Saluti dal paese reale (meno bovarismo, più salsa e merengue)

pubblicato da Giulia domenica, marzo 13, 2011 10:22
Aggiunto alla categoria Sono fatti miei

Vado a trovare i miei una volta ogni due o tre mesi, quando mi prende la nostalgia del nipote ormai treenne. Il ritorno in patria è sempre accompagnato da un misto di conforto e imbarazzo: tutto mi è familiare, in questa provincia immutabile che si adegua con molta lentezza ai cambiamenti del mondo, eppure niente o quasi niente somiglia più alla mia vita. Che si svolge in un’altra provincia, beninteso, non essendo io una residente del Greenwich Village o dove diavolo è il posto figo di New York in questo momento, e tuttavia è una provincia con due aeroporti da cui partono svariate low cost, cinema e locali a tiro di camminata, ristoranti, bar, locali, zone pedonali, concerti, manifestazioni, facce multicolori, lingue incomprensibili parlate sui tram.

Torno perché sì, perché pur avendo sempre avuto il prurito della fuga rimango una ragazza di campagna che di tanto in tanto ha bisogno di aprire la finestra la mattina e vedere le montagne. Simbolicamente, nel senso che ormai davanti alla mia finestra ci sono case alte abbastanza da togliermi la visuale, tuttavia questo angolo di mondo frazione di un altro angolo di mondo campagna era e campagna resta. Poi, appunto, il nipote, la mia famiglia d’origine.

Man mano che gli anni passano, il rientro somiglia sempre più a un esperimento sociologico. Prendi l’ex ragazza di campagna con spiccata attitudine al bovarismo e rimettila nell’ambiente da dove proviene, osservane le reazioni. Fra i riti che si ripetono ogni volta che torno c’è l’abituale cena in churrascaria con i miei. Per chi non lo sapesse, la churrascaria è un ristorante brasiliano (aggiungete virgolette a piacimento) in cui, per un prezzo fisso, ti viene servita una quantità tendente a infinito di carne alla griglia. I camerieri del luogo volano fra i tavoli reggendo enormi spiedi su cui sono infilzati interi quarti di animale, e con l’aiuto di coltellacci affilati fanno scivolare nei piatti una fetta dopo l’altra. La churrascaria dove andiamo – sempre quella – è uno dei pochi posti dove mio padre, abitudinario e poco aperto al cibo che non gli è familiare, mangia volentieri.

Di norma è semivuota, o comunque piena quel tanto che basta a non essere triste. Ieri sera, un sabato, la folla che la riempiva produceva un livello di inquinamento acustico che rendeva impossibile parlarsi anche fra vicini di sedia. (“C’è troppa voce” ha protestato subito il treenne.) Appena arrivati, notiamo che sul palchetto all’angolo davanti a noi ci sono già microfono, sintetizzatore e chitarra.

Sapete dove voglio arrivare. Cena in churrascaria in un baccano assordante, con tre bimbi piccoli (nipote più due figli di una collega di mia madre, complessivamente fra i due e i quattro anni), e pure lo spettacolino a tema. Vale a dire un cantante di piano bar che suonava standard della musica latinoamericana, accompagnato da basi e chitarra acustica. Ristorante brasiliano, pezzi degli Inti-Illimani. Evabbe’.

All’improvviso, l’uomo col microfono annuncia l’arrivo di “Yubi! Un applauso per Yubi!” Dalla porta del bagno emerge una brasiliana di un metro e ottanta, con le tipiche chiappe antigravitazionali delle brasiliane e un costumino sobrio che la fa sembrare un incrocio fra la donnina della Chiquita e un’Olgettina prima della svolta. In un turbinar di frappe, la brasiliana si lancia fra i tavoli sculettando a tutta anda al ritmo di La Bamba, che con il Brasile c’entra un cazzo ma va bene uguale. Il pubblico della churrascaria non sta lì a interrogarsi sull’incongruenza fra Brasile e Ritchie Valens, batte le mani e canta. Mio nipote (lo ricordiamo, tre anni) dilata gli occhi e diventa color aragosta.

Yubi trascina un po’ di clienti in una danza, uomini ma anche donne piccate di saper ruotare il bacino come e quanto lei, poi rientra nello spogliatoio. Nipote si sporge verso di me. “Dov’è andata la signorina?”
“A cambiarsi.”
“Ma poi torna?”
“Sì.”

In effetti, dopo una pausa, Yubi torna ancora meno vestita di prima, in push-up e culotte bianchi appena velati da un top a triangolo ricamato di strass e una gonnellina azzurra trasparente. Altro giro fra i tavoli, round di sculettamento con ragazze del tavolo davanti al nostro tirate da discoteca che caracollano sui trampoli (rendendo penosamente ovvia la differenza), altro pit stop dietro le quinte. La terza volta che esce, dalle cucine sbucano due camerieri ancora in divisa da servizio ai tavoli, bandana in testa inclusa. Il musicista fa partire La Bomba e scende dal palco, mentre Yubi e i due camerieri si lanciano in un forsennato roteamento di chiappe.

Da quel punto lì è il delirio. Musichine da balera e gente che si alza e si unisce ai camerieri, natiche che si agitano, battete le mani evviva un applauso. Se fino a quel punto mi sembrava di stare in un film di Virzì, ora siamo in pieno Neri Parenti. Per fortuna qualcuno comincia a preoccuparsi del volume assordante della musica, e si dà il via alla smobilitazione.

Prendo in braccio mio nipote per portarlo fuori.
“Perché andiamo via?”
“Perché è tardi, è ora di fare la nanna.”
Non mi risponde. Chissà se pensa ancora a Yubi.

Commenti e ping chiusi.

3 commenti to “Saluti dal paese reale (meno bovarismo, più salsa e merengue)”

  1. benty says:

    marzo 13th, 2011 at 12:48

    bello e agghiacciante, dolorosamente vicino

  2. phoebe says:

    marzo 13th, 2011 at 1:21

    Aehm… immagino benissimo, per mia sfortuna…

  3. stealthisnick says:

    marzo 15th, 2011 at 4:12

    ma yubi è parente di rubi?