“La depressione? Passata!”
Donne, giubilate. State giubilando? Bene così, adesso vi dico anche perché, ma per favore, non smettere di giubilare per nessun motivo. Perché è arrivata fra noi la soluzione a tutti – e dico tutti – i nostri problemi di depressione, malessere, scarsa autostima. Avete presente tutte le volte che vi siete sentite pari a un bruscolo nell’occhio dell’universo, anzi, meno, perché almeno il bruscolo dà fastidio, ma voi non vi sentivate nemmeno in grado di infastidire? E tutto perché lui, il centro miracoloso del Creato, l’essere a cui avevate consacrato tutta la vostra persona, non vi mostrava la dovuta attenzione.
(State giubilando? Vi ho detto di giubilare. Non vi sento fare abbastanza rumore.)
Quante ricariche del cellulare vi siete fulminate per sfogare con le amiche quel senso di nullità totale? Quante volte avete pianto e meditato gesti estremi (dal ritiro a vita monastica in giù) pur di non dover nuovamente affrontare l’ingiuria di sentirvi irrilevanti agli occhi degli uomini che avevate scelto di amare?
Orsù, giubilate: tutto questo è finito.
Ora c’è Riza.
Se pensate che stia scherzando, forse non avete visto la pubblicità della nuova (?) rivista diretta da Raffaele Morelli. Non pago di aver soppiantato perfino Crepet nella rappresentazione dello psicologo da salotto televisivo, quello che ti dice cose che ti potrebbe dire anche tua nonna facendole cadere dall’alto di una laurea, Morelli ora dirige la rivista di cui sopra. Ad informarci di questa sua nuova impresa è un promo che è poco definire ridicolo, se non addirittura offensivo: una graziosa venti-trentenne frigna al telefono che l’uomo non la considera e lei si sente una nullità. Stacco, e la stessa venti-trentenne sorridente annuncia al mondo che ha detto addio alla depressione – alla depressione, sì - grazie a Riza, il nuovo periodico diretto da Raffaele Morelli.
Chiunque sappia cosa sia la depressione, per esperienza diretta o indiretta, sa anche che ci vuole ben più di un giornaletto per venirne fuori. La depressione, quella seria, è una faccenda piuttosto diversa dal sentirsi giù per cinque minuti perché il fidanzato fa un po’ il coglione, oppure perché ci si innamora in modo seriale di uomini che non riescono a distinguerci da una finestra aperta, o ancora perché, nonostante si abbia di tutto e di più in termini di amore, comprensione e tenerezza, purtuttavia si frigna. La depressione è una malattia che va curata con pazienza e tenacia. Ci vogliono anni di terapia, ci vuole impegno, ci vuole determinazione.
Un giornale può forse aiutare a “tirarsi su” in un momento negativo. Può fungere da incentivo all’individuazione della natura del proprio malumore. Nel migliore dei casi, può spingere a cercare cure serie per un disturbo serio. Ma non si è mai visto nessuno guarire dalla depressione per aver letto un giornale, anche se (soprattutto se) è un giornale di Morelli.
Ci vuole ben più che qualche riga su carta stampata per rimediare alla tendenza ormai profondamente ingranata nel subconscio delle donne a sentirsi dei fallimenti se l’amore non dà loro quanto dovrebbe (o quanto loro si aspettano che dovrebbe). Educate fino da bambine alla ricerca del Principe Azzurro, non solo ormai lo vediamo dappertutto, ma ci diamo anche delle gran martellate nelle ovaie se non lo troviamo o se quello che troviamo, dopo un po’, risulta essere – sorpresa sorpresa – un essere umano con una serie di difetti più o meno tollerabili.
Colpa nostra, colpa nostra, di tutto.
E tutto questo dovrebbe farcelo passare un giornale? Lo sappiamo anche noi che è una cosa cretina, ma è così. Ci sono dietro secoli di condizionamento. Ci dobbiamo convivere, e lentamente superarlo.
E’ qualcosa che esiste. Chiamatela lagna millenaria. Ma non è depressione.
Ora potete smettere di giubilare e potete anche cominciare a mandarlo affanculo, Morelli.
#9 Il più grande comico del mondo
Chi?
Silvio Berlusconi, ovviamente.
“Non volevo la guerra in Iraq”
“Tentai a più riprese di convicere Bush”.
Ad uno così, Benigni è degno solo di leccare i piedi.
(Ah, non preoccupatevi: Nassiriya, Calipari, Baldoni… erano solo gag.)
In partenza
Lasciamo Via Gregorio VII in un bel giorno di sole. Il nuovo studio di Saxa Rubra, quello da cui ricominceremo a trasmettere il giorno del mio compleanno, è grande il doppio e ancora vuoto.
Ci lasciamo dietro i tecnici, i fonici, i cameramen, gli ispettori di studio, i truccatori, i parrucchieri. Solo la redazione, gli autori, i conduttori e la regia migreranno verso la Terra Promessa, che a sentire chi ci ha già lavorato è più simile a un centro di detenzione. In mezzo al nulla, circondato solo da un parcheggio, il Centro Rai vive di vita propria. Noi andiamo lì, con i nostri scatoloni, come gli emigranti, sperando nel futuro.
A me mancherà molto, questo posto. Ma soprattutto mi mancheranno i miei baristi, che per cinque mesi della mia vita mi hanno preparato la colazione quasi tutti i giorni, ultimamente senza che nemmeno dovessi dire che cosa volessi mangiare. Era già pronto al banco.
Mi mancheranno le chiacchiere con Paola, la mattina, mentre mi stende l’ombretto, e con Cristiana, la regina del bigodone.
Mi mancheranno gli sfottò degli operatori e le corse in grafica per far correggere i refusi dell’ultimo minuto.
E’ stato un posto felice. Potendo scegliere, ci resterei.
Grandi artisti #2
Il pubblico di Fan e Controfan ha deciso che Massimo Di Cataldo non è più un idolo per teenager.
Le mie certezze crollano all’improvviso.
Grandi artisti #1
Pare che Enrico Boccadoro, o la di lui casa discografica (non ho capito) ieri si siano adirati perché, in maniera scherzosa, abbiamo suggerito che la sua canzone Dov’è la terra, capitano? fosse un plagio di Sei bellissima.
Essere paragonati alla divina Lory dovrebbe essere un complimento, ma si vede che ci siamo sbagliati. Infatti, mi fa notare una collega, il pezzo somiglia molto di più a Se stiamo insieme di Riccardo Cocciante.
La precisione è importante.
Quasi quanto l’autoironia.
Mille giri
C’è una casalinga dentro quasi ogni donna. A volte è disperata (tipo quando si rende conto che il compagno, tanto buono e tanto caro, non è assolutamente addomesticabile oltre un certo limite, fissato in genere intorno all’azione di mettere i propri calzini lerci direttamente nel cesto della biancheria, anziché abbandonarli in punti random del parquet), altre volte è mediamente soddisfatta (tipo quando inventa un piatto nuovo che riscontra un certo successo tra i commensali), e altre volte ancora è totalmente estatica.
La casalinga che vive dentro di me, in generale mediamente soddisfatta e solo occasionalmente disperata (numero di calzini random in netta diminuzione), in questi giorni vive un momento di estasi quasi teresiana, causa acquisto di una nuova, fiammante, meravigliosa lavatrice.
L’oggetto del desiderio, arrivato in casa in seguito al decesso della sua antenata (una Candy più o meno coetanea della casalinga), è stata selezionata in base a una caratteristica che per la casalinga dentro di me - dovrò decidermi a battezzarla, prima o poi - era diventata una vera e propria ossessione, vale a dire la velocità di centrifuga. Nello specifico, essa possiede i vagheggiati mille giri regolabili (zero, quattrocento, cinquecentocinquanta, settecento, ottocentocinquanta a seconda delle esigenze) che fanno sì che le lenzuola escano dal cestello strizzate fino quasi all’asciugatura.
Ad installazione avvenuta, la casalinga scopre con sgomento che il nuovo elettrodomestico non possiede la funzione di mezzo carico. Si consola però pensando che, data la rapidità con cui le lenzuola perdono la loro fragranza, l’assenza del mezzo carico sarà un’ottima scusa per lavare compulsivamente i completi da letto e dormire quindi su biancheria sempre profumata di ammorbidente. (La casalinga dentro di me è la segretaria della Bree Van De Kamp Admiration Society, ma aspira segretamente alla presidenza.)
Partita dunque la lavatrice (elettronica, tutta una spia e una lucetta) e constatata la bontà della sua performance (centrifuga che sibila con eleganza, tipo partenza dello Shuttle vista al telegiornale) arriva il momento della verità. I famosi mille giri, settati per prudenza su un più modesto settecento, devono rendere conto della propria esistenza. Ed è qui che la casalinga, vuotato il cestello, corre euforica incontro al compagno agitando un calzino umido:
“Senti, senti che meraviglia!”
E’ sempre a questo punto che il socio (uno che per traslocare ha dovuto appaiarsi i pedalini uno per uno, e ancora ne avanzano), tira fuori un metaforico AK47 e secca la casalinga che è dentro di me, spiegandole senza mezzi termini che è molto, molto, molto lontano il giorno in cui lui si emozionerà per il livello di strizzatura della biancheria.
La casalinga che è dentro di me, se non morta comunque gravemente ferita, batte in ritirata lasciandosi dietro una scia di Lip Lana e Delicati. Rimane a guardia del bastione una sua parente prossima, quella che per tutta la durata di Grease (in onda ieri sera su Raidue) canta balla e recita a memoria tutte le battute salienti.
Il socio ha già chiesto asilo politico. In Afghanistan.
Che siano cerchi e non buchi
Il vostro compito per oggi è andare qui, oggi pomeriggio dalle 14.00 e fino a domani, e votare.
Basta un clicchino.
Non vi posso dire per chi mi piacerebbe che votaste, ma se mi conoscete un pochino ci arriverete da soli.
Se volete anche vedere la diretta (e avete una connessione dall’ADSL in su), andate invece qui dalle 14.00 alle 18.30. La rubrica in questione va proprio all’inizio della trasmissione, intorno alle 14.05.
E per ora basta.
Puntata riparatoria
Da Repubblica.it, i grassetti sono miei:
Niente di nuovo stasera da Celentano secondo Michele Bonatesta, componente della direzione nazionale di An e membro della commissione di Vigilanza sulla Rai. “Santoro, con il contorno di Biagi e Luttazzi, nel tripudio della claque, a recitare la parte del povero epurato, del martire della libertà d’espressione nell’era del tiranno di Arcore e dei suoi ‘editti bulgari’: niente di nuovo stasera da Celentano”. “Quello che dispiace - osserva Bonatesta - è che il Molleggiato si sia prestato al gioco di Santoro. All’insegna del politicamente corretto più spinto, come un Fabio Fazio qualsiasi”.
A questo punto, ha continuato l’esponente di An, “chiediamo di ripristinare la par condicio e il pluralismo nella prossima puntata, che deve essere riparatoria.[…]
La prossima puntata del programma di Celentano (che si intitola Rockpolitik, non a caso Del Noce ha dichiarato “lo sapevo io, che era un programma politico”. Perspicace) verterà dunque interamente sull’Italia come paese meraviglioso, patria della libertà d’informazione nonostante l’assedio dei comunisti, ove il sole splende sempre, le infrastrutture funzionano, l’economia è in rilancio, il Parlamento lavora nell’interesse di tutti, il prestigio internazionale è alle stelle e anche i mendicanti si vestono da Gucci.
Ah, dimenticavo: tutti hanno due telefonini e si fanno le loro brave due settimanelle di vacanza l’anno. E ora: tette e culi per tutti! Evviva evviva!
Buone notizie
Grazie alle nuove misure adottate dal governo per l’istruzione, qualche milione di ragazzi handicappati potrà uscire da scuola un’ora prima.
“Ma tu, che fai nella vita?”
È la domanda che ci siamo sentiti fare tutti, almeno una volta nella vita. Per alcuni di noi, la risposta è abbastanza semplice: “il medico”, “lo studente”, “la casalinga”, “la pornostar”.
Per le generazioni precedenti la nostra, pressoché estranee al concetto di “flessibilità”, era facile darsi un’identificazione. Un dipendente delle Poste quando ancora si chiamavano PT (come il mio babbo, ad esempio) iniziava come fattorino e terminava come impiegato. E per tutta la sua vita doveva solo rispondere “Lavoro in Posta” per dare un’identificazione abbastanza chiara di sé in termini di ceto di appartenenza, istruzione, tenore di vita.
Chi non andava all’università si trovava un lavoro, e tendeva a tenerselo vita natural durante, nei limiti delle sue possibilità e di quelle del mercato di riferimento. Anche chi andava all’università, in genere, si sceglieva una professione da portare avanti.
Poi qualcuno inventò il mercato del lavoro mobile e flessibile e acrobatico.
Da anni, ormai, la domanda “Ma tu, che fai nella vita?” mi mette in un leggero imbarazzo. Fino a qualche mese fa, una volta finito di spiegare in che modo mi guadagnavo la pagnotta (non tutti hanno familiarità con le mansioni dei “progettisti di corsi di formazione a distanza”), in genere aggiungevo anche che non mi identificavo molto con il mio lavoro.
Ogni tanto, qualcuno mi domandava “Ma perché lo fai?”
A quel punto, mi era sempre molto difficile evitare di rispondere con un secco “Ho il vizio di mangiare tre volte al giorno”.
(Il mio capo di allora mi perdonerà per questa rivelazione, che è un po’ il segreto di Pulcinella. Dopotutto, se siamo arrivati a una separazione amichevole è stato anche e soprattutto perché non tutti sono nati per fare un lavoro a caso, soprattutto un lavoro per cui non hanno il benché minimo talento. Non è colpa mia se non me ne è mai fregato un emerito della tassonomia di Bloom.)
Prima di allora, avevo fatto:
- la sondaggista alla SWG
- l’insegnante di inglese
- la centralinista di call center commerciale per una dot com fallimentare (un unico numero verde tempestato dalle telefonate di utenti incazzati)
- la redattrice di canali per un portale fortunatamente defunto
- la redattrice e giornalista per un giornale online sfortunatamente defunto.
Dopo di quello, invece, ho fatto:
- la pennivendola per giornali assortiti
- la content manager per un’azienda che non aveva un server, una connessione a Internet, un grafico e nemmeno un’idea di che cazzo stesse facendo.
Tenendo conto che ho studiato per fare il traduttore ma non ho mai voluto fare il traduttore, il mio incessante vagolare alla ricerca di una fonte di reddito mi ha sempre impedito di rispondere con baldanza all’odiato quesito. C’era quasi sempre qualcosa, nel lavoro che stavo facendo, che non aveva niente a che vedere con me. E tuttavia, come milioni di altri miei coetanei, di fronte a un mercato del lavoro così flessibile che solo a pensarci mi peggiora la scoliosi, mi sono sempre preoccupata poco di seguire i miei talenti e molto di più di mettere in tavola un piatto di pasta e pagarmi le bollette.
Il problema non è risolto nemmeno adesso che il mio lavoro, per una volta, mi piace. Lavoro in televisione da quattro mesi e mezzo, ma se me lo domandano mi viene da ridere: “Cosa fai nella vita?” “La conduttrice TV”. Oddio, tenetemi, mi si scuciono i fianchi per l’ilarità. La conduttrice TV. Per favore.
Voglio dire, è quello che faccio oggi. Va bene. Ma sono io, quella?
Posso, in coscienza, dire “Sono una conduttrice” senza sentirmi una deficiente, dato che quattro mesi dopo ancora non ho capito in che macchina devo guardare? Posso, dal momento che il mio contratto scade il 31 dicembre, e da lì in poi potrei verosimilmente finire a fare tutt’altro, dalla lavabicchieri in su, giacché l’affitto non si paga da solo e mi sembra giusto esonerare una volta per tutte i miei genitori dall’obbligo di preoccuparsi per lo stato delle mie finanze?
Direi di no.
Ma voi, che fate nella vita?
Io me la cavo con un “per adesso”.



