Essedice, l’autobiografia in scena

pubblicato da Giulia lunedì, aprile 26, 2010 11:48
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Essedice parla di morte e fa molto ridere. Si ride davvero, di cuore, un po’ per i tempi comici e le improvvisazioni fuori copione degli attori, un po’ per il classico meccanismo per cui la rottura della tensione scatena la risata. Ieri sera, tornando da un 25 aprile di sole, vino rosso, gelato, focacciotto, partita e spettacolo, si parlava soprattutto di quest’ultimo. Di come si possa scegliere di portare in scena qualcosa di così intimo come l’amore per un padre che non c’è più, mescolato alle ferite della guerra che non si rimarginano mai. Davanti ai racconti di morte e distruzione, la leggerezza con cui i La Russa del mondo parlano dei “Nostri ragazzi” in giro per il mondo con i fucili in mano si mostra per quello che è, il cadavere di un santo incerato: sotto la maschera c’è la putrefazione, ma il culto impone brillantezza e presentabilità. Non si può parlare di budella, di cervelli che escono dai crani, di disertori disperati.

La guerra e la Storia sono inscindibili dall’esperienza di chi è vissuto negli anni ’40. La guerra ha fatto dei giovani di quegli anni gli adulti pieni di incubi e gravità che hanno fondato questo paese. Le due generazioni successive non sanno cosa voglia dire rischiare di morire ogni minuto, e la mia generazione, in particolare, ha responsabilità che nessuno la obbliga ad affrontare, perché ci si ostina a chiamarci “giovani”, quando siamo ormai tutt’altro. Siamo noi, che in felpa color pastello mimavamo le risate tenendoci la pancia a Drive In, ad aver completato la distruzione di un paese che un tempo aveva una dignità. E nessuno ce lo dice.

Ma tornando a Gipi: perché si sceglie di portare in scena qualcosa di così intimo come la propria vita e la propria famiglia? “Esorcismo” non è la parola adatta. L’esorcismo prevede la cacciata di un demone, e invece il processo di narrativizzazione di un vissuto è una cosa diversa. Si prende la vita e la si rende coerente, si allacciano i fili lasciati pendenti, le si attribuiscono logica e direzione. Ed è già un primo passo indietro rispetto a qualcosa che non si può comprendere senza distanza. Poi la si porta in scena, la si disegna o la si recita, questa vita-racconto: ci si accorge, a posteriori, di quanto certe situazioni fossero buffe, surreali, o al contrario orribili, e di come l’orrore all’epoca non ci sembrasse evidente. E infine la si libera rappresentandola per gli altri, che se ne appropriano, la distorcono, ne parlano, capiscono quello che vogliono capire: e la tua vita non è più tua. Non è esorcismo, perché il demone non se ne va: il demone rimane, ma non fa più paura.

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