politicamente scorretto (secondo i canoni di correttezza Rai) e incline al turpiloquio.
Vorrei che aveste potuto sentire le conversazioni telefoniche fra me e Max Collini, che mi citava a memoria i testi di tutto Socialismo tascabile.
Vorrei che aveste assistito al momento in cui, davanti allo specchio del bagno, ho urlato “Ma perché, perché non ho invitato il Coro dell’Antoniano?”
Non si può fare. Però si può fare così: voi guardate Larsen, domani pomeriggio, fra le 15.40 e le 15.50 (orario da confermare), e io vi mostro il risultato di una settimana di patimenti.
Però sia chiaro: sono contenta.
Canale 809 del satellite, digitale terrestre oppure in streaming su www.futuratv.rai.it, basta cliccare su “On air”.
Le parole degli altri
L’idea è brillantissima, come la sua realizzazione. Un tazebao a cui affiggere segreti e pensieri di ogni genere, alcuni inconfessabili, altri maliziosi, altri ancora dolorosi. Cicatrici sulla pelle e ferite dell’anima, piccoli dispetti e desideri di mutilazione. Tutti perfettamente condensati in un’immagine e in poche frasi. Troppo perfettamente: dietro a questi haiku dell’oscurità umana sembra esserci sempre la stessa mano, o poche mani diverse.
Ma non importa. Una buona idea può anche nutrirsi di una certa dose di artificio, se risulta emotivamente autentica. Le storie dei romanzi non sono davvero successe, eppure sono vere per chi le legge. Allo stesso modo, i segreti di Postsecret sono universali, riconoscibili e veri, al punto che ognuno di noi può rispecchiarsi in loro. Come le storie dei romanzi, le parole segrete degli altri entrano in contatto con le nostre, vi si sovrappongono, danno loro forma e colore. Postsecret è la nudità del dolore che si fa arte con nessun filtro se non quello dell’anonimato.
Nuvole in viaggio
C’è Fu il Webmasta in Brasile. Scrive da lì su una board di cui non metto il link perché è una cosa fra amici che al mondo, vivaddio, non interessa. Fu il Webmasta sta in Brasile e si dondola su un’amaca guardando le nuvole passare. Fa foto, e le carica in uno spazio condiviso dove possiamo vederle tutti.
In Brasile è estate, capite.
Fa caldo, la gente gira con le maniche corte. I manichini nelle vetrine hanno il culo alto come le ragazze locali. Ci si sposta in dune buggy. Si beve latte di cocco direttamente dalla noce. C’è il mare, c’è il sole, c’è la lentezza: Fu il Webmasta dovrebbe lavorare, ma come si fa a lavorare quando si sta in Brasile?
Sarà la settimana convulsa, che mi ha fatto tornare la gastrite, o sarà che il freddo non mi si addice. Ma guardando le foto, e leggendo i resoconti, sento che su quell’amaca, anche solo per qualche giorno, vorrei esserci io. A dondolarmi senza fare nient’altro che esistere, mentre le nuvole scivolano via sopra la mia testa.
Larsen: decisamente meglio dal vivo
C’è bisogno di qualche aggiustamento di tiro, ma siamo partiti.
Giuro che era dalla prima settimana di lavoro che non ero così nervosa. Un conto è condurre un format di cui ti arrivano i testi e non devi far altro che leggerli e seguire la scaletta. Un altro è collaborare ai testi. E un altro ancora è scriversela, organizzarsela, telefonarsela e poi condursela tutta da soli (beh, non proprio: diciamo ufficialmente da soli. In pratica, no. E i ringraziamenti non bastano mai), fare la lotta nel fango con la produzione per riuscire a metterla e a tenerla in piedi, e contemporaneamente rimanere produttivi e attivi anche su tutte le altre.
Diciamo che fra le prime due attività e l’ultima ci passa un camion. Derapando in allegria.
Diciamo anche che la miniera è peggio, via.
Ché in televisione il peggio che ti può capitare è di cadere dalle scale. Oppure essere investita dall’operatore della steadycam (anche se adesso quell’evenienza è meno probabile).
Comunque, nervosismo a parte, è andata: mi sono ricordata tutto, i suoni erano buoni anche in versione minimale e con una prova di pochi minuti, la boccia ha funzionato egregiamente come sostituto dei filmati in cui le domande random venivano fatte dai passanti fermati per strada (progetto ancora in piedi, appena mi danno una telecamera e magari anche un operatore), Cesare Basile e Michela Manfroi sembravano a loro agio, e pazienza se la signorina Auditel ha trovato il tutto troppo lungo: ci sono aggiustamenti di tiro da fare, li faremo, ma intanto si va avanti.
Spero. La lotta nel fango non è mai stata la mia specialità.
(Se siamo riusciti a scaricare il video dallo streaming, ve lo carico in qualche modo. Se no, se ne riparla giovedì prossimo.)
Larsen: meglio dal vivo che dal morto
Inizia il 19 gennaio alle 15.30 circa (questo post verrà aggiornato appena metterò le mani sulla scaletta definitiva). Si chiama Larsen, ed è il nuovo spazio musicale di Futura TV. Funziona così: artisti dal vivo in studio, chiacchierata, video, chiacchierata, momento demenziale, artisti dal vivo in studio.
Si comincia con Cesare Basile, si prosegue il 26 gennaio con gli Offlaga Disco Pax, e gli altri ve li dico man mano che andiamo avanti.
Non sono brava con l’auto-marketing. Vedetelo in streaming (basta cliccare su “Vedi la diretta”), sul digitale terrestre oppure sul canale 809 del satellite. Magari domani, se sarà andato tutto bene, vi faccio prequel e sequel.
Being Jennifer Aniston
“Ti trovo bene.”
“Nel senso che non mi trovi devastata, ingrassata e dipendente dalla cioccolata con le noccioline, immagino.”
“Che fai, ti metti sulla difensiva con me?”
“Scusa. E’ un po’ una reazione automatica. Tutti quelli che mi vengono a trovare o che mi incontrano riescono a fare solo due cose: compatirmi in un modo a dir poco offensivo oppure scrutarmi per capire ‘come l’ho presa’. Non puoi capire che nervi.”
“Beh, dai, è un po’ che gira la notizia che ti sei rifatta una vita.”
“Capirai.”
“Come sarebbe a dire, ‘capirai’? E Vince? Beh, cosa c’è da ridere?”
“No, niente. E’ che non capisci.”
“Cosa non capisco? Stai diventando irritante.”
“Bella, io ero sposata con Brad Pitt. Capisci. Brad Pitt. L’uomo che viene usato come metafora per dire ‘l’uomo più bello del mondo’. Lascia stare il fatto che è uno stronzo. Mi sono fatta mollare da Brad Pitt. Per quella che viene usata come metafora per dire ‘la donna più bella del mondo’. Credo sia facile vederla come un modo del cosmo per dirmi che mi sono allargata un po’ troppo. Che stavo seduta su una poltrona che non mi spettava.”
“Esagerata. Intanto te lo sei sposato dopo anni di fidanzamento. Poi vi siete lasciati, ma dico, si lascia tanta di quella gente.”
“Sì, oddio, non so quante vengano lasciate per Angelina Jolie. Cerca di capire cosa mi fa sembrare, questo: una povera racchietta che deve tornare al suo posto. Pensa alle magliette Team Jolie.”
“Io volevo comprarmi Team Aniston.”
“Lo apprezzo. Comunque, la storia della telefonata non è vera, ovviamente.”
“Eh, immaginavo. Il solito giornalista con troppa fantasia.”
“L’ennesimo tentativo di metterci il carico da undici. Siccome si diceva che lui mi aveva mollata perché non volevo avere figli blah e blah e blah. Poi va e la mette subito incinta. E’ tanto brutto se spero che ingrassi oltre ogni rimedio, Labbra-a-Canotto?”
“No, non è brutto, è normale. Lo speriamo un po’ tutte. Comunque, ricorda Elizabeth Taylor, Debbie Reynolds e Eddie Fisher.”
“Guarda, ormai quando ci penso mi metto perfino a ridere.”
“Meno male.”
“La cosa peggiore è il fatto di essere stata per pochissimo tempo ‘quella che ce l’aveva fatta’. Avevo una serie di successo, un marito perfetto, una vita perfetta. Adesso: niente serie, niente marito, e un fidanzato che - per carità, lui lo sa quanto lo adoro - sembra un ripiego. Anche se non lo è, lo sembra. Capisci. Non può farci bene.”
“Anche Nicole Kidman dicono si risposi.”
“Nicole? Dai. Sì, lo dicono. Quanta somiglianza: eccetto che lei è bellissima, immagino anche la mattina senza trucco. Io la mattina senza trucco…”
“… ti vogliamo bene anche per quello.”
“… secondo te, Labbra-a-Canotto la mattina senza trucco…?”
“No, secondo me lei si sveglia ed è già perfetta.”
“E vabbè. Comunque…”
“Comunque cosa?”
“Comunque una maglietta Team Jolie l’ho comprata anche io.”
“Ma veramente?”
“Sì. Ci faccio dormire il cane.”




