Saitenereunsegreto?

Allarme bomba

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 29-09-05 alle 12:27

Per dire la psicosi collettiva. Come tutte le mattine, esco di casa trascinandomi dietro il mini-trolley con i vestiti del giorno. Passando davanti all’ufficio postale dove ho parcheggiato la macchina, in modo un po’ corsaro, noto che si è liberato un posto giusto davanti. Mollo un attimo la valigia, sposto la macchina, scendo. Appena chiuso lo sportello, noto un’impiegata della posta, con tanto di cartellino, che contempla allarmata il mio valigino abbandonato. “Aho’, ma che, ce sta ‘na bomba?”
“No,” faccio io “solo due paia di scarpe, una gonna e una maglietta. Niente di esplosivo.”
La faccia si distende. “Ah, meno male. Nun se po’ mai sape’.”

Aggiornate i bookmark

inserito in Bric à brac da Giulia il 27-09-05 alle 09:10

Qualcuno avrà notato che il dominio www.saitenereunsegreto.com è finalmente stato trasferito, o gioia o gaudio, e risiede ora dove risiede anche il blog. Chi avesse usato il link al dominio di secondo grado www.sestaluna.com/saitenereunsegreto ora può aggiornare il blogroll (o qualsiasi altro posto dove tenga i link).

Un grazie a Piermaria il (nuovo) Webadmin per la pazienza (tutti in coro, dai, “Grazie, Piermaria!”)

Out now

inserito in Spot da Giulia il 27-09-05 alle 11:52

Il nuovo album degli Amari, Grand Master Mogol, esce oggi. Normalmente, non sarebbe il caso di parlare di un disco fatto da gente con cui ci si è ripetutamente ubriacati e di cui si conoscono diversi dettagli agiografici, inclusi i nomi delle ultime tre fidanzate in ordine di apparizione. Oppure è il caso di occuparsene proprio per questo motivo, dato che la normalità, qui dentro, è non occuparsi troppo di musica. E quindi si può parlare di un disco che, più che un disco, è una creatura che si è vista germinare lentamente nelle teste e nelle parole dei suoi creatori.

Adesso che tutti impazziscono per Campo minato, potrei raccontare di quella volta che una persona collaterale al giro degli Amari mi spiegò che cosa significava l’espressione, usando come esempio la borsetta di una ragazza lì presente. Era una borsetta di stoffa, decorata con le illustrazioni de Il Piccolo Principe. “Ecco, quello è un campo minato. Una ti piace, magari è carina, e la prima volta che ci esci insieme scopri che le piace Il Piccolo Principe. E la squalifichi.” Campo minato ti racconta di come sia facile evitare di innamorarsi. Basta fissarsi sui dettagli, fare una bella lista della spesa di cose assolutamente inammissibili (libri, gruppi, pettinature, colori, abitudini da disprezzare) e tenerla a portata di mano quando si incontra una persona nuova. Se la lista è abbastanza lunga, si può essere certi di risparmiarsi a lungo i tremendi sconvolgimenti dell’amore. Si può continuare a desiderarlo senza averlo mai.

Conoscere gente sul treno e La prima volta erano contenute, in forma embrionale, in un promo che gira da più di un anno nelle tasche degli invitati a un merendero Riotmaker. Sono talmente affezionata a quella versione da non riuscire a fare interamente l’abitudine all’aggiornamento.

Il promo ce l’ho ancora in macchina, solo che adesso si è rotto il lettore CD, intrappolandocelo dentro insieme a Grand Master Mogol. Meno male che ne abbiamo due copie, grazie alla munificenza del Pasta e di Carnifull. Perché questo disco me lo sto sentendo davvero, e tanto. E non perché mi sono ubriacata con gli autori, ma proprio perché mi è cresciuto. Gli voglio bene anche per i suoi difetti, per il non lieve poseurismo di certi testi (salvato in parte dall’ironia), le vocali allargate nei pezzi più hip-hop, e i suoni qua e là non troppo profondi. Forse è impossibile separare l’opera dagli autori e dall’alcool ingerito. Forse è la copertina con l’arcobalena e il bambino con il dito nel naso. Forse è “Il Dariella è il genio, io sono il metodo”. Forse è il calore, la paura e il desiderio di crescere che si intuiscono dietro l’ironia.

O forse è proprio che questo disco mi piace, e finita lì. Se vi fidate, compratelo. Si trova nei negozi.

Un sogno realizzato

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 23-09-05 alle 11:43

Entrare nel bar dove faccio colazione la mattina e sentirmi domandare dal barista: “Il solito?”

Colazione dal direttore

inserito in Sono fatti miei, A TV eye on me da Giulia il 22-09-05 alle 04:54

“Mercoledì mattina tutti a colazione da me. Una cosina informale, eh, solo per salutarci” ha detto il direttore di rete.

La giornata mi inizia bene. Arrivo in viale Mazzini trascinandomi dietro il trolley con il cambio del giorno, e all’ingresso incontro Roberto Giacobbo. Mi emoziono moltissimo, ma l’incontro dura un battito di ciglia: il mio conduttore di programmi di divulgazione preferito mi tiene aperta la porta, sorride gentilmente e scompare nel ventre di Mamma Rai.
Peccato. Stavo per esporgli le mie personali teorie sui cerchi nel grano, gli egizi, i paragnosti e il tesoro di Rennes Le Chateau. Magari gli interessava.

Nella saletta dove è allestito il buffet rischio immediatamente il licenziamento. Il direttore di rete, che abitualmente mi saluta al paterno grido di “Bella topa!” (le prime volte mi guardavo dietro le spalle per vedere se parlava con me) mi vede, e si mette subito a sistemarmi i capelli, al paterno grido di “Ti faccio chiudere il contratto!” Per la prima volta (temo) si rende conto che io, senza trucco e appena sveglia, più che una topa sembro qualcosa che ha portato dentro il gatto.

I miei colleghi si dividono fra quelli che alle nove di mattina e dopo una sveglia alle sei e mezza sembrano il coniglietto della Duracell (uno, Mario), quelli che sbadigliano vistosamente (la maggioranza) e quelli che arrivano quando la riunione post-rinfresco è già praticamente finita (Barbara e la solita Denise). Quelli che sbadigliano vistosamente riescono a sbadigliare anche durante la riunione con il direttore e un altro dei megacapi del canale. La scrivente non sbadiglia, ma si rende protagonista di una delle più spettacolari figure di merda da quando ha iniziato a lavorare in tivvù.
Il megacapo ci fa un breve, coinvolgente e motivante discorso su come noi siamo i primi, gli sperimentatori eccetera. Alla fine del discorso io me ne esco con la seguente dichiarazione:
“Ci sentiamo un po’ come i Padri Pellegrini sul Mayflower.”
Il megacapo: “Che non so cosa sia, ma fa niente.”
Segue applauso.
(Così imparo a fare la spiritosa.)

Un’altra cosa che traspare dalla riunione è che, dopo Torpignattara, è Saxa Rubra la nuova Bocca dell’Inferno. Lo studio si trasferisce lì fra meno di un mese e mezzo, e già Barbara, quando ne parla, sembra l’immancabile personaggio in X-Files che “conosce la verità” ed è sopravvissuto per raccontarla. Marita Covarrubias. O l’Uomo che Fuma.

Son cose rassicuranti.
Magari qualcuno vorrebbe investigare sul fenomeno. Tipo, che ne so, Giacobbo.

M’immagino un mondo

inserito in Target du jour, Pacs nobiscum da Giulia il 20-09-05 alle 06:32

Provo a immaginarmi un mondo non dico senza Ruini, ma almeno senza Rutelli. Un mondo in cui un Antonio e un Francesco, una Grazia e una Tiziana, decidano di sottoscrivere un Patto Civile di Solidarietà.

Volevo scrivere un post in cui ipotizzare storie verosimili di coppie con vite normali, che avendo sottoscritto il Pacs avessero ottenuto il diritto di visita in ospedale, il diritto alla successione patrimoniale e nel contratto d’affitto, e altre garanzie tuttora negate a chi non abbia contratto matrimonio. Non ci sono riuscita, un po’ perché il risultato era stucchevole, e un po’ perché mi sono resa conto di come, nella nostra società, sia considerato normale e giusto negare a una parte consistente di cittadini i propri diritti. Di come “Il matrimonio gay no!” sia salutata come una dichiarazione ragionevole, moderata, riformista in faccia allo scellerato avanguardismo barricadero di quel tale che governa la Spagna.
(E la governa bene, a giudicare da come si sta in Spagna adesso. O almeno, così mi dicono.)
Allora ho deciso di non fare il giro largo. Di dire questa cosa come la penso, dritta, chiara e inequivocabile.

In Italia è normale dire: “Tu devi pagare le tasse, contribuire all’economia e alla vita politica e sociale del paese. Però se sei frocio, fai un favore, tienitelo per te.” In Italia si può essere gay solo in televisione, a patto di scheccare furiosamente ad uso e consumo di chi preferisce che gli omosessuali siano immediatamente riconoscibili, in modo da non confonderli con il salumaio, il meccanico e l’impiegato dell’ufficio postale sotto casa. A patto di agitare l’omosessualità come una bandiera identificativa e qualificante. Con rare eccezioni, ovviamente, che non sto qui ad elencare.
In Italia si può essere omosessuali solo in modo simbolico. Si può anche stare tutta la vita con la stessa persona, a patto di essere consapevoli che il legame è effimero, che la progettualità è minata alla base dall’assenza di garanzie. La malattia, la morte, possono distruggere tutto. Si può perdere la casa e il lavoro. Se uno dei due partner viene incarcerato, l’altro non potrà più vederlo. Tutto è momentaneo.
Passa la voglia, direi, di provare a costruirsi una vita insieme. C’è chi ci prova lo stesso. A dispetto di tutto.

Ruini sostiene che i Pacs minano la stabilità sociale e sono anticostituzionali. Anticostituzionale è la discriminazione dei cittadini, e nulla nella nostra Costituzione parla di unione fra un uomo e una donna: si parla di “unione naturale” e di “coniugi”. Ma soprattutto: in quale modo, di grazia, la regolamentazione di un legame già esistente andrebbe a minare la stabilità sociale?

Mi direte: eh, senza l’obbligo del matrimonio molte coppie si sentirebbero libere da ogni vincolo. Il Pacs si fa e si disfa con grande facilità. E se questo per le coppie omosessuali non rappresenta un problema, per le coppie eterosessuali sarebbe un vincolo in meno.

Non ho mai visto una coppia sposata rimanere insieme a forza perché non aveva voglia di affrontare la trafila del divorzio. Si rimane insieme per i figli, per i soldi, per abitudine, per rabbia, per paura, ma non perché separarsi è rognoso. La gente si separa. Punto. Un tempo ci si sceglieva un compagno per la vita, e quello era, nel bene e nel male (e male, a volte, ce n’era anche troppo). Adesso basta un po’ di noia, e le coppie si rompono. Il legame giuridico non è vincolante: ci si lascia, e fine. A volte, il giudice fa il famoso tentativo di conciliazione. Più spesso, si paga quello che si deve pagare e si procede ognuno per gli affari propri.

Questo, il Pacs non lo può cambiare.
Non si può obbligare nessuno a rimanere con un compagno che non sopporta più. Ci si separava anche prima del divorzio, ma a farne le spese era il coniuge economicamente più debole. Chi credeva nella sacralità del matrimonio non si separava, e non lo fa tuttora. Se la Chiesa Cattolica ha perso il potere di convincere i propri fedeli, non può arrogarsi il diritto di imporre la propria visione del mondo a chi non crede. A chi pensa che la base del matrimonio siano l’amore e il rispetto, e che in mancanza di amore e di rispetto sia meglio prendere strade diverse, prima di odiarsi, di farsi davvero male. A chi pensa che Dio, con il matrimonio, non c’entri un accidente.

Chi vuole rimanere insieme, resta insieme a prescindere dal tipo di contratto sottoscritto. Così come resteranno insieme le coppie omosessuali che la Chiesa cerca ripetutamente di colpire. Fino alla fine dei loro giorni, se lo vorranno. Che Ruini, e Rutelli, lo gradiscano o meno.

Bu!

inserito in Sono fatti miei da Giulia il 18-09-05 alle 05:49

Io non ho paura di niente.
No, non è vero.Da piccolissima avevo paura di due cose. Non solo di due, per la verità, ma diciamo che erano due le paure irrazionali che riempivano di stupore i miei genitori. Uno era il galletto del Riso Gallo Blond. Il suo grido di “Chicchi-ricchiiiiiii!” mi gettava nel panico, e mi mettevo a piangere disperatamente. Stessa reazione - ugualmente inspiegabile - suscitata dalla pubblicità del Last, il detersivo per piatti al limone. Nello spot - o réclame, come si chiamava prima che diventasse seriamente invasiva - una mano di donna strisciava l’indice su un piatto pulito. Il suono provocato dalla frizione, per qualche ragione, mi terrorizzava.

Vabbè, ero un’infante. Ero poco più grande quando mi sono svegliata in piena notte nel lettone dei miei, che avevano e hanno l’abitudine di dormire con il televisore acceso, e ho scoperto che, a trasmissioni terminate, lo schermo si riempiva di neve ronzante. Da allora, e per il resto della mia vita, sono stata agghiacciata dalla sigla di chiusura del palinsesto Rai. Anche adesso che l’antenna animata in elevazione verso il cielo è roba da antiquariato della televisione, la sua vista mi causa tachicardia e ansia.
“Proprio io mi dovevo beccare la fidanzata che ha paura del monoscopio.”
“Non ho paura del monoscopio. Ho paura della sigla…”
“Sì, sì, ho capito.”

Però a parte quello, insomma, non ho paura di niente.
A parte il vuoto.
Tipo che vivo da sei mesi al quinto piano, e ancora adesso, per stendere la biancheria, mi sporgo facendo attenzione a non toccare il parapetto del terrazzo.
Tipo che, per me, visitare un monumento come il Cupolone o la Torre di Pisa (ma anche solo un banalissimo campanile) rappresenta una prova di coraggio che spinge i miei accompagnatori a scatenare ovazioni in piedi se faccio tanto di guardare, timidamente, il panorama.
“Sì, ma in aereo passi tutto il tempo a guardare giù dal finestrino come una bimba in giostra.”
“Lo so. Ogni paura ha le sue contraddizioni.”

Insomma, dai, un sacco di gente ha paura del vuoto. Non sono mica l’unica.
Però ecco, ho anche paura delle onde. Non dell’acqua fonda, perché so nuotare (o quantomeno stare a galla): ho paura proprio delle onde.
Faccio un esempio.
La scorsa estate, a Sabaudia. Sono in acqua con il socio, che mi sta tenendo in braccio. Da sopra la sua spalla, vedo la superficie del mare sollevarsi e incresparsi.
“Un’onda, un’onda, lasciami andare!”
“Ma dove?”
Io (squittendo e divincolandomi per nuotare lontano dal minaccioso cavallone): “Dietro di te, dietro di te!”
Il socio, calmo: “Sta tranquilla, qui si tocca, non ti succede niente.”
Io (ormai regredita al sesto anno d’età): “Ho paura, ho paura, l’onda!”
A quel punto, il socio, preoccupato e anche un po’ strangolato da me che mi sto producendo nella mia migliore imitazione di un koala sull’eucalipto, si gira.
E si mette a ridere.
“No, perché capisci, strillavi come una matta. Sembrava che dovesse arrivare lo tsunami, ed era l’onda del bidet.”

Sì, ecco, ho paura delle onde e anche delle bestie grosse.
I cani di taglia superiore al barboncino mi mettono un certo nervosismo, ma dopotutto quando avevo cinque anni sono stata buttata a terra e rosicchiata da un pastore maremmano che pesava due volte me. Per cui mi si perdoni se, quando ne vedo uno, comincio un po’ a sudare.
Però ho paura anche dei cavalli.
“Come sarebbe a dire che hai paura dei cavalli?”
“Ho paura dei cavalli. Sono grossi.”
“Ma i cavalli sono buoni!”
“I cavalli se si imbizzarriscono ti buttano per terra e ti calpestano. Ho paura dei cavalli. Non ci vado vicino.”
“Ma è assurdo!”
“A me piacciono gli asinelli.”
“Gli… asinelli?”
“Sì, sì, gli asinelli.”

“E ho paura anche delle mucche.”
“Come sarebbe a dire che hai paura delle mucche?”
“Sì, ma non in foto, dal vivo.”
“E vorrei vedere.”
“Sono grosse, ti incornano.”
“Le mucche non incornano la gente!”
“E se mi camminano sopra?”
“Ci rinuncio.”

Insomma, non ho paura di niente tranne che della sigla di chiusura delle trasmissioni Rai, del vuoto, delle onde, dei cani, dei cavalli e delle mucche.
“Su questa roba ci devi fare un post.”
“Forse sì. Oh, guarda, c’è una bestia in bagno.”
“Dove? Dove? Aaaaargh! Uccidila!
“OK, adesso è morta.”
“Grazie. Phew.”

Niente fiabe per la notte

inserito in Bric à brac da Giulia il 16-09-05 alle 04:50

Siamo andati a vedere The Brothers Grimm (lingua originale, Cinema Barberini, ieri sera, per i più didascalici). Dopo avere visto Lost in La Mancha, il documentario sul tragico, rovinoso fallimento di Don Quixote, non potevo non tifare per Terry Gilliam. Anzi, mi sbilancio. Chi non tifa per Terry Gilliam è un arido che ha perso la capacità di sognare. A prescindere dal gradimento dei suoi film, Terry Gilliam va amato, incoraggiato, ricordato nelle proprie preghiere solo perché esiste, e fa quello che fa nel modo in cui lo fa: alla grande, alla matta, con allegria, incoscienza, voglia di sperimentare.

Il film è un trionfo visivo in cui tutte le fiabe si fondono e si intrecciano e assumono la dimensione orrorifica che la tradizione orale ha finito per edulcorare omettendone i particolari macabri e spaventosi. La foresta, elemento cruciale di tutte le fiabe dei veri fratelli Grimm, si anima, si muove, diventa organismo vivente, labirinto intestinale, inghiotte e non restituisce.

Un film che fa ridere e spaventa. Ne parla, qui,anche il mio vicino di sedia.

Ieri, oggi, domani e lunedì non so

inserito in A TV eye on me da Giulia il 16-09-05 alle 11:31

Ieri
Selvaggia arriva qui accompagnata da Laerte e da una scollatura che sarebbe poco definire abissale. L’effetto-calamita delle sue poppe non smette di meravigliarmi: maschi e femmine, etero e omo, piccoli e grandi, tutti guardano . La scollatura è un centro di gravità permanente. (Lo stesso fenomeno si verifica anche con una delle mie colleghe, del cui generoso avantreno materno si è discusso, lei partecipe, fino a cinque minuti fa.) Purtroppo siamo in fascia protetta, per cui la costumista la acchiappa in corridoio e la cuce dentro la giacca. A malapena. “Sembri la pubblicità delle Fisherman’s Friend” le dico, quando la vedo uscire dal camerino di Natalia, inguainata come in una muta da sub. “Non respirare, altrimenti esplodi!”
Dall’ultima volta che l’avevo vista (a Cronache Marziane, come supposta avversaria del Carlotti. In una puntata in cui “Non si disse nulla”) è dimagrita parecchio, in forma, anche se denuncia un filiiiiiino di stress da maternità. Vale a dire, l’ennesima notte insonne per le urla del pupo, che questa volta ha il raffreddore.
Laerte, per chi fosse curioso, è quieto e simpatico, parla poco ma è gentile e sta in studio con noi per tutto il tempo dell’intervista.
Non c’è molto da raccontare, a parte che sono stata contenta di vederli.

Oggi
Me ne ero dimenticata, ma me l’ha ricordato Manlio, che ogni mattina mi stampa le biografie degli artisti: la rubrica dei video va in edizione speciale. Oggi ospitiamo Passa 15 (vi darei il link al sito dove è possibile vedere il video, ma non riesco a ritrovarlo). La rubrica va in onda alle 15.40 circa, minuto più minuto meno. Prevedo frizzi, lazzi e tonnellate di cotillon.

Domani
Si va a firmare il contratto per la nuova casa. Non dico niente di più perché sono improvvisamente molto felice, e voglio tenermela per me, la felicità.

Lunedì
Se sopravvivo alla Notte Bianca, business as usual.

All’improvviso, una conosciuta

inserito in A TV eye on me da Giulia il 15-09-05 alle 03:33

Oggi, alle 17.10, su Futura TV, arriva lei. La intervista Chiara nel suo spazio Giornalista per un giorno.

Seguirà post.