Penelope alla guerra

pubblicato da Giulia mercoledì, marzo 7, 2007 12:18
Aggiunto alla categoria Triste mondo malato
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Il mondo non è pericoloso per tutti allo stesso modo. E nemmeno la guerra, come spiega questo articolo di Salon sulle condizioni delle donne arruolate nell’esercito americano. A quanto pare, il pericolo numero uno, o comunque un pericolo concreto per le soldatesse non sono le milizie nemiche, ma i loro stessi compagni di plotone.

Il problema delle molestie e delle aggressioni sessuali nell’esercito è andato crescendo con l’aumento delle donne nei ranghi. Lungi dall’abituarsi a combattere fianco a fianco con le compagne, i soldati americani finiscono per aggredirle, forti del fatto che difficilmente una molestia o uno stupro vengono denunciati; e quando vengono denunciati, la prassi è di isolare la vittima in ogni modo.

Lo stupro è il sottoprodotto di una mentalità machista, che vede le donne solo come puttane (i.e. sessualmente disponibili) o stronze (i.e. sessualmente non disponibili) o al limite lesbiche (i.e. comunque disprezzabili come non-donne, perché sessualmente non disponibili ma non per scelta). Una mentalità machista spesso avallata dai vertici di comando: non a caso, i plotoni considerati “sicuri” sono quelli in cui il comandante non permette gli abusi. In tutti gli altri, le donne passano molto del loro tempo a preoccuparsi della propria incolumità, arrivando a girare armate di coltello.

L’esercito ha aperto un sito web dedicato alla prevenzione delle molestie sessuali, dedicato però principalmente alle vittime, potenziali o effettive. La sezione dedicata ai potenziali aggressori indica come “ridurre il rischio di accusa”, e si limita a stabilire una generica illegalità dell’attività sessuale non consensuale. “No means no” non significa nulla, se l’assalitore è un superiore di grado: il suo potere è sufficiente a rappresentare un fattore coercitivo. La denuncia di uno stupro, inoltre, è soggetta a una quantità di restrizioni, e la vittima (a differenza dell’aggressore) non ha un avvocato a sua disposizione. Le poche che decidono di segnalare l’abuso finiscono per essere trattate come traditrici dai loro stessi compagni; in queste condizioni estreme, le soldatesse tentano di gestire la situazione da sole. Il risultato è una quantità impressionante di casi di shock post-traumatico: ferite, mutilazioni, sangue e violenza fuori dagli accampamenti, e aggressioni sessuali all’interno.

A questo punto, di solito, c’è sempre chi salta su ed estrae una variante della vecchia tesi, secondo cui “se la sono andata a cercare” e “una donna non dovrebbe stare nell’esercito”. Tesi argomentate con una varietà di motivazioni più o meno balorde, che però rifuggono dal centrare il nucleo del problema. Che è sempre quello, antichissimo, della minigonna che invita lo stupro. Capita raramente che questi campioni del buon senso si domandino se il problema sia veramente della vittima, o piuttosto dell’aggressore. L’idea che il maschio della specie abbia diritto a sfogare degli istinti ingovernabili in ogni modo, lecito e non lecito (dal ricorso a prostitute fino, se necessario, all’assalto a una femmina non consenziente) è ben radicata nel nostro modo di pensare.

Questa forma mentis, come fa notare l’autrice dell’articolo, è alla base di un problema enorme, che ha ramificazioni anche nell’efficienza delle truppe stesse. Quello che tiene insieme i soldati e li spinge a partecipare a missione dopo missione è il cameratismo: un legame fortissimo, che li può portare anche a morire gli uni per gli altri. Quante sono le possibilità che una donna, una puttana/stronza/lesbica, venga considerata degna di essere protetta?

Non quantificabili, ma scarse, direi.

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