Saitenereunsegreto?

… and a happy new year

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 30-12-05 alle 06:49

E siamo alla fine di quest’anno. Complicato, interessante, durissimo, bellissimo, sicuramente memorabile. Almeno, io sono sicura che me lo ricorderò.

E allora auguri a tutti per il prossimo. Auguri a quelli che festeggiano e a quelli che vanno a letto alle dieci. A quelli che mangeranno le lenticchie e a quelli che addenteranno una pizza al volo. A quelli che faranno mezzanotte per strada perché sono rimasti bloccati nel traffico. A quelli che baceranno la prima persona che vedono, e a quelli che baceranno prima una persona in particolare, e poi tutte le altre. A quelli che il primo gennaio iniziano la dieta, vanno in palestra, imparano a suonare la chitarra, si buttano col paracadute, ma facciamo il due, va’. A quelli che anche quest’anno non hanno combinato un cazzo e sono tristi. A quelli che anche quest’anno non hanno combinato un cazzo e non gliene frega niente. A quelli che hanno fatto il giusto e gli sembra di aver fatto troppo poco. A quelli che hanno fatto troppo e infatti sono esauriti. A quelli che non vedevano l’ora che finisse ’sto anno di merda. A quelli che quest’anno gli è andata bene e si stanno cagando sotto per la paura che il prossimo vada male. A quelli che hanno tutto, gli manca solo quella cosa lì, e speriamo che quest’anno. A quelli che sono convinti che gli altri abbiano anche quello che spettava a loro. A quelli che hanno finito le cartucce, e adesso? A quelli che non sono ancora riusciti neanche a prendere la mira. A quelli che l’anno prossimo vi faccio vedere io. A quelli che se mi volete, venite a buttare giù la porta, sono pronto. A quelli che non si sono mai canticchiati Talk Show Host fra i denti per darsi forza. A quelli che non hanno ancora capito che i blog non contano un cazzo. A quelli che l’hanno capito e ci sono rimasti male. E a quelli che l’hanno sempre saputo, e tuttavia si divertono troppo per smettere.

Si stappi lo champagne, o almeno un prosecchino!

Sacrilegio

inserito in Bric à brac da Giulia il 27-12-05 alle 10:00

C’è un film, su Raidue, in onda in questo momento. Si chiama I passi dell’amore, ed è quello che in inglese si chiama tearjerker. In italiano questo si potrebbe tradurre con “film frignone”. Questa lagna, in particolare, è tratta da un libro dell’indifendibile Nicholas Sparks. Lui e lei si incontrano, lui è un po’ un teppista, lei è buona e cara, lei lo redime, poi muore. Tutto calcolato per far singhiozzare la generazione che si è persa Love Story. E non ci sono neanche Ryan O’Neal e Ali McGraw, con il loro incontestabile sex appeal così seventies. Ci sono, invece, Mandy Moore e Shane West, che ne sono un po’ la versione pastorizzata.

Non so perché, ma il fatto che questo film si apra con Cannonball dei Breeders mi sembra l’equivalente filmico della pubblicità ingannevole.

Anthems for the miscreant

inserito in Bric à brac da Giulia il 26-12-05 alle 07:49

Tutto inizia da una conversazione con il mio collega Andrea. Il quale, mentre passavamo un video di Bon Jovi (capita di dover fare anche quello) se ne esce con la teoria che Bon Jovi venda molto perché le sue canzoni sono dei veri e propri inni. E che forse il motivo per cui l’indierock è così poco popolare è che dall’indierock difficilmente scaturiscono inni.

Ora. Io so che questo non è vero, voi sapete che questo non è vero, noi sappiamo eccetera.
Si tratta di provarlo al miscredente.
Volete aiutarmi a creare una compilation veramente anthemic, gloriosa, epica, e centopecciento indierock, che io possa servire ancora calda di masterizzatore a colui che merita di saperne di più?

I commenti sono aperti. Come al solito.

(Come stai? Bene grazie. Mi hanno regalato un iPod. Nero. Passato un buon Natale. Voi?)

What’s new, pussycat?

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 24-12-05 alle 04:58

Mamao

Lui è Mamao. E’ il gatto di mia sorella, che lei si è portata dietro dal suo paesello quando è stata costretta, per cause di lavoro, a ritrasferirsi a casa dei nostri genitori. Il nome onomatopeico l’ha ricevuto perché balbetta, dicono in famiglia.
Per un mese, prima del suo arrivo, il gatto di mia sorella era stato Mosè, un trovatello rinvenuto nella spazzatura. Nutrito amorosamente con un biberon, ma purtroppo deceduto. Così è arrivato Mamao: per tamponare un lutto. Tutto bianco, dalla testa alle zampine. Un gatto di nuvole, un fantasma di gatto.
Mamao non mi conosce, però è un micio curioso. A differenza dei suoi predecessori, ha il permesso di vivere in casa, cosa che indispettisce non poco il cane Paquito, da sempre bandito nel giardino.
Sono seduta sul letto in camera mia. Ho lasciato la porta aperta, nonostante il freddo ai piedi, perché ogni tanto Mamao viene qui a vedere cosa faccio. Si affaccia, si struscia sullo stipite, mi osserva. Entra in camera, si mette con le zampe sul letto. Non ha ancora capito se può fidarsi o no, e per ora adotta la strategia della prudenza. Vale a dire, sfreccia via appena mi muovo nella sua direzione.
Ci sarà tempo per conoscersi. Almeno fino alla fine dell’anno.

La visione

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 24-12-05 alle 04:39

Quando ero in terza elementare, i ragazzini della scuola svilupparono un improvviso, morboso interesse per le mie mutandine. Non so se fosse perché pesavo venti chili, e quindi ero più facilmente attaccabile rispetto ad Andreina (che alla stessa età pesava almeno il doppio ed era cinque centimetri più alta di chiunque nella scuola), o perché ero timidissima e l’alzata di gonna - attuata a tradimento, e in branco, durante la ricreazione - mi gettava nello sgomento. La follia della mutandina spinse i maschietti della scuola fino a fare irruzione nel bagno mentre io facevo pipì: bagno dove i cubicoli non avevano chiavistelli.
Comunque fosse, a un certo punto cominciai a girare con i calzoncini sotto la gonna. Non ricordo se questo servì a scoraggiare gli aggressori, ma vorrei assicurare tutti che le proto-molestie mi hanno al massimo lasciato l’abitudine residua di non girare mai senza mutande, e di non andare in bagno da sola in luoghi poco raccomandabili (tipo sotterranei pieni di cunicoli o zone completamente buie e isolate, per capirci). Che a pensarci bene, potrebbe essere la risposta a un quesito che attanaglia l’uomo da sempre: come mai le donne vanno in bagno in coppia?

Diciamo che era dalla terza elementare che nessuno si occupava più con tanto ardore del colore della mia biancheria intima.
Fa quasi tenerezza.

Vorrei comprare insieme a voi

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 23-12-05 alle 12:11

A me piace molto fare regali. Lo dico perché quanto segue non sembri una lamentela, ma piuttosto una constatazione. Fare regali è forse la parte più divertente del periodo pre-natalizio: giro un sacco di negozi, pondero, compongo, mi consulto. Ci metto molto amore. Sarà che ne faccio pochi (solo ai familiari più stretti e al socio e famiglia), anzi, sicuramente è perché ne faccio pochi.
Però diciamo che quando mia madre cerca di farsi prestare un libro che le ho regalato per il Natale precedente, non ricordandosi assolutamente di averlo ricevuto, ecco, l’entusiasmo mi si sgonfia un pochino (successo davvero. La scorsa estate. Socio testimone sgomento).

Fare regali alla mia famiglia è un’operazione talora frustrante. Mia sorella ha l’abitudine di non usare mai quello che le regalo, e quando dico mai intendo mai. Ho provato di tutto, ma non c’è niente da fare: qualsiasi cosa le regali, rimane lì a prendere la polvere, spesso ancora mezzo incartato. Beauty case di Hello Kitty!, canottiere Benetton che mi aveva invidiato, borse artigianali, e via dicendo. Niente. Alla fine, l’anno scorso ho risolto con un paio di scaldamuscoli. Non credo se li sia mai messi, ma almeno non ho impiegato troppa energia cerebrale. Mia madre non è d’aiuto: “Ah, comprale quello che vuoi, non fa niente.”

Mio padre è un mistero glorioso. Contento ugualmente per un paio di mutande, un vaso di paté d’olive o una cravatta, finisce per utilizzare solo le mutande. Non potendo regalargli mutande per ogni ricorrenza, da anni mi arrovello per trovare qualcosa che venga incontro alle sue necessità. Mia madre non è d’aiuto: “Ah, compragli quello che vuoi, non fa niente.”

A mia madre, s’è capito, è inutile regalare libri. Da anni non ha più il tempo di leggere. Fortunatamente, qualche anno fa ho trovato l’equivalente del filone d’oro per il minatore del Kentucky: è melomane, patita di musica classica e di Fabrizio De André. Per i prossimi dieci anni (o dieci ricorrenze, che fa cinque anni) sono a posto. Ma anche di più, se comincio a regalarle l’opera omnia di Mozart un CD alla volta. Mio padre, comunque, non è d’aiuto: “Mah, mi sembra che la Butterfly non ce l’abbia, ma dovresti chiedere a lei: perché non la chiami?”

Se non ci fosse il socio, forse fare regali non mi piacerebbe più così tanto.

Domani torno nella piccola patria dopo cinque mesi di assenza, con il sorrisetto smargiasso di chi per ora ha avuto ragione. Auguri a tutti.

Te la do io, la solidarietà

inserito in Sono fatti miei, A TV eye on me da Giulia il 20-12-05 alle 02:06

La Giulia va a Telethon

A parte che la convocazione è arrivata alle dieci della sera prima. Con la raccomandazione di vestirsi eleganti, da sera, perché insomma, una prima serata su Raiuno, c’è anche Susanna Agnelli, mica pizza e fichi. Immaginatevi la telefonata fra me e Rosina, le due con il guardaroba più sguarnito.
“Io un vestito da sera ce l’ho, ma sembro Jessica Rabbit.”
“Io anche, ma l’ho messo già tre volte per le dirette. Mi sembra di esagerare, con il riciclaggio.”
“Ho lasciato le scarpe in costumeria a Saxa Rubra, cazzo.”
“Guarda, io ho deciso che domani esco e mi compro tutto quello che mi serve e poi riciclo a Capodanno. Fanculo.”
Il fatto è che noi non siamo sponsorizzate da Miss Sixty. Io, al massimo, dalla mia mamma.
E del resto ci hanno detto, convocazione alle dieci, si va in onda alle dieci e mezza dal Teatro delle Vittorie. Ovviamente, la batteria della macchina ha scelto proprio questo momento per entrare in coma, lasciandomi a piedi e alla mercè dei miei colleghi automuniti; i quali, maledetti, stanno tutti a casa oppure sono a pranzo/aperitivo/cena in qualche luogo chic, dal quale vanno direttamente sul posto oppure sono già fuori a fare Telethon in altri modi. Quando sono già rassegnata a sputtanarmi una fortuna in taxi, il povero Livio mi fa una telefonata casuale e viene incastrato: “Liiiivioooooo vieni a preeeendermiiiiii fa freeeddoooooo” belo io nel cellulare, in modo non dissimile a una questuante sulla metro. Livio si commuove e mezz’ora dopo è a Largo Preneste. Benedetto.

Nel frattempo, la prima serata si è trasformata in seconda serata inoltrata, e la convocazione è slittata alle undici e mezza-mezzanotte. Al Teatro delle Vittorie incontro i miei colleghi, ognuno con la sua personale interpretazione del concetto di “abito da sera”: Mario è in maglione rosso, Roberta in jeans con tacchi a spillo e vestito vintage, Giada esibisce un tailleur pantalone con scollatura pornografica e io, beh, fra top di paillettes dorate e coprispalla ricamato di perline, più che per una prima serata sembro pronta per la balera.

Lo studio è un casino. Piccolo, affollatissimo di autori, ispettori di studio, tecnici di varia natura, conduttori (Frizzi su tutti, un omone di notevole simpatia che balla come un pensionato in preda a un attacco di supergiovanilismo), gente famosa, gente non famosa, gente che non si capisce cosa ci faccia lì e forse neanche loro lo sanno molto bene, e tutti ammazzano la noia cantando le improbabili versioni di hit anni ‘70 e ‘80 proposte dalla big band. Sembra di stare a un veglione di fine anno, ma senza alcool e senza poterci muovere dalle sedie. Sono incastrata fra Costanza (che condivide la mia opinione, ma nondimeno canta anche lei) e il Carlotti (che forse condivide la mia opinione, ma i duri non cantano).

La scaletta prevede che “i ragazzi di Futura TV” (o anche “noi giovani”) lancino un breve appello alla solidarietà rivolto ai propri coetanei. Ovviamente evito di fare notare che i miei coetanei, in media, hanno famiglia, un mutuo, carte di credito, una macchina, un lavoro più o meno stabile, se sono a casa quasi sicuramente dormono della grossa, e se non ci sono sicuramente non guardano Telethon. Ma capisco che per “noi giovani” si intende la solita massa indistinta che va dai quattordici in su, ed è a quelli che Francesca Romana viene chiamata a portare il nostro (?) messaggio. Rapido, conciso, indolore e telefonino-centrico.

Il tutto dura la bellezza di, oh, un minuto e mezzo. Dopodiché, “i ragazzi di Futura TV” sarebbero liberi di smammare, ma un po’ ci sembra malagrazia lasciare una tribuna completamente sgombra, e un po’ la qualità nazionalpopolare dell’intera faccenda ci sta prendendo bene, in una sorta di modo perverso. Ce ne andiamo verso le due e mezza di mattina, in chiusura di trasmissione, in un freddo becco.

Magic Moments
- Susanna Agnelli che viene a salutarci in camerino, quasi sicuramente senza avere la più pallida idea di chi siano questi sgallettati vestiti come per una serata al Gilda (tranne la sottoscritta, che viene direttamente da un concerto di Castellina-Pasi).
- “E ora, la musica dei Simply Red!” Tutti ci guardiamo intorno cercando Mick Hucknall. La musica parte, ma è un RVM.
- Anche i Pooh hanno registrato l’esibizione. Eseguono una generica canzone dei Pooh sparandosi generiche pose da Pooh (vale a dire, pose da rocker italiani fuori tempo massimo). Red Canzian, oltre ad essere uno che a cinquanta e passa anni ancora si fa chiamare Red (cosa si diranno al telefono, lui e quell’altro Red? Si faranno le congratulazioni per l’ottima scelta di nomignolo?) ha in testa una scopa Tonkita. Roby Facchinetti mantiene un profilo basso: suona due tastiere, canta, dirige gli altri e cerca purtuttavia di farsi perdonare la generazione di quel tizio tatuato là.
- Sergio Cammariere, serio come un due novembre, esegue una canzone sua e un medley di tributo a Sergio Endrigo, in presenza della figlia del medesimo. Mi vedo nei monitor mentre canto a squarciagola “Partirààààà, la nave partirà” con le lacrime agli occhi. Sì, mi commuovo con poco.
- I Matia Bazar invece ci sono tutti, inclusa l’urlatrice che si erano portati all’ultimo Sanremo. La quale si presenta vestita come una cubista e si scaglia con impeto da maratoneta in un medley di brani appartenenti quasi tutti al repertorio di Antonella Ruggiero. Alla fine ha il fiatone. Noi, abbiamo paura.
- Francesco Tricarico sembra uno che passa di là. E probabilmente è così. Farfuglia una canzone di cui non si capisce un cazzo, e se ne va corrucciato come era arrivato.
- Un gruppo napoletano di cui non ricordo il nome canta una canzone popolare napoletana. La cantante, in vestito rosa shocking, golfino della nonna e stivali da cowgirl, vince a mani basse il premio Stevie Wonder per il miglior look.
- Il trombettista della big band passa tutta la sera a saltellare da un punto all’altro dello studio. Adrenalina? Sindrome di Demo Morselli? Gli stessi amici di Lapo Elkann?
- Linda arriva per ultima, massacra Silent Night dimenticandosi le parole (ma tanto è inglese e chi se ne accorge?), e rifiuta con un gesto di orrore i cannoli siciliani sadicamente offerti dalla produzione a conclusione dell’evento, in una pioggia di coriandoli luccicanti che a momenti la soffocano. Ma lascia perdere, teso’, magna.

In memoriam

inserito in A TV eye on me da Giulia il 15-12-05 alle 03:36

In onda oggi, ora, in questo momento su Futura TV una puntata monografica su Pier Paolo Pasolini.
La potete vedere in streaming (seguendo il link qui sopra=, oppure sul digitale terrestre (ha ha ha) oppure sul canale 872 di Sky.

Dei delitti e delle pene

inserito in Target du jour da Giulia il 13-12-05 alle 04:48

The predictable ending
Stamattina alle nove hanno giustiziato Tookie Williams. Abbondantemente recuperato e riabilitato, da anni lavorava per fare in modo che sempre meno ragazzi potessero ripetere il suo errore. A un certo punto era stato anche proposto per un Nobel per la pace.
Qui non si ritiene che ci siano persone che “devono morire” e persone che invece possono essere risparmiate. Non si cede alla logica qualunquista e vergognosa secondo cui certi assassini fanno più schifo di altri, e quindi devono morire in nome di una fantomatica “giustizia” dovuta alle famiglie delle vittime. E tuttavia, il pensiero si è generato da solo: stamattina, una persona socialmente utile è stata uccisa a sangue freddo, in un rituale collaudato e sancito dalla legge.
E mi verrebbero cose da dire sulla Turchia, l’Ue e i rapporti commerciali con gli Stati Uniti, ma che le dico a fare.

Magar’ dop’
Cioè, fatemi capire: se stava per morire la grazia c’era, e se non moriva, non c’era?
Il solito applauso a chi ha caricato la pagina sul sito e creato il link.

Di cosa parliamo quando parliamo di PACS

inserito in Pacs nobiscum da Giulia il 08-12-05 alle 04:37

Nel bene e nel male, il dibattito sui PACS procede anche qui. Se ne parla poco, e male, e appena qualche esponente della classe politica si azzarda a bisbigliare la sigletta, immediata come il tuono dopo il lampo giunge assordante la voce di qualche alto prelato, che dalle pagine di ogni quotidiano disponibile reitera che i patti civili di solidarietà minano la famiglia. I PACS vengono liquidati come “matrimoni di serie B per omosessuali e gente che ha paura di sposarsi”, poi arriva il solito democristiano che semplifica, “Chi vuole i diritti si sposi” (e gli altri, implicitamente, si arrangino). Tutti tornano nei ranghi, e la vita riprende come se niente fosse.

Quello che rende il dibattito sui PACS così difficile da portare avanti, a mio avviso, è un altro fattore. Una componente più impalpabile, che innervosisce le parti coinvolte e fa scaldare rapidamente le discussioni fino al bollore. Parlare di PACS, a tutti gli effetti, ci costringe a spostare in ambito politico una scelta privata, legata all’affettività e alla nostra vita quotidiana. Ci obbliga a riflettere su chi sono le persone che amiamo, su quanto le amiamo, e sull’essenza dei nostri sentimenti. Parlare di PACS, in breve, ci forza ad interrogarci sulla natura dell’amore. Roba su cui filosofi, psicologi e letterati (per non parlare della gente comune) si affannano da sempre, di colpo diventa oggetto di discussione pubblica. Mica da ridere, signora mia.

Da un lato è ormai consolidato che per le coppie eterosessuali che convivono esiste l’opzione “matrimonio civile”. Non è una novità, e non è nemmeno una soluzione ideologicamente valida per tutti: c’è chi considera il matrimonio un’istituzione superata, eccetera. Ma al di là di queste eccezioni, una coppia considerata “normale” può sposarsi dove e quando vuole, con tutti i diritti e i doveri che il contratto comporta in termini sociali.
Il dibattito sui PACS sta rimettendo in discussione non solo il concetto di “coppia normale”, ma anche la natura del sentimento che consenta a due persone di usufruire dei diritti patrimoniali, di assistenza sanitaria e di visita in carcere (per citarne alcuni) previsti dai patti civili di solidarietà.

Famiglia Cristiana, come già visto di recente, ha giocato d’anticipo, bollando come “non vera” ogni forma di relazione sentimentale diversa dalla coppia tradizionale con validi progetti matrimoniali nel nome del Signore. Si escludono così dalla definizione di “coppia meritevole di essere unita in matrimonio” non solo le coppie omosessuali, ma anche quelle in cui anche solo uno dei due partner sia divorziato, a prescindere dai motivi del divorzio. Nessuno ha ancora fatto la seconda domanda: “Non vera” perché? Su quale base la Chiesa Cattolica giudica (o almeno, pretende di giudicare) la maggiore o minore verità dell’amore fra i singoli individui? Chi, se non il singolo, sa quanto sia vero il suo amore, e in quali sconvolgimenti interni consista, quale felicità o sofferenza porti?

Facciamo dunque gli esempi estremi. La signora Pina e la signora Gina non sono unite da alcun vincolo di parentela. Rimaste vedove, e molto anziane, si sono trovate a vivere sotto lo stesso tetto, nella casa di proprietà del defunto marito della signora Pina, fratello del compagno di una vita della signora Gina.
Le due non vanno nemmeno particolarmente d’accordo: la Pina ha sempre rimproverato alla Gina la sua eccessiva vanità, mentre la Gina trova che la Pina, professoressa di fisica e matematica, sia un’insopportabile signorina precisetti (l’espressione esatta della Gina è un’altra, e implica l’uso creativo di un manico di scopa). Tuttavia, la Pina non si sarebbe mai sognata di buttare fuori di casa la Gina, rimasta sola al mondo dopo la morte del compagno, e le due da tempo si offrono a vicenda sostegno morale e assistenza nelle piccole incombenze della vita quotidiana.
Se la Gina o la Pina si ammalassero, i soli responsabili della loro assistenza sarebbero i parenti emigrati in Canada, per la Gina, e un cugino spocchioso residente in Argentina, per la Pina. Entrambe le donne preferirebbero darsi reciproca assistenza, ma per la legge italiana non possono. Lungi dal costituire una coppia lesbica, le due potrebbero beneficiare del PACS in molti modi. E tuttavia, anche grazie alla strenua opposizione della Chiesa Cattolica alla solidarietà civile, non possono e non potranno mai.

I PACS servono a tutelare anche queste forme di convivenza, che in un paese sempre più anziano e sempre più solo non potranno che aumentare. I PACS servono a tutelare le coppie in cui uno dei due partner sia impegnato in una lunga e dolorosa battaglia legale per ottenere il divorzio da un ex coniuge deciso a negarglielo, o a permettere a coppie di amici fraterni di prestarsi reciprocamente soccorso. In Italia, paese di pusillanimi in cui il compagno di vita di Don Lurio veniva definito dai giornali “amico intimo” o simili sciocchezze, si discute se concedere o meno alle coppie omosessuali la possibilità di unirsi e condividere la vita perché non si vuole offendere il Vaticano dichiarando apertamente che l’amore fra due persone dello stesso sesso può essere verissimo, o può non esserlo, ma che questa verità o falsità non è intrinseca alla sua natura; anzi, che la sua natura non è affatto diversa da quella dell’amore eterosessuale. E che quindi anche le coppie omosessuali dovrebbero avere la possibilità di sposarsi con tutti i crismi, la torta e i certificati di matrimonio, almeno civilmente. E che i PACS, lungi dall’essere solo matrimoni di serie B, servono a coprire tutti gli altri casi, tutte le varianti dell’amore, dell’affetto, della solidarietà e della convivenza che non possono, per la natura del sentimento su cui sono fondate o per impedimenti giuridici, essere tutelate dal contratto matrimoniale. Sempre più diffuse, sempre meno protette, sempre più dolorosamente ghettizzate.