Fatto cose, visto gente
Da Camillo Langone ho appreso una grande verità: essendo femmina, sono naturalmente pagana. Le due cose sono intrinsecamente legate. Qualcuno vuole cortesemente informare di questo fatto una certa minuscola suora albanese residente a Calcutta? Ah, è morta. Allora va bene. In nome di Ceridwen, passatemi il calderone!
Dal dj set di tre quarti d’ora al KM5 ho appreso che non so fare la diggèi. Cioè: se per diggèi si intende una che non sa mixare niente a tempo, è scoordinatissima, si dimentica di far partire i pezzi, suda, si agita, apre con Henry Mancini per poi scivolare brevemente nell’indierock, cadere nel tunnel della cassa grassa e chiudere con gli REM che cantano The Lion Sleeps Tonight… OK, no, lo so, non fa niente.
Dai viaggi in treno ho imparato che Torino è collegata peggio di Trieste. Che è tutto dire.
Dal concerto dei Throbbing Gristle non ho imparato granché, ma l’immagine delle grandi tette di gomma che sporgono dal torace di Cosey Fanni Tutti ci perseguiterà tutti per un pezzo.
Seguirà testimonianza fotografica.
(Un ringraziamento speciale a Sara e Marcella per la simpatia e la disponibilità 24 ore: che la Dea vi benedica!)
Nomadismo psichico
E me ne vado di nuovo a spasso.
Capita che il molto onorevole Camillo Langone, con il quale condivido una breve ma intensa storia di racconti (miei) e sfottò (suoi), mi aspetta al varco al Traffic Festival di Torino, domani. Dalle diciannove alle ventuno, al KM5 (che spero vivamente sia un locale). Pregate per me. E magari, se avete un’idea del perché al posto della mia foto ci sia quella di De Gregori (o Mark Eitzel, in controluce è uguale) fatemelo sapere.
I re della comodità
Sono in due. Uno è aaaaaaalto, seeeeecco, rosso di capelli e pettinato un po’ alla Antonio Gramsci, almeno in questi giorni. Si muove come uno di quei pupazzetti fatti di perline tenute insieme con l’elastico, che premendo e rilasciando la base si afflosciano e scattano in piedi. L’altro è leggermente più piccolo, carino, con un sorriso lieto in mezzo alla faccia, e da lontano sembra un po’ Frodo Baggins nell’interpretazione di Elijah Wood.
Intorno a loro ci sono le case di Umbertide, questo posto che scritto sembra stare in Inghilterra e invece è ubicato nel profondo dell’Umbria. Ci sono le case e le finestre di una piccola piazza, finestre che si accendono e si spengono, e mostrano famiglie con neonati, gente che sbadiglia, che cammina, che si affaccia per vedere chi è che suona quella musica lieve e senza percussioni, da dove vengono le due voci che cantano, il violino che suona, il ritmo soffice del basso acustico.
In mezzo c’è la gente.
Migliaia di persone, sedute sulle sedie in fila, in piedi o a terra, sui sampietrini ancora caldi.
Giovani, meno giovani, mamme con bambini sulla schiena. Una, in particolare. Canta per tutta la durata del concerto, e alla fine, quando i due tornano alla ribalta per “Una canzone, una sola”, dice al bimbo, “Amore, io non vengo via finché non è finita.”
“Maaamma, ti strozzo” ride il bambino.
“Eh, amore, ti devi abituare: la mamma va ai concerti.”
Una canzone, una sola, ed è finita. Troppo presto. Nessuno è ancora stanco. Ci si sposta in zona birrini e musica da ballo ancora con il violino che fa plin plin nelle orecchie (plin plin quando pizzicato, si capisce).
Che bel weekend.
Dov’è la Giulia?
Oggi, nel tardo pomeriggio di Perugia, alla Terrazza del Mercato Coperto, dalle 18 fino all’ora di cena, si ariparla di blog con La Pizia (blogger pentita, affermazioni pacate e intelligenti, gentile ironia), il Socio (”Oddio, ho detto un sacco di cazzate!”) e la sottoscritta (fuffa libera, ma messa in maniera convincente). Dopo le chiacchiere, il Socio fa girare i dischi. Come sempre, accorri numeroso.
Genévieve per un giorno
Genévieve Makaping, dicevo.
Makaping, nella sua lingua d’origine, significa “donna che dice no”, in senso traslato “guerriera”. Lei, chioma raccolta in sottili treccine, viso rotondo riempito da un sorriso entusiasta, vestita interamente di bianco con vertiginosi tacchi e artigli in tinta, a tredici anni ha deciso di accettare questo nome e anche il destino che si portava dietro, che l’ha portata anche a farsi rinnegare dalla stessa famiglia che l’aveva nominata.
Appare genuinamente contenta di essere seduta in uno studio televisivo di temperatura variabile fra i quindici e i venticinque gradi, a seconda dello stato di regolazione dell’aria condizionata (a tratti programmata in modalità “bora sul golfo di Trieste”, e a tratti “sauna”, vale a dire spenta). Le piace lo studio e le piace raccontare la sua storia, che è davvero una storia fantastica. Come pochi altri ospiti fra quelli passati finora in trasmissione, è in grado di calamitare l’attenzione di chi le sta intorno. Ride molto. Dice cose profondissime in modo assolutamente semplice e comprensibile. Si lecca le labbra con una lingua rosa da gatto, racconta del giornale che dirige, di quanto ama la Calabria dove vive e lavora, del suo passato da girovaga, del matrimonio con un bianco che le è costato l’espulsione dalla famiglia d’origine (e noi che pensavamo di avere l’esclusiva sul razzismo), della necessità per ognuno di riscattarsi, della bellezza della condivisione, di come tutti siamo fatti di tanti pezzi, abbiamo tante anime, non siamo un unico blocco monolitico e bidimensionale.
Il suo gioioso resoconto del conferimento della cittadinanza italiana da parte del Presidente Ciampi scatena un applauso spontaneo. Il nostro cartoon mysoginist si guarda bene dall’uscirsene con sentenze sull’incapacità genetica delle donne, perché questa qui da sola basta a sconfessare qualsiasi teoria sessista. Oltretutto ha l’aria di essere una di quelle che ti gelano con una battuta sorridente ma definitiva. Diciamo anche che è così simpatica da far passare a chiunque la voglia di provocarla.
La incontro sulle scale mentre sto andando a casa.
“E’ tutto il pomeriggio che ti devo dire una cosa.”
Mi prende una mano. “Cosa, tesoro?”
“Possiamo averti come Ministro dell’Interno, tipo subito?”
La tecnologia mi odia
L’indirizzo di posta del blog è temporaneamente inattivo per motivi a me imperscrutabili.
Se dovete dirmi qualcosa, giulia.blasi[at]gmail.com.
E oggi spero di riuscire a raccontarvi di Genévieve Makaping.
Il sabato del villaggio
Con tre euro compri la tazza. Una tazza bianca a forma di cono tronco, con il logo della festa stampigliato in azzurro. Te la danno dentro un sacchetto di tela acrilica da appendere al collo, che i modaioli portano a tracolla, salvo poi accorgersi che a tracolla è perfettamente inutile: bisogna portarla appesa al collo come una macchina fotografica, in modo da liberarsi le mani per mangiare.
Con gli stessi tre euro puoi farti riempire il bicchiere ogni volta che vuoi (sempre che tu riesca a superare le lunghe code) e mangiare tutti i piatti che riesci a farti riempire (idem). Con tre euro puoi anche assistere a coriimpromptu a base di “Sia benedetta soreca de tutte le qualità”, che le postfemministe non possono non apprezzare, anche se essere l’unica donna in una stanza di uomini che inneggiano alle tue parti intime può metterti leggermente a disagio.
Compreso nel pacchetto da tre euro c’è anche un incontro ravvicinato con un gruppo di ultras del Frosinone, lieti e non lievemente avvinazzati, e il brivido di trovarsi vicino a un kamikaze intento a urlare, anziché banzai (o Allah akhbar, come va più di moda adesso), “Forza Latina!”
I festeggiamenti si protraggono sino ad esaurimento delle scorte di vino, pasta e trippa, ed anche di alcuni convitati. Il tutto si svolge a Frosinone, nel Rione Giardino, una volta l’anno.
Rido di te, di me…
Eeeeh, simpatica questa cosa, la faccio anche io!
Che stai facendo? Aspetto che arrivino truccatrice e costumista.
Che cosa cerchi? Uguale al socio: una casa senza il quarto incomodo.
Hai uno scopo? Sì, ma non lo dico.
Dove ti trovi? In una sala computer troppo colorata, buia e odorosa di detersivo per pavimenti.
E come vivi? Saltello come una capra pazza davanti alle telecamere di un canale satellitare. Per ora.
Di dove sei? Pordenone, Friuli, Italia.
Qual è il tuo aspetto? Fra un’oretta sarà migliore (arrivano la truccatrice e la costumista).
A cosa pensi? A come mascherare la benda elastica che ho sulla caviglia.
Qual è il tuo impegno? Costruire una vita di sorrisi.
Ed il tuo tempo? Poco ma intenso.
Che risultati hai? Migliori di quanto mi aspettassi, ma c’è strada da fare.
Come va il mondo? Malissimo.
Che cosa fai? Mi sbatto.
Quando sei in forma? Canto.
Sei innamorata? Eh sì. Sì sì sì sì sì.
E lui ti ama? Si è fatto quattro ore e mezza seduto su una seggiola da computer al di fuori di uno studio televisivo per vedere me che dicevo cazzate all’interno, e alla fine mi ha anche detto “sei brava”. Direi proprio di sì.
E la chitarra? Non avendo mai imparato a suonarla, l’ho ceduta a mio cugino. Lui ha imparato.
Sei felice? Non bisogna irritare gli dei gelosi. Per cui, non c’è male.
Hai distrazioni? Appena posso.
E la salute? Eccellente, caviglia a parte.
Cosa ti piace? Cantare a squarciagola quando non mi sente quasi nessuno.
Tra il dire e il fare? Ci metto la minore distanza possibile, se no me lo dimentico.
Oi dialogoi (cervelli fuori onda)
Carlotti: “Come hai fatto con la gomma da masticare?”
Io: “L’ho inghiottita. Yes. Adesso i miei succhi gastrici la disintegreranno.”
Carlotti: “Ma non si inghiottono le gomme da masticare! Lo dice anche la mamma: poi ti si blocca l’intestino e non fai più la cacca.”
Io: “Eeeeeh, ma era piiiiiccola! E poi, scusa: i narcotrafficanti come fanno?”
Wednesday morning blues
Certi risvegli ti lasciano dentro un respiro da annegato, da pesce nella boccia di vetro. Questa giornata è iniziata così buia che per vestirmi, come faccio ogni mattina sfruttando la luce che filtra dalle tapparelle, ho dovuto usare il display del cellulare come torcia. Trovale tu un paio di mutande nere in un cassetto buio. Io mi alzo alle sette e mezza. Il coinquilino ha pensato fosse cosa buona e giusta accendere lo stereo a palla alle sette e venti, con la porta aperta. Ho pensato “oggi è mattiniero”. Ho pensato “mortacci tua”. Quando ho finito di farmi la doccia, la musica non c’era più, ma la porta era sempre aperta. Ho riformulato il secondo pensiero, con maggiore convinzione. La caviglia destra mi duole e zoppico. Me la sono storta cadendo da un paio di stivaletti-trappola, e ci ho camminato sopra per due giorni, quasi sempre con i tacchi. Oggi ho detto alla costumista, io dalle Converse non esco neanche sotto tortura. La costumista si è rassegnata all’evidenza.
Certe mattine è giugno e sembra ottobre, e la testa un po’ pulsa, e per pranzo il solito panino al prosciutto.
Certe mattine mi rendo conto che mi sono dimenticata di fare cose importantissime, e che c’è gente arrabbiata con me, là fuori. Perché non mantengo le promesse, scordo gli impegni, scompaio nel nulla, lascio tutto in sospeso.
Certe mattine devo fare spallucce, ché l’energia è quella che è.
Un quarto d’ora a mezzogiorno e molte cose da scoprire. Anche oggi.



