La donna che non c’era

pubblicato da Giulia martedì, gennaio 30, 2007 13:28
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Nella Bibbia, Lia era la moglie di Giacobbe. Una delle due, non la favorita, ma quella fertile. Aveva “gli occhi smorti”, mentre la sorella Rachele era avvenente e bella di forme, ma non altrettanto feconda. Lia era la donna che non c’era, la moglie necessaria a portare avanti la dinastia, la fattrice trascurata nel cui ventre si è plasmato il futuro delle tribù d’Israele, fatta sposare con l’inganno perché già adulta e ancora non maritata, ma non amata da Giacobbe, che lavorò sette anni presso il suocero per il privilegio di sposare Rachele. Che gli diede solo due discendenti, Giuseppe e Beniamino, il figlio che la uccise.

I teologi riconoscono in Lia il simbolo della vita attiva, e in Rachele (chissà perché) quello della vita contemplativa. Ma non è di questa Lia che voglio parlare, è di un’altra Lia, una che probabilmente conoscete, e che in questo momento si trova al centro di un problema molto più grande di quello che sembra.

Parto dal fondo, da questo post, l’ultimo. Che riassume un po’ tutta la faccenda.
Lia, come molti sanno, è un’insegnante italiana che ha lavorato molto tempo in Egitto, e ha abbracciato l’Islam. Lei rappresenta la punta dell’iceberg di una nuova ondata di donne italiane che scelgono di avvicinarsi a una religione da molti ancora percepita come estranea, opprimente e punitiva. Il discorso sulla realtà di questa pratica è molto lungo, e non posso affrontarlo senza avere parlato con le dirette interessate (e non è detto che non lo faccia, dato che la cosa mi interessa moltissimo). Quello che è importante, ora, è parlare di questo caso in particolare, per una serie di motivi socialmente rilevanti.

C’entrano, in ordine sparso, la questione della validità dei matrimoni contratti con rito musulmano (in assenza di un Concordato, che a sua volta non può essere messo in piedi, in mancanza di un’autorità centrale islamica con cui trattare), la condizione delle donne musulmane in Italia (in Italia, si badi bene, e non altrove), il problema della deontologia professionale dei giornalisti, o assenza della stessa, e tangenzialmente anche la questione dei ricongiungimenti familiari di famiglie poligine: dato che in Italia la poligamia è illegale, chi viene riconosciuta come consorte legittima? La prima moglie? Quella con più figli? E le altre, cosa fanno? Un Pacs (eccolollà)? E come sono tutelate, anche dalla loro religione, tutte queste prime seconde e terze spose, nel nostro paese?

Lia, per riassumere, ha sposato e successivamente divorziato da un membro di spicco della comunità islamica italiana. Una faccenda privata, che però lei ha deciso di portare sul suo blog per farne una sorta di case study del divorzio islamico in Italia. Senza fare nomi, Lia espone le sue difficoltà di divorziata non protetta da un sistema legislativo uguale per tutti, potenzialmente abbandonata a se stessa in assenza di una rete di solidarietà sociale fra le donne musulmane, e formula l’ipotesi di un osservatorio femminile che si occupi di verificare che le cose vengano sempre fatte come Dio comanda. E fino qui tutto bene.
I problemi iniziano quando della vicenda si impossessa una nota firma del Corriere della Sera, che in nome di un senso alquanto distorto del diritto di cronaca (nonché, mi sembra di percepire, un certo fiuto per lo scandaletto a sfondo islamico, che in Italia si porta sempre molto) pubblica, commentandola e travisandola, una mail privata inviata da Lia ad alcuni amici, di cui è in qualche modo venuto in possesso.

Seguono grande sgomento et bordello generale.

A questo punto, da parte di Lia è scattata la querela, i cui sviluppi si possono seguire qui.

All’inizio di questo post, non avevo ben chiaro quale fosse il parallelo fra la Lia biblica e la Lia reale, ma ora credo di saperlo. Nessuno avrebbe dato due lire alla Lia biblica, fatta sposare tanto per darla via, ma poi rivelatasi in grado di perpetuare la stirpe con notevole resistenza fisica e spirituale, in barba a tutti e soprattutto a suo marito. La nostra Lia, quella reale, era fino a poco tempo fa solo una donna come tante, con più spirito critico di altre, in possesso di una tenacia ammirevole ma fino a quel punto impiegata esclusivamente nel suo privato. Adesso, che le piaccia o meno (e sospetto che non le piaccia poi così tanto) si trova a doverla tirare fuori tutta, anche per il bene comune.

Un minimo di supporto morale, direi, le è dovuto.

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