Si accettano carte di credito

pubblicato da Giulia domenica, agosto 5, 2007 12:50
Aggiunto alla categoria Triste mondo malato
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Ne incontro abbastanza spesso, in rete e nella vita, di quelli che vorrebbero legalizzare la prostituzione rendendolo un mestiere come un altro. Controlli sanitari, maggiore sicurezza, quartieri appositi, minore delinquenza. Non c’è nessuna differenza, dopotutto, fra la vendita del proprio tempo e delle proprie competenze e la vendita di prestazioni sessuali. Giusto?

C’è qualcosa, in questo discorso saturo di buon senso e logica, che continua a non tornarmi. Qualcosa che ha poco a che vedere con lo stato delle cose e molto con la sensazione che tutta questa pretesa praticità riguardo al commercio del sesso sia un derivato di una mentalità deformata. Il genere di mentalità che considera ogni cosa acquistabile e commerciabile, a prezzi da concordare. Una mentalità efficiente, che considera il sesso un diritto inalienabile, una funzione a cui assolvere periodicamente, gratuitamente se possibile, ma se non è possibile si paga. La si potrebbe definire una mentalità maschile, se non esistesse una quantità di uomini che rifuggono questa logica. Non per motivi morali, come si potrebbe pensare, ma perché considerano il sesso un momento di vicinanza e scambio con un altro essere umano, in cui entrambe le parti si donano spontaneamente e per il proprio appagamento.

C’è qualcosa che non mi torna, dicevo. E non è una cosa personale, del genere a me farebbe schifo farlo ergo deve fare schifo a tutte. Non è esattamente così. E’ più una questione di impoverimento generale. Lina Merlin si è battuta in Parlamento per ottenere la chiusura dei bordelli: le sue ragioni erano impeccabili. All’epoca, le prostitute erano prive di diritti civili, rinchiuse nelle loro stanzette, costrette dai tenutari a servire un cliente dietro l’altro. La profilassi era scarsa se non inesistente, e le ragazze raramente erano delle volontarie: la prostituzione (allora come ora, del resto) era frutto della fame, della disperazione e della miseria. L’idea che un uomo debba “sfogarsi” (per non importunare le ragazze perbene, per non infastidire la moglie con i suoi volgari desideri, per non impazzire) è sopravvissuta intatta nella nostra cultura, come appunto l’idea che la puttana serva per esaudire desideri inconfessabili e inappagabili.

Riaprire i casini, di questi tempi, significherebbe principalmente dare un assist meraviglioso alla criminalità organizzata. Una liberalizzazione a livello imprenditoriale del bordello vedrebbe il trasferimento delle schiave dalla strada ad edifici appositamente attrezzati. Poi, basta un prestanome e il gioco è fatto: i magnaccia continuano a rastrellare gli incassi, e le ragazze rimangono prigioniere. Le autonome del sesso già da un po’ non esercitano per strada: Internet ha dato loro altri canali pubblicitari, ed esistono forum appositi per la recensione delle libere professioniste, in cui i clienti si scambiano consigli, raccomandazioni, schede riassuntive delle prestazioni offerte e prezzi. Non hanno alcun motivo, queste signore, per chiudersi dentro palazzi appositi. Il loro business funziona già nel modo migliore possibile, e per quelle di lusso la clientela si auto-seleziona tramite passaparola. Resterebbe, sicuramente, la questione fiscale: sono curiosa – davvero – di vedere come il Tesoro qualificherebbe questo genere di attività. Terziario ricreativo? Servizi alla persona? Lavori socialmente utili?

La questione dell’utilità sociale non è trascurabile. Carcerati, anziani vedovi, disabili fisici e disabili mentali hanno tutti, allo stesso modo, la necessità di esprimere la propria sessualità. In alcuni paesi del nord Europa sono nate cooperative di prostitute che si occupano nello specifico dei disabili e degli anziani, a cui si rivolgono direttamente le famiglie. Lo stesso discorso si potrebbe fare portando le prostitute in carcere. Tutto molto efficace, efficiente, pulito e sterilizzato. Utile, senz’altro.

Rimane la questione, inafferrabile e tuttavia ineludibile, dell’impoverimento generale. Di una cultura in cui il sesso è già merce, prestazione, competizione, tutto meno che intimità. Una cultura che sarebbe prontissima a guadagnare dai proventi della vendita del corpo, se alle prostitute (o ai loro amministratori, ma anche qui, lasciatemi avere legittimi dubbi) fosse imposto di rilasciare regolare fattura. Una cultura che vorrebbe togliere al sesso ogni residuo mistero, e che nella fretta di sbarazzarsi della colpa vorrebbe buttare pure la bellezza. E per farlo, mettere sullo stesso piano i rapporti mercenari con quelli spontanei è sicuramente il modo più rapido e definitivo. Sarebbe un messaggio molto chiaro sul valore che attribuiamo alla vicinanza con gli altri e alla nostra capacità e volontà di raggiungerla.

Saggio, efficiente, distaccato, chiarissimo. Terribilmente triste.

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