Dieci ottimi motivi per andare a vedere gli Amari
1. Non sono il solito gruppuscolo di provincia col cantante che non sa l’inglese, ma si ostina a scrivere i testi nella lingua d’Albione “perché in italiano proprio non li sente”.
2. Sono assai fichi o fighi a seconda della tua collocazione geografica.
3. (Per gli over thirty) Il Pasta ha la tastierina al collo come Sandy Marton.
4. (Per le under eighteen) Sono più giovani e carini dei Subsonica*.
5. Fanno canzoni con un inizio, un centro, una fine e dei signori giri di basso.
6. Il mondo della stampa musicale li stima (= si sono ubriacati con un sacco di giornalisti).
7. “Il Dariella è il Genio, io sono il Metodo” - Il Pasta.
8. Dopo averli visti una volta, vi rimane la voglia di vederli suonare di nuovo.
9. Il mondo ha bisogno di più friulani.
10. Ne ho parlato così tanto che ormai, se sei a Milano il 5 maggio e non ci vai, non hai capito un cazzo.
Mercoledì 5 maggio.
Ore 22.00
La Casa.
Via Ripamonti 139.
Essici.
* Sorry, ragazzi.
Comunicazione di servizio
Per chi non se ne fosse accorto, oggi Splinder ha deciso arbitrariamente di non caricare alcuni post.
Quali, li sceglie a caso lui, secondo l’imperscrutabile logica di un Drupal andato alle cozze.
Per cui, se volete leggere per intero i blog ospitati nell’amena casetta del Cubo Azzurro, ricaricate la pagina tre o quattro volte.
Con un po’ di culo, forse riuscirete a leggere quello che volete.
:se fossi in te
e’ il mio primo giorno di lavoro, io ho la sindrome premestruale e il quinto raffreddore in quattro mesi.
il nuovo capo invoca a gran voce l’invenzione della cocaina spray (con un pratico dosatore tipo rinazina, immagino) per essere capaci di affrontare di slancio il weekend. oh, ma tutto questo e’ fantastico
ride, pensando di riempire il silenzio improvviso, imbarazzante. da come continua a toccarsi il naso, strofinarsi il labbro superiore e strappare fogli a4 sui quali ha scritto a malapena due righe, insomma: dal grado di agitazione generale, direi che lo spruzzino in questione l’ha gia’ brevettato da tempo.
sta diventando calvo in un punto della testa che non puo’ vedere da solo a meno di usare tre o quattro specchi inclinati secondo angoli suggeriti da stephen hawking, e credo che per pudore nessuno dei parenti o amici stretti abbia avuto il cuore di dirgli la verita’. il risultato e’ che non sa nulla della piazza esedra che gli si sta edificando (ci sono anche l’albergo a cinque stelle e il cinema) li’ dietro, e continua a farsi crescere i capelli, come un david coverdale crosby inconsapevole.
e’ una riunione editoriale. in realta’ si sta parlando di gadget tecnologici e locali per drink nel preserale. le due segretarie fingono di stenografare, ogni tanto sbirciano dalla mia parte e mi studiano. una e’ la figlia sovrappeso di selen, vestita sadomaso. l’altra ha costantemente un’espressione bovina. che tu la stia cazziando o lodando. favolose. te le liquido cosi’. ole’. la vice pende dalle labbra di david coverdale crosby. ha i capelli tirati cosi’ stretti indietro, e un trucco cosi’ pesante sull’ovale perfetto del viso, che e’ facile vedere lo spessore (il gradino) fra cipria e pelle sgombera di makeup - una maschera del teatro no, che dal giappone si sta facendo un giro educativo nel barbaro occidente. parla in romanesco invece che nel dialetto del distretto di kyushu (o come diavolo si chiama). e’ piu’ difficile lavorare con questo tipo di donne: appariscenti, ambiziose, arriviste, aggressive. a.a.a.a. e’ un tipo. se non ne incontro almeno una ogni cinque anni non sono io. di solito mi fanno venire la gastrite. ormai pero’ ho sviluppato tutta una tecnica per rassicurarle sul fatto che non voglio rubare loro la poltrona di vicecapetto del cazzo e che voglio solo fare il lavoro per il quale sono stata assunta, grazie tante e a domani. non e’ che mi manchi l’ambizione. solo che ce l’ho rivolta verso campi diversi.
io voglio un albero di quercia,
un acero,
un cipresso.
voglio un tetto fatto di lastre di ardesia,
voglio la vista sul mare e muretti di pietra viva tirati su a secco,
voglio tende bianche che svolazzano
e uno scaffale cosi’ alto che arriva al soffitto,
dove potro’ mettere tuuuuuuutti i miei libri senza dover ricorrere alle doppie file,
voglio camminare scalza anche d’inverno,
un divano comodo,
delle mani piu’ belle,
due vasi di erbe aromatiche sul davanzale,
voglio una stanza degli ospiti sempre libera,
voglio sorridere spesso,
e non credo che david coverdale crosby possa darmele, queste cose.
quindi tieniti pure la tua scrivania di tre metri davanti alla finestra, stronza.
Chi cerca trova
Filippo Facci, su Donna di Aprile, in risposta alla mail (invero un po’ ingenua) di una lettrice che gli chiede se gli uomini preferiscano davvero “le tipe alla Manuela Arcuri o alla Monica Bellucci” o cerchino “qualcosa di più cerebrale”:
“[…] Comunque, in attesa di affrontare discussioni sul noto terrore maschile per la donna cerebrale, mi permetto di rilevare che io, per esempio, non è che non cerchi qualcosa di più cerebrale: è che non lo trovo.”
Uh che stupore, Filippo, che stupore. Ma che, davèro?
Fate un nodo al fazzoletto
La prima cosa da sapere, in ordine di tempo, è questa:

Radio Dept., gruppo svedese, quello che dovete sapere su di loro e sulle persone dietro all’organizzazione di questo evento lo trovate qui (non mi metto a dare spiegazioni che Enzo abbia già dato prima e meglio…)
Quello che non sapete è che c’è un’altra data. Amici, romani, concittadini, i Radio Dept. suoneranno anche il 2 maggio, per la precisione a Roma, al Circolo degli Artisti. Quelli di voi che non riusciranno a presenziare alla data bolognese sono gentilmente pregati di intervenire all’evento romano (o anche a tutti e due, come la sottoscritta… ma è un’altra storia). C’è più di un motivo per esserci, quindi siateci!
Tutti e due i concerti inizieranno intorno alle 22.00, venite a un’ora decente, il Covo è piccolo per cui poi non vi lamentate se vi lasciano fuori, il Circolo degli Artisti non so, ma venite prestino lo stesso.
A quando le non-persone?
Leggo or ora (ma probabilmente con ritardo astrale rispetto al resto del mondo) che la Gialappa’s Band si è vista tagliare tre quarti d’ora di programma per ordini superiori (provenienti da Luca Tiraboschi, presumibilmente lo stesso che per hobby censura le serie TV che contengano accenni di sessualità non etero, come Buffy the Vampire Slayer o Xena; non sia mai che ai pargoli possano venire strane idee, perché si sa, l’omosessualità è un peccato, non una variante dell’orientamento sessuale).
Motivo del taglio: siamo in campagna elettorale, vige la par condicio, e quindi gli sporchi comunisti che dominano i media devono essere tenuti a freno e messi in condizione di non nuocere.
Non ci risultava che la satira in sé - soprattutto quella sulle reti Mediaset - potesse essere nociva a un buon governante. La satira, come Berlusconi sa benissimo, è una forma molto efficace di pubblicità. Il problema sorge solo quando l’operato del governante in questione e dei suoi dipendenti diretti (ultima in ordine di tempo Letizia Moratti) non solo presta il fianco ad acute critiche, ma in alcuni casi non necessita di una rilettura in chiave umoristica: fa già ridere di suo.
La satira, in un paese che sta bene, non è fonte di rivolta, non è infiammatoria al punto da condizionare pesantemente il voto, perché non punta il dito su aspetti trascurati della realtà. Il problema nell’Italia di questi giorni è il tentativo di riscrittura dei dati reali ad opera della Divisione Comunicazione e Marketing del Governo. Ognuno dei cartelli in cui campeggia il volto abbondantemente fotoscioppato del Cavaliere potrebbe essere commentato con la stessa frase:

In soldoni: se Berlusconi dice che l’Italia è il Paese della Cuccagna, i comici dicono che stiamo facendo la fine dell’Argentina, e noi in tasca non abbiamo un euro, uno dei due è più credibile dell’altro. A voi scegliere quale.
Tanto per citare una parodia di Mai dire domenica: “Paura, eh?…”
Seventy-seven!
Diciamo che avevo mal di stomaco e mal di testa, ma che i sabati sera passati in casa stavano diventando un po’ troppi, e a che mi servono salute e giovinezza se non ne abuso? Insomma, mi sono trascinata al solito Velvet.
Arrivo troppo presto e non c’è nessuno, se non il solito Richard, che girella con la sigaretta in mano. Ci conosciamo da più di dieci anni, eppure riusciamo ad avere la seguente, meravigliosa conversazione:
“Ma ce l’hai ancora, il gruppo?”
“No, Richard, mi hanno cacciata nel 1998.”
“Ah. E l’università come va?”
“Mi sono laureata nel ‘99.”
Prima delle Motorama, vera attrazione della serata, suonano le Allun. Scoprirò più tardi che i due gruppi si presentano spesso in confezione unica, non vendibili separatamente. Il perché, almeno dal vivo, rimane un mistero. Le Allun, con tutta la buona volontà del mondo, sono definibili solo come produttrici di un baccano insostenibile, a base di strilli, chitarra usata per lo più come strumento a percussione e giocattoli per bambini (più fastidioso il suono, meglio è). Però la scena della cantante-chitarrista che cercava di spiegare a Richard come e quando far partire la musica che introduce il loro set è quasi valsa la tortura dell’esibizione:
“Dovresti mettere questo pezzo e sfumarlo quando noi saliamo sul palco.”
“Quindi quando uscite io metto la musica?”
“No, tu metti la musica e noi usciamo, la sfumi quando saliamo sul palco.”
“Ah, ho capito. Allora voi uscite e io vi annuncio mentre metto la musica.”
(Cantante, sarcastica) “Saresti molto gentile a voler dire il nostro nome, sì…”
Per contrasto, le Motorama sono fenomenali. Garage punk tiratissimo. Piazzate una davanti all’altra sul palco, tengono l’attenzione e la scena anche grazie al fenomenale repertorio di espressioni facciali di Laura, la batterista, truccata come uno dei Kiss e capace di dilatare gli occhi ben oltre il limite dei comuni mortali. Che siano bravissime è fuori discussione. Che non abbiano suonato un minuto più del necessario, è altrettanto indiscutibile. Che cosa c’entrino con le Allun, a parte la perfetta simmetria delle formazioni, resta da verificare.
Il ritorno del Moige
Non faccio in tempo a finire di digitare l’infame acronimo, e rieccoli. Dell’espulsione di Roberto Da Crema causa bestemmione sganciato in diretta ormai sappiamo tutti. Ora, a parte che se vado due minuti al bar sotto casa sento cose ben peggiori e molto più creative, si è argomentato che Roberto Da Crema ha offeso i credenti e ferito le orecchie innocenti degli italici pargoli.
Vogliamo parlare di cose offensive che compaiono in televisione?
- Costanzo e signora (e facciamo fuori tre quarti della programmazione televisiva in un colpo solo)
- Le Veline e tutte quelle la cui job description finisce in -ina
- Studio Aperto e derivati
- Tutta Rete 4.
Mi associo a Gianluca Neri. Se fossi negli altri concorrenti, un moccolo ogni due parole per tutta la settimana, fino a rendere impossibili le dirette e ogni eventuale montaggio un’unica, insostenibile sequenza di “biiiip”.
Allora è un vizio
Locandina del Politeama Rossetti (il più grande teatro di Trieste, per i non-triestini):
THE RICHARD O’BRIEN’S
ROCKY HORROR SHOW
Evabbè.
L’arte imita la vita
Il suo nome d’arte è Seymore Butts (anglofoni: leggetelo ad alta voce con la pronuncia esatta per cogliere l’allegro gioco di parole), il nome vero è Adam Glasser, ed è uno dei più popolari produttori di pornografia ad alto consumo. Ha appena annunciato (in un’intervista pubblicata dal solito Salon) che in seguito all’ennesima possibile epidemia di contagi da HIV nel mondo del porno, da ora in poi gli attori dei suoi film useranno i preservativi.
Seymore Butts è uno di quelli simpatici a pelle. Nelle interviste che rilascia, parla dei suoi attori e delle sue attrici con serietà totale, li chiama “talent“, e deplora l’assenza di un sindacato dei porno-performer.
Al contrario di Larry Flynt, non cerca giustificazioni pseudo-filosofiche e morali al suo lavoro, non si occupa della liberazione sessuale della gente, non predica e non battaglia. Il suo lavoro è produrre pornografia come il lavoro di altra gente è produrre cuscinetti a sfera; e il suo rapporto con la gente che lavora per lui è praticamente lo stesso che potrebbe avere il proprietario di una fabbrica con i suoi operai. Se non addirittura più rispettoso e scrupoloso nella salvaguardia della salute dei suoi dipendenti.
Introdurre l’uso dei preservativi nei film porno è più complicato e rischioso di quanto possa sembrare. Il porno si muove nel regno della fantasia, dove le donne sono tutte gnocche e disponibili a fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, non hanno mai le mestruazioni, mal di testa, mal di pancia e smagliature sulle cosce da nascondere con la mezza luce, mentre gli uomini sono tutti ben calibrati, superpotenti, affidabili e performanti. Nel porno non ci si ferma mai, non scappa da ridere, nessuno ha peli in zone poco attraenti, nessuno dice la cosa giusta al momento sbagliato o viceversa, tutte le posizioni riescono al primo colpo, tutti godono un sacco, e nessuno, finora, ha mai dovuto lottare con un preservativo che a) non si trova (”Cazzo, erano qua nel cassetto, dove sono finiti?” “Ecco, li hai spostati, lo sapevo che mi tradisci”) b) non si riesce a infilare (”Ma da che parte si srotola?” “Ah, se non lo sai tu…”) e c) interrompe considerevolmente il flusso degli eventi e a volte causa inconvenienti di tipo idraulico (”Oh-oh.” “Cosa?” “Eh… ehm.” “Oh… oh, vabbè, non importa.” “Dici così solo per non farmi sentire una merda.” “Ma no, dico sul serio.” ecc.)
L’avvento del preservativo nei film pornografici potrebbe portare a una piccola rivoluzione, suggerendo nuovi modi creativi di infilare l’antiestetico gommino con la massima disinvoltura possibile. Potrebbe anche rendere la pornografia più simile al sesso nella vita reale, il che non è necessariamente un male. Come non sarebbe un male se la cosa venisse recepita anche a livello di iconografia hollywoodiana, che anche lì, esiste veramente qualcuno che fa sesso in quel modo fluido e rapito, in scenari perfetti, con completa partecipazione, soprattutto la prima volta? Le prime volte dei film sono quasi sempre romanticissime e riuscitissime e sottolineate da gran violini in crescendo.
Quando nella vita reale è più facile che ti capiti di scopare male, con sottofondo di Radio Deejay, i preservativi sbagliati (troppo piccoli o troppo larghi, e nel secondo caso TRAGEDIA E DEPRESSIONE), troppa luce o troppo poca, i vicini che picchiano sulle pareti, qualcuno che trapana il muro al piano di sotto, e a volte un bambino che non si deve svegliare, nella stanza accanto.



