E ti chiamavo come il dio del sole

pubblicato da Giulia mercoledì, gennaio 4, 2006 12:55

Non è mica poco che voglio scrivere questo post: che non è un post bello o interessante per molti, non fa minimamente ridere, non nasce da un incipit pensato in metropolitana, e non attirerà una caterva di commenti incazzati dai fondamentalisti dell’embrione.
Comunque.

Sono abituata a trovare e a perdere le persone. Succede di continuo, e chi come me si sposta spesso si abitua presto alla selezione naturale dei rapporti. Alcuni resistono, altri no. E’ la vita.
E tuttavia ci sono persone che non ci si rassegna a perdere, specialmente se la perdita avviene per motivazioni balorde e, forse, non completamente trasparenti.
Per esempio, scusa, tu. Che sai chi sei e non serve che io ti identifichi per nome. Ché se ti conosco almeno un pochino ancora mi leggi, anche se da un anno e passa ormai non ci sentiamo più e all’ultimo compleanno ti sei pure dimenticata di farmi gli auguri (anzi, ripensandoci, mi sa che non mi leggi più: altrimenti il post che faccio ogni anno per facilitare la vita ai distratti ti avrebbe forse spinta a mandare almeno mezzo sms augurale? Chi lo sa). Tu, sì.
Quella che il primo anno aveva i capelli lunghi e il golfino di lana pelosa e poi un giorno si è appalesata con i capelli a caschetto e una camicia a scacchi, e poi ancora con i capelli cortissimi e rossi e ciondoli al collo e non so quanti anelli intorno alle dita. Che toglievi ogni volta che ti mettevi a cucinare, da brava emiliana quale sei, e dalle tue mani uscivano delle delizie: eppure non si parlava mai di cucina, fra di noi. Le cose buone le mettevi in tavola così, casualmente, mentre si discuteva di questo o quel disco o di questo o quell’artista o di questa o quella mia tragedia amorosa. Ero un juke box di tragedie amorose, io. Tu invece no. Delle tue tragedie, se ce ne sono state, non ho mai saputo nulla: e non perché non chiedessi, ma perché la risposta, vaga, era sempre la stessa, “Sto bene così”.
Non ti davi mai più di tanto. Questa è l’unica cosa che ti ho rimproverato, sempre.

Andavi in paranoia una volta l’anno. Ti chiudevi in casa e non volevi parlare con nessuno. Per mesi, anche. Non rispondevi al telefono. Ogni tanto riuscivo a convincerti a rispondere a una mail, in cui mi ripetevi che non avevi voglia di parlare con nessuno. Ma questo succedeva negli ultimi tempi.
Prima, ci sono stati i concerti, le feste, le nottate passate a studiare per un esame, le trasferte a casa dei miei per andare al Velvet, le telefonate-fiume, le confidenze, le coincidenze per cui ci presentavamo all’università vestite esattamente nello stesso modo, senza esserci consultate.
Sei stata l’unica persona che ho voluto vedere quando sono tornata dallo scambio Erasmus per le vacanze di Pasqua. Nelle foto ero pallida, scavata, con un taglio di capelli inverosimile. Era lo stesso che avevi tu. Una coincidenza, l’ennesima: me li ero fatti tagliare in Inghilterra, non ci vedevamo da due mesi. Ci scrivevamo delle lettere. Quattro, cinque, sei, otto pagine. Ci scrivevamo sempre, allora la posta elettronica non c’era. Adesso che c’è, non ci sentiamo mai.
Non so come sia. Anzi, sì, lo so, cioè: una spiegazione me l’hai data, e l’hai ripetuta alle amiche comuni, e anche se non sta in piedi devo prenderla per buona. Scusami, ma è una spiegazione cretina, e mi sembra una scusa. E anche delle peggiori. Non puoi dirmi “Adesso tu hai un’altra vita e un altro mondo, fai cose interessanti e io non ho più niente da darti”. Perché non puoi? Perché è una stronzata.

Siamo state amiche per un decennio, e non amiche di quelle che si vedono ogni tanto e si fanno due chiacchiere. Ti ho chiamato in tutti i momenti difficili della mia vita, e altrettanto in quelli facili. Sono cresciuta con te, con la tua intelligenza, la tua cultura, le rassegne cinematografiche a cui mi trascinavi e durante le quali io mi addormentavo (ricordi Derek Jarman? Io no, dormivo). Sono cresciuta con te cercando di capire chi ero, e tu lo stesso. Io non sono sicura di averlo capito, ma sicuramente ho dei pezzi a posto, il puzzle ha meno tessere che volano. E non ho mai saputo se tu abbia finito la tua, di ricerca.
Non l’ho mai saputo perché a un certo punto hai chiuso la porta.

E’ verosimile che semplicemente tu ti sia rotta le scatole di me. Capita anche quello. E’ che me l’hai detto una sera che tornavamo dal tuo compleanno, dove avevamo riso, dove avevo capito che le persone che vivevano con te ne sapevano molto più di me sul tuo conto. I loro regali erano mirati, precisi. Il mio, generico, legato ad altri tempi del nostro rapporto. Ma ci volevamo ancora bene. Non eravamo incompatibili e distanti, solo finite fuori orbita.

Non saprò mai il motivo vero della tua fuga. Quello che so è che mi manchi ancora: dopo un anno, un anno e mezzo, ogni volta che faccio qualcosa di nuovo, sento un disco che mi piace, vedo un concerto che mi entusiasma, vorrei raccontartelo, ma non posso. Vorrei che venissi a trovarmi, vorrei passare del tempo in giro con te, a chiacchierare. Mi manca la mia amica. E da un sacco di tempo lo volevo dire, da un sacco di tempo lo dico alla persona che divide la vita con me, che ogni volta dice “Chiamala!”

Ha ragione, dovrei. O forse il momento è passato.

Commenti e ping chiusi.

30 commenti to “E ti chiamavo come il dio del sole”

  1. Facocerino says:

    gennaio 4th, 2006 at 2:31

    Chiamala!….Perchè si sente che le vuoi ancora bene…Almeno per sentire come sta….

  2. Antonio says:

    gennaio 4th, 2006 at 3:45

    Chiamala!
    Sempre meglio provarci che vivere col rimorso di-.

  3. Molly says:

    gennaio 4th, 2006 at 3:48

    Ho paura. E sai perché? Perché stanotte ho sognato che scrivevi un post su di me (il che è assurdo perché non ci conosciamo neanche), e il post somigliava molto a questo.

  4. M. says:

    gennaio 4th, 2006 at 3:54

    La cosa che più affascina di molti post (tuoi e non) è capire il legame tra titolo e contenuto. E cmq sei brava sia sui titoli che sui contenuti. Ciao. M.

  5. Moran says:

    gennaio 4th, 2006 at 5:33

    “O forse il momento è passato.”
    No.

  6. privacy says:

    gennaio 4th, 2006 at 6:16

    Capiscila.

  7. Superqueen says:

    gennaio 4th, 2006 at 6:39

    Una cosa del genere è successa a me. L’amica in questione, dopo anni di silenzio e dopo avermi dato buca il giorno del mio matrimonio (non si è presentata adducendo una scusa del tipo ‘i matrimoni mi fanno tristezza’, eccerto, solo che mi sposavo io e non una qualsiasi), mi ha chiamata l’anno scorso come se niente fosse successo. Ero ancora risentita con lei ma siamo passate sopra a tutto, era troppa la felicità di esserci risentite. Io la chiamerei, fossi in te, sempre meglio che avere il rimorso di aver lasciato cadere del tutto l’amicizia nel dimenticatoio.

  8. Barcellonese says:

    gennaio 4th, 2006 at 8:16

    Successo anche a me. Ci sono stata da cani, manco fosse stato un fidanzato. Ma è vero, a volte il momento passa davvero, e le cose (anche amicizie ultradecennali) vanno affanculo così, anche per poco, anche inspiegabilmente. Credo che crescere sia anche legato a questi distacchi. Così dolorosi…

  9. Giulia says:

    gennaio 4th, 2006 at 8:38

    M.: il titolo è fatto per essere capito solo dalla diretta interessata. E’ un riferimento al diminutivo con cui la chiamavo.
    Avrei potuto intitolarlo con una citazione dagli Smiths, e avrebbe capito ugualmente solo lei, e pochi altri che sanno la storia: ma così lo capisce davvero solo lei.

  10. Ottavia says:

    gennaio 4th, 2006 at 9:11

    “Adesso tu hai un’altra vita e un altro mondo, fai cose interessanti e io non ho più niente da darti”.

    Tolto tutto il pezzo sopra, tolto tutto il pezzo sotto, lasciata solo questa frase, mi sembra di sentire me stessa. Con amici e amiche, (carissimi, ad alcuni debbo in senso metaforico ma manco tanto, “la vita”) delle superiori, dell’universita’, del primo soggiorno londinese. Non posso leggere nella testa della tua amica, so solo che quando non hai trovato nessun pezzo del tuo puzzle (o pochi, davvero, troppo pochi, altrimenti non direbbe di non aver nulla da dare) la cosa piu’ facile e spontanea e’ fuggire da certi legami, perche’ quando si indeboliranno sarai tu quella a soffrire di piu’. L’unica cosa onesta possibile e’ “avvertire” che prima o poi si sparira’. Io lo sto gia’ facendo con quelli che inizio a conoscere solo ora. Probabilmente lei ha fatto e fa altrettanto con altrettanti, e cosi’ andra’ avanti fino a che non si sara’ “trovata”. E li forse tornera’ da te, sceglierai tu se accoglierla.

  11. Ottavia says:

    gennaio 4th, 2006 at 9:12

    scusate: “li'”
    Ottavia

  12. Giulia says:

    gennaio 4th, 2006 at 9:21

    Triste, perché lei mi dava moltissimo.
    Ma non ci ha mai creduto fino in fondo.
    Può tornare quando vuole, ovviamente. Il problema è che non vuole.

  13. fabiano says:

    gennaio 4th, 2006 at 10:35

    Sempre a chiederci, devo chiamare?
    Spesso a sentirci dalla parte del torto.
    A volte a pensare che sarebbe giusto fare il primo passo.
    Quasi mai a renderti conto di averlo ricevuto, quel passo.
    Mai a farsi una ragione di chi non c’è e volevamo fosse ancora qui.

    Dunque? Mesdames e Messieurs, la vita.
    Anche con chi non vorremmo accadesse, accade.
    La vita.
    Secondo capoverso, seconda riga.

  14. Giulia says:

    gennaio 4th, 2006 at 11:20

    Tutto molto bello. Se non l’avessi inseguita per un anno, prima di sentirmi dire che non mi voleva vedere perché “non aveva niente da darmi”.
    Se non avessi fatto quel passo più e più volte, e adesso non fosse anche una questione di rispettare la sua scelta di distanza.

  15. maso says:

    gennaio 4th, 2006 at 11:21

    Che modestia!

  16. Giulia says:

    gennaio 4th, 2006 at 11:41

    O Masotti! Che c’entra la modestia? 🙂

  17. fabiano says:

    gennaio 5th, 2006 at 12:13

    # 1. Rispettare la scelta di distanza.

    Mmh.. ma tanto, fino a che restiamo con la domanda appesa ai pensieri: ma distanza deché?? o daché?, non cambia nulla dentro di noi.

    Quante volte me la sono fatta.. ah. E non sono riuscito a darmi la risposta. O una risposta. E tutte le risposte che non ho trovato mi hanno intestardito ancora di più. A cercarla. un giorno. Un mese. Un anno. Fino a che, inaspettata, un giorno è arrivata. Quella risposta. Quella che per te può essere stata: “Non ho nulla da darti..”.

    Allora, tra me e me, in differita, dopo che s’era già persa l’occasione di dirlo direttamente a quella persona, mi è nata una nuova domanda.
    Subito dopo.
    Immediatamente dopo.
    Così: “Possibile che sia davvero per questo?”.

    E (ri)passavo dal via, prendevo 20 euro e mi ritrovavo davanti a quel ‘# 1. Rispettare la scelta di distanza’. Poi il giro ripartiva.

    Mammamia.. qualcuno ha un moment?

    maso, scusa, modestia deché??

  18. giulia1662 says:

    gennaio 5th, 2006 at 12:51

    Chissà forse il commento Privacy è lei…ma anche se non fosse lei, son sicura che ti chiederebbe lo stesso…di capirla…che a volte non c’è un motivo per cui ci si allontana…quante volte mi è successo…
    Ora invece il motivo c’è, ovvero le spiegazioni, cosa difficile da darti perchè neanche lei sa il perchè e non può che risponderti una stupidaggine…son sicura che anche adesso ha bisogno di te e che quando le manchi ripensa a quei momenti vissuti insieme e un po’ fra i suoi pensieri il cuore le si alleggerisce…l’affetto resta così come tu l’hai saputo raccontare bene in questo post…non è facile tornare alla normalità e in un anno e mezzo di cose ne possono succedere per sentirsi diverse a disagio per non essere più quella cosa lì o solo per aver paura d’incontrarsi e rendersene conto…”vedi cara è difficile capire è difficile spiegare se non hai capito già…non spaventarti quando senti allontanarmi fugge il sogno! io resto qua!”…a chi becca la canzone un bacio…e se la tua amica è emiliana non può che conoscerla…a te che porti il mio stesso nome, un abbraccio e capiscici siamo un po’ complicate e sfuggenti ma abbiamo dei ricordi densi in cui spesso ci rifugiamo troppo a lungo…stanarci no, non c’infastidisce, ma con delicatezza come se nulla fosse e il tempo non fosse mai passato…

  19. Anonimo says:

    gennaio 5th, 2006 at 1:48

    Nella vita può capitare di dovere sparire senza potere dare spiegazioni. A me è successo. Se davvero non credi che la motivazione che ti ha dato sia vera, allora fattene una ragione, e continua a volerle bene anche se non c’è più

  20. bibi says:

    gennaio 5th, 2006 at 9:49

    Ra.
    la chiamavi Ra. vero?
    (sono cresciuta chiamando così la mia amica del cuore, che non era emiliana ma veneta e che non è sparita nel nulla ma adesso vive negli States e ci vediamo quando va bene 1 volta all’anno).

  21. kenzus says:

    gennaio 5th, 2006 at 10:14

    A volte succede nella vita, come hai scritto all’inizio del post. Se è stata un’amica speciale, vedrai che in futuro tornerà. Tu comunque chiamala. In bocca al lupo!

  22. seralf says:

    gennaio 5th, 2006 at 10:19

    No che non passa mai, il momento. Se la persona ha un’anima di quelle a cui si sente di non poter rinunciare non passa mai.
    Chiamala, sbrigati: fai le cose come senti i farle, ed è chiaro che ti vada di chiamarla.

  23. M. says:

    gennaio 5th, 2006 at 10:31

    Giulia, sì sì immagino che il titolo sia fatto apposta per lei e già qui mi sembra ci sia una buona dose di privilegio/amicizia. Avrei dovuto scrivere nel commento *è cercare di capire ma in realtà non capire il legame tra titolo e contenuto* al posto di *è capire il legame tra titolo e contenuto*. Ciao.

  24. Lupina Stavoriski says:

    gennaio 5th, 2006 at 11:28

    Mi fa male leggere queste cose, perchè io sono sempre stata la stronza della controparte. Però capita ad un certo punto della vita che legami troppo intimi comincino a fare male, i lacci certe volte stringono troppo forte e ti fanno venire voglia di scappare. Si è così perchè, come me, si è delle luride approfittatrici. O molto più onestamente, perchè si è talmente fifone e debosciate che si teme di scoprire troppo di noi, di armare involontariamente una mano amica che potrebbe diventare nemica.
    Perchè si è talmente imbecilli, come nel mio caso, dal voler distruggere a tutti i costi una cosa bella.

  25. normalacid says:

    gennaio 5th, 2006 at 1:39

    anche a me è successa la stessa cosa.
    ci sono stato male, mi sono sentito io inadeguato, mi sono arrabbiato, mi è rimasto un vuoto dentro ora…
    Quello che più si contorce dentro è l’indifferenza dell’altro nelle rare occasioni che per caso di fanno incontrare: davvero come se fosse tutto normale.
    Mi sono sentito dire “adesso abiti lontano” (manco napoli fosse los angeles) “adesso che stai con qualcuno abbiamo interessi e tempi diversi” (ma che c’entra?)…
    Conosco bene, Giulia, quell’entusiasmo che ti prende quando ti succede qualcosa e vorresti dirlo subito a quella persona, come facevi prima, ma poi ti ricordi del muro che adesso c’è.
    Forse il momento è passato, ma la cosa più triste è che un rapporto che cade nel silenzio resta sospeso e non è mai finito davvero.
    scusa lo sfogo. sei grande.

  26. larvotto says:

    gennaio 5th, 2006 at 4:26

    Mi ha fatto male leggere il tuo post (o forse è un bene, ancora non so).
    Quasi le stesse sensazioni con un mio amico, grande amico, incredibile amico.
    Mia madre mi ha anche chiesto se era il mio ragazzo, sempre insieme.
    Nessun segreto, nessun tabù.

    Poi tutto è finito.
    Nessuna chiamata (se non quelle di rito), algidi inviti, “ma si, casomai la prossima settimana…”.

    Non so spiegare queste cose, e faccio anche fatica ad accettarle.

    So solo che succedono, e a me fa male, cazzo quanto fa male.

    Un bacino

  27. stefanopz says:

    gennaio 6th, 2006 at 6:51

    ANDREA

    Non so perché mi viene in mente adesso e non ho molta voglia di fare un post triste.
    Ma è che su MTV passavano una canzone dei Dire Straits e ho ripensato a una gita del quinto ginnasio, passata praticamente tutta a sentire l’Lp Making Movies, quello di Tunnel of love e Romeo and Juliet, per intenderci e il sole dell’Argentario di fine maggio e una vita davanti; e poi un’altra, con Paci che dopo il periplo della rocca di Assisi e un panino dichiara ‘Sono satollo’ e l’abbiamo chiamato Satollo per un mese.
    Andrea l’ho conosciuto in quarto; dalla mia classe di terza media non è venuto fuori Einstein. Io sono andato al classico, uno al geometri, due ragazze al magistrale, uno a ragioneria; degli altri venti non so. Li ho persi tutti di vista tranne Giulio che ha un bar e Pino che ha una macelleria. Per cui quei primi giorni di quarto, io, che peraltro non avevo ancora tredici anni, li ho passati a cercare un viso, una parola, un amico, insomma.
    Verso novembre eravamo amici. Amici al punto che se passeggiavamo in tre, a un cenno, cambiavamo direzione insieme e lasciavamo l’altro da solo; amici al punto che ci vedevamo tutti i giorni alle quattro e passeggiavamo due-tre ore, tutti i giorni, a parlare di qualsiasi cosa; con lui ho giocato a scacchi fino a quando riuscivo ancora a vincere una partita su quattro, con lui ho sentito per la prima volta Bob Dylan, che è stato l’inizio di tutto; perché poi, Bruce, gli U2, Tom Waits e tutto il resto è venuto dopo.
    Intenderci con uno sguardo, spesso era diventato più semplice che parlare, soprattutto quando c’era qualcun altro.
    Eravamo indivisibili, sapevamo tutto l’uno dell’altro: ci è mancata l’iniziazione sessuale insieme, ma sinceramente a quei tempi ci sembrava un particolare. La prima persona a sapere della prima fidanzata (qualcuno ricorderà la mitica ragazza che alla mia frase ‘Mi piaci moltissimo’, rispose con un criptico ‘Anche A te’) è stato Andrea, che mi disse “Prima!”, che vuol dire in italiano prima, ma in tedesco “Bravo!”.
    Lui è stato il primo a sapere che avevo perso Dio, lui capiva quando facevo la vittima (il mio peggior difetto, tuttora, se la pigrizia non è un difetto) e mi trattava di conseguenza, lui non è mai stato indulgente con me
    Progettammo di scrivere un libro insieme che avrebbe parlato di uno che si chiudeva in sé stesso e poi perdeva la chiave.
    L’11 luglio 82, quando l’Italia ha vinto i mondiali, eravamo insieme.
    Di tante battute che ha fatto me ne ricordo una orrenda: “Su uno traccia una linea su una lavagna e poi la abbotta di mazzate, cosa ha fatto? Ha suonato il piano”. Ah no, me ne ricordo pure un’altra: “Cosa hanno in comune Torino, Ivrea, Milano e Rieti?” “?” “In comune hanno gli impiegati, il sindaco e così via…”
    Poi abbiamo visto i concerti insieme, i tre decisivi per noi in quegli anni: Bob Dylan, Bruce e gli U2.
    Poi lui si mise con V. e, cazzo io mi ricordo che ci si mise insieme il 21 marzo, perché poi si ripromisero che se si fossero lasciati si sarebbero incontrati in un determinato posto il 21 marzo del 2000.
    Ma Andrea sta in Olanda, ormai e V. collabora alla sceneggiatura di Centovetrine, se le informazioni che ho a disposizione sono veritiere e il 21 marzo del 2000 io ci ho pensato a loro due. Non penso che loro ci abbiano pensato.
    Il suo orale alla maturità (unico 60 quell’anno) è entrato negli annali: allo scritto di italiano gli avevano messo 10, perché 11 non era contemplato e all’orale spaziò dall’indeterminatezza di Heisenberg agli impressionisti, da Svevo alle scritte sui muri e penso che un paio di commissari, dopo quell’esperienza, chiesero di andare in pensione, perché avevano avuto tutto dall’insegnamento.
    Poi lui ha fatto ingegneria, perché, differentemente da me, una passione ce l’aveva davvero: e come per gli scacchi, che ci girava le città per un manuale sul gambetto di donna, tutto doveva girare secondo una qualche logica, secondo quello strano barlume di ragione e solidità che sta dentro ad ogni ingegnere che si rispetti.
    Lui c’era il giorno della mia laurea; io c’ero il giorno della sua, che, da quello che mi ricordo, trattava del moto di un’aspirina in bicchiere.
    Sta in Olanda, ora, all’Ente spaziale europeo, o alla Nasa: quando qualche missile parte e regge senza esplodere in Guyana, sono contento per lui.
    Per me lui era e resta il cilindro di platino-iridio depositato a Sèvres, quello che serve per definire esattamente cosa è un metro: lui è l’unità di misura di tutte le amicizie successive.
    E come quei disperati che hanno perso la donna della loro vita e la cercano in ogni volto, che pensano di vederla alla fila della cassa al supermercato, sul 38 barrato all’ora di punta, che pensano di vederla dentro una folla, io continuo a cercare negli amici che ho ora qualcosa che somigli alla nostra telepatia.

  28. Luci says:

    gennaio 9th, 2006 at 10:33

    Forse davvero lei sente che l’aver preso strade diverse vi allontani… forse si sente ancora ‘in cerca’ e questo non le permette di condividere il tuo entusiasmo… il confronto tira fuori la nostra inadeguatezza… io rispetterei la sua scelta… quando si sentira’ pronta tornera’… tu hai fatto i tuoi passi, e questo post ne e’ la prova.Non si smette di amare qualcuno solamente tenendosi a distanza.

  29. Enrik says:

    gennaio 9th, 2006 at 3:54

    Mai pensato che si sia trovata il ragazzo ?? e che il tempo, lei preferisca passarlo con lui?!?!
    It’s so easy..

  30. searching says:

    gennaio 9th, 2006 at 6:25

    complimenti, bellissimo.