Facciamo che io andavo

pubblicato da Giulia lunedì, settembre 3, 2007 10:04
Aggiunto alla categoria Bric à brac, Sono fatti miei

Ho visto le Winx in mano alla figlia del mio portiere. Mi sembravano ridotte esattamente come le mie venticinque Barbie più Ken venti e passa anni fa: mezze svestite, capelli stopposi, buttate qua e là. Capisco che un papà si preoccupi di come cresce sua figlia, ma credo che nell’evoluzione di una bambina conti molto di più quello che le viene comunicato sulla sua immagine dai genitori stessi che quello che impara vestendo e svestendo una bamboletta alla quale non si sognerebbe mai di paragonarsi: lo vede anche lei, che è anatomicamente scorretta. Ha le ali, santiddio.

Siccome queste cose le ho già dette, cito da un mio post (antiquariato del blog con autocitazione, che sciccheria):

[…] ho nostalgia di Barbie. Fra me e mia sorella ne avevamo venticinque, tra le quali Marina, Miss Polinesia, la più bella di tutte, con capelli da sirena e occhi asiatici. Avevamo Skipper, Tracy e Todd e i due figli, Ken, e un arsenale di Barbie che avevamo raggruppato per famiglie e alle quali avevamo assegnato un nome. (Per ricordarceli dovevamo consultare un foglietto. Me ne ricordassi uno, di quei nomi.)
La forma del corpo di Barbie non ci provocava crisi di immagine. Le sue tette bazooka non ci riguardavano, le sue gambe chilometriche non erano un problema, non aspiravamo ad avere un vitino di vespa come lei, e i piedi deformati non erano piedi, solo estremità da infilare dentro favolosi zoccoletti col tacco, stivali, scarpe e scarpine da danza. Se Barbie ci ha trasmesso qualcosa, almeno per quello che mi riguarda, è il senso del glamour e del colore. Mia nonna cuciva per la mia Barbie fantastici abiti da ballo usando scampoli di raso avanzati, e io lavoravo a maglia bikini, sciarpe e abiti-tubino (oh, che volete, sapevo andare solo dritta…)

Aggiungo che il merchandising agghiacciante ce l’avevamo anche noi. Trucchi di Barbie, fermagli di Barbie, giochi di Barbie, giornalino di Barbie, giusto i cartoni di Barbie ci mancavano, ma per quelli poi è arrivata Jem, che non mi pare fosse tanto diversa, anzi, era pure peggio delle Winx in un sacco di modi.

Ecco, per dire: prima di farsi venire i capelli dritti in testa per il terrore che la pargola diventi come le gemelle Cappa giocando con le Winx, bisognerebbe chiedere alle bambine di venti, trent’anni fa. Che forse ora sono, o non sono, (apparentemente) cretine come le gemelle Cappa: ma non è sicuramente per colpa delle Barbie, minimo comune denominatore dei giochi di tutte noi. Che se ci siamo rincretinite, culturalmente parlando, è forse colpa di Drive-In e delle Fast Food, di Non è la Rai (come suggerisce Fabrizio nei commenti di Emmebi: io però mi chiamo fuori, non lo guardavo) e in generale della morchia che erano gli anni ’80, non a caso attualmente oggetto di revival. E se ci troviamo brutte e inadeguate è perché – forse – abbiamo avuto famiglie che ci prendevano in giro per il nostro aspetto, e non ci hanno insegnato a rispettare il corpo che ci era toccato in sorte.

Noi con le Barbie ci giocavamo, signori papà. Le vestivamo e le svestivamo e le mettevamo nelle case e nel camper e le facevamo andare in giro e fidanzarsi a turno con l’unico Ken disponibile (e no, questo non ci ha preparate alla poligamia né istigate alla promiscuità). Dice: le Winx hanno una narrazione premasticata, le bambine di oggi non si inventano niente. Io dico: state sottovalutando le bambine. La Barbie Pattinatrice mica aveva sempre su i pattini, la Barbie Ballerina non danzava tutto il tempo. Le bambine amano impossessarsi dei loro giocattoli, e nelle loro mani le Winx forse – forse – tratterranno solo i poteri magici. Il resto germinerà spontaneamente dalle dinamiche di gruppo, dalla loro immaginazione, dal “facciamo che io andavo” e “facciamo che tu eri”.

Insomma, alla fine Emmebi e Zoro hanno ragione. Rilassatevi.

Se saranno modelle, Veline, anoressiche, Miss Muretto o terroriste sarà in buona parte colpa vostra.

Commenti e ping chiusi.

3 commenti to “Facciamo che io andavo”

  1. Il grande centro « Piove con il sole says:

    settembre 10th, 2007 at 11:35

    […] Il grande centro 10 09 2007 Da un paio di mesi – e per un’altra decina di giorni – lavoro all’interno di un centro commerciale. Sì, in uno di quelli dove si va d’estate a rinfrescarsi le membra sotto il getto dell’aria condizionata e dove l’italiano medio spende, è proprio il caso di dire, almeno un pomeriggio alla settimana alla ricerca di aggeggi per lo più inutili. In uno di quei posti dove una persona è disposta ad indebitarsi pur di ottenere l’ultimo modello di un televisore ultrasottile e grande come una parete del proprio monolocale. Dove, se non trovi quello che cerchi, lo puoi ordinare comodamente tramite computer, da solo o con la complicità di un addetto, e nell’arco di sette giorni l’agognato prodotto è pronto per il ritiro. C’è anche un miniasilo; lasci i pargoli per tutto il tempo che vuoi e puoi goderti il tuo shopping ossessivo-compulsivo senza troppe distrazioni; l’importante è che tu ti dia una mossa a scaricare il pupo ché i posti sono pochi e vanno via come il pane. Altrimenti, puoi sempre prendere un carrello a forma di macchina, vedrai come si divertirà quel futuro pilota di tuo figlio! Che poi ai bambini serve poco per crearsi le loro avventure. Ho visto di tutto all’interno di quei carrelli, da piloti d’astronavi a comandanti di navi da porto, da novelli Robin Hood dispensatori degli acquisti di mammà a mostriciattoli un po’ troppo cresciuti che occupavano tutto l’occupabile. E i genitori non sono certo da meno; puoi vedere le loro facce infiammarsi di fronte ad un cellulare di ultima generazione o riempirsi di profondo orgoglio aprendo un frigorifero no-frost. I giocattoli degli adulti costano solo molto di più di quelli dei loro figli (cit.). […]

  2. » Non ci siamo capiti says:

    settembre 21st, 2007 at 2:26

    […] Nell’ultima settimana, questo blog ha avuto due incontri ravvicinati con la carta stampata. Il primo, in ordine di tempo, con una citazione su Panorama relativa a questo post. Un boxino e niente più, ovviamente, in zona “Voci dalla rete”, attribuito all’URL del blog, in cui si mischia una citazione dal post e una da un commento non mio, senza differenziarle. Per il principio secondo cui tutto quello che viene dalla rete è “da Internet” e non ha autori. Dopotutto, Giulia, chi cazzo sarà mai? E giustamente, anzi: Panorama, nel suo piccolo, ha dimostrato per questo blog un’attenzione ben maggiore rispetto a Metro (o City, non si capisce: la notizia mi è arrivata di seconda mano, e ogni fonte citava una testata diversa) che, per motivi imperscrutabili, ha parlato di questo blog attribuendone la proprietà a una persona che vive a Londra ed è esperta di usi e costumi anglosassoni. Ora, nello specifico ci sarebbe solo da ridere. Se arrivi sul mio blog, leggi solo l’ultimo post e in base a quello ti costruisci in testa la mia intera biografia (peraltro ignorando quanto, nel post stesso, avrebbe dovuto suggerirti che io non vivo a Londra, ero in gita a Londra), va bene. Nessuno pretende che questo blog venga preso sul serio. Ma riportare le tue fantasie su un giornale letto da milioni di persone, persone che poi mi commentano o mi scrivono – e quindi perdono del tempo prezioso – per domandarmi consigli su cose di cui sono del tutto ignorante, è un atto di superficialità tremenda. Non per me, che anche sticazzi. Ma per loro. Per quelli che ti hanno letto, e che adesso – come minimo – pensano che tu, redattore o giornalista del free press in questione, renda loro un ben povero servizio. […]

  3. » Ci chiamano bambine says:

    novembre 16th, 2007 at 11:47

    […] venuta da un po’, di coinvolgere gli uomini. Puoi lasciare un messaggio, o utilizzare il trackback direttamente dal tuo sito oppure leggerti i feed dei commenti: RSS 2.0. postCount(‘999’); |postCountTB(‘999’); Qualcosa da dire? Per problemi tecnici ho dovuto disabilitare il normale sistema di commenti di WordPress. Se vuoi commentare usa il link “Commenti” in fondo al post. Grazie e scusa per l’inconveniente. _uacct = “UA-322464-1”; urchinTracker(); _uacct = “UA-322464-1”; urchinTracker(); Il ritratto è di Sara Not. Design di Moskova 68, Fulvio Romanin, Aliosha, Darkripper, dirige il maestro Peppe Vessicchio. Webmasta e hosting a cura di Darkripper. Nessuna di queste persone è minimamente responsabile di eventuali vacuità, futilità, insipienze e inesattezze contenute in questo blog. _uacct = “UA-322464-1”; urchinTracker(); […]