21 settembre 2010, in libreria.

pubblicato Wednesday 1 September 2010 13:33
Aggiunto nelle categorie Una che scrive

È un posto bellissimo, Vallefiora. È un posto vecchio ed è un posto giovanissimo allo stesso tempo, con tutta la storia contadina alle spalle e il suo futuro ecologista davanti.
Se ci sarà qualcuno a raccoglierlo. Se non ce ne scapperemo tutti, per quanto possibile, come hanno fatto quelli che vivevano qui prima di noi: che se ne sono andati, perché quella che avevano qui era la vita dei loro genitori, e non la loro.

La prima pietra (crossposting)

pubblicato Monday 30 August 2010 9:00
Aggiunto nelle categorie Sorelle d'Italia

Ho scritto una cosa (lunga, e forse non troppo coerente, ma abbiate pazienza) sulla questione di Sakineh Mohammadi Ashtiani e della repressione sessuale delle donne. Su Sorelle d’Italia.

Chi fa la rivoluzione

pubblicato Sunday 29 August 2010 10:42
Aggiunto nelle categorie Target du jour, Una che scrive

La verità è che nessuno me l’ha chiesto, e quindi potrei serenamente lavarmene le mani. Non sono percepita come autrice politica, le mie opinioni o posizioni in materia sono più o meno note solo a chi mi legge qui, e non guadagno abbastanza da essere vista come la “puttana del nemico”, che poi è un po’ il succo del problema per chi, in questi giorni, sta attraversando le tempeste di merda perché pubblica per Mondadori o Einaudi.

Non è il mio caso, ripeto, io solidarizzo ma per ora nessuno mi ha chiesto nulla, né penso lo faranno. Quindi non mi metto a spiegare perché pubblico con Einaudi e Mondadori, l’hanno già detto in molti e le loro posizioni mi riassumono, essendo più o meno sempre le stesse. La gente con cui lavoriamo, i libri che pubblichiamo come autori contano molto più del proprietario, se domani il Gruppo Mondadori fosse venduto gli autori resterebbero, la proprietà intellettuale e culturale è di chi materialmente crea i libri e non di chi possiede le azioni. Tutte cose che le persone di buon senso non hanno nemmeno bisogno di sentirsi dire.

Quindi non sto a ripetere cose già dette. Leggetevi Scalfari, Michela Murgia, leggetevi quelli che restano e le loro ragioni sono anche le mie, una più una meno.

La mia è una modesta proposta, invece.

Da più parti mi arriva notizia di boicottaggi nei confronti degli autori del gruppo Mondadori. Da che mondo è mondo, la resistenza non la fanno i rinunciatari, la fanno i resistenti. La mia personale forma di resistenza non passa per l’andarmene naso all’aria dalle case editrici con cui ho lavorato, almeno: finora non è successo e non ho motivo di pensare che possa succedere di dovermi trovare a rinunciare alla pubblicazione perché quello che scrivo è ritenuto censurabile dalla proprietà. In compenso, posso fare dei libri. Dei libri che si leggono.  In un paese in cui i lettori forti sono una minoranza così esigua da non farci neanche un torneo nazionale di calcetto cinque per parte, io faccio libri e spero che la gente li compri, se li passi, li regali, ma soprattutto li legga.

Non è che voglia improvvisamente farmi passare per la Morante, quello che dico è una cosa più complessa. Dico che per il gruppo Mondadori pubblica una quantità di autori che scrivono cose importanti, belle, a volte profondissime, a volte semplicemente coinvolgenti. Libri che ti mangiano e si fanno mangiare. La vera resistenza è leggerli e giudicarli per quello che scrivono, non decidere a priori che se vengono pagati da qualcuno che viene giudicato politicamente riprovevole allora scrivono per lui. Non voglio neanche fare il discorso sulla casa editrice vergine che non esiste. Dico questo: che fate di più leggendo e facendo leggere gli altri che invitando a boicottare gli scrittori. Perché si boicotta allo stesso modo chi scrive male o scrive per il Capo (quando non proprio tutt’e due) e chi invece scrive per chi lo legge.  Alla fine, chi scrive per il Capo resisterà come gli scarafaggi. Gli fate solo un favore.

Leggete i libri, mandate a cagare gli autori deludenti, parlatene, recensiteli, dite “Mi piace – non mi piace” sui milioni di social network a cui tutti siete iscritti, regalateli ai parenti più giovani, affrontate i classici o buttateli dalla finestra in nome della contemporaneità, ma leggete.  Andate ai reading, fate come il pubblico di Gavoi e rumoreggiate contro gli scrittori evasivi o inconcludenti, scegliete chi volete leggere sulla base di quello che scrive.

Le case editrici non sono fabbriche. Non producono maglioni, caffè, armi, oggetti di consumo che possono essere boicottati in favore di altri. Non è come dire, mi fa schifo American Apparel perché sfrutta l’iconografia del porno per vendere vestiti, comprerò solo magliette di Threadless e vestiti di Etsy, che mi possono anche piacere di più. Se boicotti le case editrici, boicotti in blocco i libri e la lettura. Che è circa come dire, American Apparel è politicamente scorretta, andate in giro nudi.

E c’è un’ultima cosa da dire. I libri sono i libri che leggete e gli autori sono quelli che conoscete perché pubblicano con le case editrici che hanno scelto. Il rapporto fiduciario che si crea fra l’autore e il suo editor, i grafici, i correttori di bozze, l’ufficio stampa e in generale tutti quelli che lavorano con lui in una casa editrice non è facilmente replicabile altrove: l’idea che chiunque possa tranquillamente andarsene altrove e fare le stesse cose allo stesso modo è frutto della tipica ingenuità di chi pensa che i libri siano frutto di un volo d’ispirazione ed escano dalle dita dello scrittore già perfetti in ogni loro parte, pronti per essere mandati in stampa. L’ingenuità che porta migliaia di aspiranti autori a pagare di tasca loro la stampa dei loro lavori, nella convinzione che la pubblicazione sia il fine ultimo, a qualsiasi prezzo.

Se dovete fare un gesto rivoluzionario, leggete e fate leggere. Altro non c’è.

Ofelé fa’ el to mesté

pubblicato Saturday 7 August 2010 11:42
Aggiunto nelle categorie Target du jour

Ieri sera sono stata a vedere Toy Story 3, massacrandomi la faccia con gli odiosi occhialetti 3D. Leviamo subito di torno una questione: questo film non vale i nove euro della tridimensionalità. Non perché non sia un bel film, o un film spassoso, ma perché il 3D è del tutto inutile per raccontare questa storia (e, si potrebbe dire, pure le altre; ma è un’opinione personale, e no, Avatar non l’ho visto). Toy Story 3, come gli altri due, non ha alcun bisogno di una dimensione aggiunta: è una storia che funziona perfettamente, e i personaggi non hanno bisogno di avvicinarsi in senso fisico allo spettatore per essergli più vicini in senso emotivo.

Detto questo, Toy Story 3 in italiano sarebbe un film molto migliore se i distributori nostrani rinunciassero una volta per tutte all’orrenda fissazione per i doppiatori-che-non-sono-doppiatori, le star abituate a far altro che prestano la loro inconfondibile voce ai personaggi per far sì che gli adulti dicano “Oh, che bravo Frizzi quando fa Woody!” oppure “Ah, ma che simpatico Faletti che fa il clown triste!” Faletti, sì, Faletti: che da come presta la voce (e le inflessioni dialettali) al tetro Chuckles non diresti mai che una volta ha fatto pure l’attore. A metà di un monologo fondamentale per la costruzione del pathos narrativo, lo spettatore è funestato da visioni di Suor Daliso e Testimone di Bagnacavallo.

E Faletti non è neanche il peggiore. Il momento più irritante, più maledetto-doppiaggio della pellicola arriva quando un altro dei personaggi minori incontrati da Woody apre bocca per la prima volta, e ne esce… la voce di Gerry Scotti. Questo parla, e tu pensi: “Riso Scottiiiii!” oppure “La accendiamo?”, e maledici i distributori italiani fino alla settima generazione. Scotti, pur evitando il piattume di Faletti, disturba per la sua stessa riconoscibilità: esattamente la caratteristica ricercata dai geni del marketing che da anni ci propinano doppiaggi fatti da Francesco Facchinetti et similia.

Intendiamoci, capisco benissimo che un film come Toy Story 3 sia difficile da commercializzare con i sottotitoli, essendo un film diretto principalmente ai bambini (anche se moltissime gag visive sono comprensibili solo al pubblico adulto). Ma se pensiamo che Woody nella versione originale è doppiato da Tom Hanks, Buzz Lightyear da Tim Allen e Jessie da Joan Cusack, proprio perché in America il doppiaggio non esiste, ti viene da domandarti perché non si lasci che ognuno faccia il lavoro che è in grado di fare: i conduttori i conduttori, i doppiatori i doppiatori e i giallisti con l’accento piemontese, mi avete capita.

La storia ci supera e va avanti

pubblicato Thursday 5 August 2010 10:59
Aggiunto nelle categorie Gay Today, Pacs nobiscum

Perfino il Governatore Schwarzenegger, uno non troppo noto per le sue idee progressiste, si è congratulato per la decisione del giudice Vaughan R. Walker di dichiarare incostituzionale la Proposition 8. Che, per chi se la fosse dimenticata, è quell’emendamento alla Costituzione dello Stato della California che definiva il matrimonio come un’istituzione limitata alle coppie eterosessuali. Il giudice Walker ha dichiarato che non esiste un interesse dello Stato della California nell’impedire le unioni fra persone dello stesso sesso, e che l’opposizione “morale” non è sufficiente a tenere in piedi il provvedimento. Detto fatto, l’emendamento è stato rimosso e i gay californiani possono di nuovo sposarsi.

Basta forse questo a far capire ai legislatori di tutto il mondo che la rimozione di questo divieto è un atto dovuto, e che si dovrebbe procedere immediatamente in tal senso senza stare a pensarci troppo, perché è compito del legislatore non rincorrere le basse paure e i vecchi pregiudizi del popolo, ma farsi garante dei principi di giustizia e lasciare che basse paure e vecchi pregiudizi anneghino nel buio della superstizione da cui escono? Forse no, ma è un primo passo.

L’isola che c’è

pubblicato Thursday 8 July 2010 22:48

Se dovete andare a un solo festival letterario nella vita, andate a Isola delle Storie, a Gavoi.

Arrivarci non è semplicissimo, bisogna prendere l’aereo fino a Olbia e da lì treno e quant’altro, però va bene, perché Gavoi va conquistata: una volta arrivati, si capisce perché valeva la pena. Incontri con gli autori a parte, Gavoi è bellissima: quasi verticale, curata, ordinata, popolata di gente che ti si avvicina spontaneamente per strada e ti aiuta a orientarti quando ti perdi nel dedalo delle sue stradine. Il festival, poi, è così bene organizzato da strappare gli applausi: puntuale, preciso, dotato di un servizio di navette efficientissimo per gli ospiti alloggiati all’hotel poco lontano, tenuto in piedi da decine di instancabili volontari spesso giovanissimi. Insomma, una meraviglia.

Per chi ci va come ospite, poi, Gavoi è un’esperienza irripetibile. A me è successo quest’anno, per la prima volta: e se dico che mi ha cambiato la vita non scherzo per niente. Per quattro giorni, gli invitati al festival mangiano tutti insieme, alloggiano tutti nello stesso albergo, e in generale trascorrono l’intera durata della manifestazione in una contiguità che apre alle confidenze e anche a delle sanissime bevute di mirto alle tre di mattina. A Gavoi si porta il cuore, chi vuole lo mette sulla tavola: una fetta non si nega a nessuno.

Poi c’è l’usanza del mirto con l’autore. E qui non vi dico niente. Vedere per credere.

Il tutto culmina nell’apocalisse enogastronomica di una cena in un ovile barbaricino, dove si viene abbattuti a colpi di pecora, porceddu e ottimo vino e successivamente finiti con mirto e ballu tundu, che se non l’avete mai fatto vi avviso: sembra una cazzata, ma il giorno dopo un male ai polpacci. A quel punto, la patina di gravitas intellettuale di cui molti scrittori amano ammantarsi se ne va allegramente a farsi benedire, sostituita da cori di Insieme a te non ci sto più a squarciagola sul pullman che ti riporta indietro, te e tutti i tuoi amichetti ciucchi. Tirarsela, a Gavoi, è impossibile: o meglio, puoi anche farlo, ma vieni praticamente segnato a dito. Non è un festival dove andare a fare i pensatori ieratici.

Anche perché la platea non mostra il benché minimo timore reverenziale nei confronti degli ospiti. Educata, sì, ma mica fessa: ti ascoltano veramente, e se dici una scemenza brontolano, se non rispondi alle domande rumoreggiano, e se cincischi ti urlano “Andiamo oltre!” Il pubblico di Gavoi è temibile perché nessuno è lì per darsi un tono o fare quello che lui la cultura. Sono tutti lì perché ci volevano essere, e non si fanno scrupolo di tempestare di domande qualsiasi ospite.

Appena posso, posto qualche foto. Ma che nostalgia.

Le cose piccole che uno fa

pubblicato Wednesday 30 June 2010 12:41
Aggiunto nelle categorie Spot, Target du jour

Contro il ddl sulle intercettazioni non so se ci sia molto altro da fare che protestare. La stessa maggioranza di governo non è compatta sul provvedimento, e tuttavia il Presidente del Consiglio procede a passo spedito per fare sì che l’intercettazione delle sue salaci frequentazioni e delle pressioni che esercita sul servizio pubblico non possano essere utilizzate per mettere in discussione il consenso che si è costruito. Non potendo smettere di maneggiare, cerca almeno di impedire che si sappia dei maneggi: e per farlo si assicura non solo che non se ne possa parlare, ma anche che non possano essere scoperti. Questo in sintesi.

Il singolo può fare poco. Anche i gruppi possono fare poco. Ma appunto, quel poco che si può fare si fa, sperando che nel migliore dei casi accenda un dubbio, nel peggiore che resti a futura memoria. Quindi ho firmato l’appello degli scrittori Einaudi (non in polemica con la casa editrice, come fa gioco dire perché la notizia non è bella se non è litigarella).

Tutto qui.

Fiat dux

pubblicato Wednesday 23 June 2010 13:31
Aggiunto nelle categorie Target du jour, Triste mondo malato

Non so a che punto della storia Pierluigi Bersani si sia convinto che le grosse società siano enti filantropici pronti a impegnarsi per garantire al lavoratore le migliori condizioni possibili. Perché è ovvio che le condizioni poste dalla Fiat per riaprire le trattative su Pomigliano sono un raffinato divertissement sadico, in cui ai lavoratori viene chiesto di partecipare in massa alla distruzione dei diritti minimi garantiti dalla Costituzione.  Lo sanno benissimo quelli che ci sono passati prima, i polacchi di Tychy: e lo dicono, a noi ci hanno fregati, non fatevi fregare.

Troppo tardi, ormai siamo già al liberi tutti, con Bersani che agita il ditino ammonitore, però ora rispettate i patti, eh? Viene voglia di andare lì e urlarglielo, Piergigi, guarda che i patti erano chiari anche prima, chi lavora viene pagato e ha diritto a straordinari, ferie e financo sciopero, sono diritti di base garantiti a chi ha un contratto da dipendente; concedere alla Fiat di andare in deroga alle normative vigenti significa né più né meno che andare in culo a mezzo secolo di lotte sindacali, ma che dico, all’articolo 1 della Costituzione, santiddio: FONDATA. SUL. LAVORO. Non sulla libera impresa, gli aiuti statali, le deroghe, gli investimenti promessi e non mantenuti, i bonus non pagati, la sovrapproduzione. Il lavoro. Puro e semplice. Il padrone farà sempre la voce grossa: il compito di chi dovrebbe stare dalla parte dei lavoratori è stare dalla parte dei lavoratori.

Che voglia di mozzicarglielo, quel dito.

Luoghi in cui il Presidente del Consiglio dovrebbe andare a parlare della legge sulle intercettazioni

pubblicato Tuesday 22 June 2010 14:22
Aggiunto nelle categorie Target du jour, Triste mondo malato

Dice Silvio Berlusconi, e cito:

So per certo che la stragrande maggioranza degli italiani è d’accordo con me sull’assoluta necessità della legge sulle intercettazioni, tant’è vero che quando ne parlo in pubblico raccolgo solo applausi di consenso e di incoraggiamento per andare avanti fino all’approvazione definitiva, che ormai è in dirittura d’arrivo.

Senza voler mettere in dubbio la buona fede di una delle prime cariche dello Stato, mi sento di suggerire una lista di luoghi in cui non si è ancora recato per monologare in materia di intercettazioni e assoluta necessità delle stesse, allo scopo di raccogliere maggiori consensi in materia. Nello specifico:

  1. L’Aquila
  2. Pomigliano d’Arco, c/o stabilimento Fiat
  3. Un carcere a caso
  4. Le università pubbliche
  5. La provincia di Napoli, preferibilmente in prossimità di una delle discariche abusive ivi contenute, oppure dei cumuli di spazzatura che sostiene di aver fatto sparire
  6. Scampia
  7. Il quartiere Zen a Palermo
  8. Un comando di Polizia, nel giorno in cui finiscono la carta igienica nei bagni e la benzina nelle auto
  9. Il Parlamento Europeo.

Take a picture, it’ll last longer

pubblicato Monday 14 June 2010 22:00
Aggiunto nelle categorie Sono fatti miei, Spot, Una che scrive

Vorrei avere in testa una fotocamera. Una tipo quella dell’iPhone o del BlackBerry, quelle robe senza pretese, point-and-shoot, e quello che esce esce. Vorrei poterla azionare solo quando va a me, per fotografare le cose che poi voglio ricordare esattamente, e non usarla per le cose brutte, oppure buttare via l’immagine in caso mi scappasse la fotografia sbagliata. Non vorrei manipolare le cose che fotografo, solo fissarle per ricordarle esattamente come le ho viste.

Normalmente non sento molto la necessità di ricordare tutto, e fotografo anche meno. Preferisco vivere, e lasciare che la selezione naturale dei ricordi faccia il suo corso. Mi sono accorta che, più mi sento viva e immersa nel momento, maggiori sono i dettagli che riesco a ricordare anche ad anni di distanza. Gli episodi singoli no, invece, se ne vanno: la mia memoria è opaca, disordinata, scambia gli anni, si incapriccia di cose del tutto inutili. Per questo forse dovrei fare più fotografie, anche se le fotografie, a riguardarle, mi creano dissonanza cognitiva: sono così diverse dai miei ricordi, così simili fra loro e senza profondità, che non ne vedo davvero l’utilità.

Ho fotografato la lucertolina qui sopra mentre eravamo a pranzo con Sandrone e sua moglie Olga sulla spiaggia di Marina di Pietrasanta, poco prima che piovesse a dirotto. Mangiava il gelato come una bambina, sporcandosi la bocca di cioccolato sciolto e leccandolo via metodicamente con la linguetta. Non sono riuscita a catturare quell’attimo: quella qua sopra è l’immagine migliore fra le tante che ho scattato. Questa cosa di non riuscire a beccare la linguetta della lucertola è un po’ la metafora di come mi sento ora che Anteprime è finito, e lo squadrone di liveblogger messo insieme da Mafe e Gallizio si è disperso.

Mi sento come se non potessi provare di avere visto un sacco di cose. Eppure sono tutte qui, giuro che le ho viste. Marcello Fois e la sua gravità isolana. Alfonso Signorini che proseguiva nella meticolosa operazione di dipingere se stesso come un’innocua e affettuosa checca di mezza età che ama la mamma, Marilyn e Gesù, quando è l’uomo più potente del paese. Le facce di quelli che erano andati a vedere Paolo Brosio, e non si capacitavano del fatto che si dichiarasse emozionato perché in quel momento a casa sua stava comparendo la Madonna. Nadia Fusini che psicanalizzava gli eroi di Shakespeare e mi ricordava la mia amatissima professoressa di letteratura inglese dell’università. Margherita Hack, così fragile da portarsi dietro sempre l’ombra minacciosa del grande vuoto che lascerà dopo di lei. Paul Auster che si faceva punzecchiare dalla consorte, Siri HustvedtLicia Troisi che faceva sembrare la scrittura a getto continuo di corposi tomi fantasy in combinazione con la maternità e un lavoro da astrofisica una cosa semplicissima, che ci vuole. Carlo Lucarelli che annunciava il ritorno di Grazia Negro, mentre Giancarlo De Cataldo raccontava di un romanzo ambientato nel Risorgimento italiano che fa venire una voglia matta di leggerlo. (Carlo Lucarelli che si fermava a salutare Sandrone mentre ero lì anche io, e io che diventavo piiiiiiiiccola e imbarazzata come solo le peggiori fangirl. Niente, non ce la farò mai.) Niccolò Ammaniti che faceva ridere raccontando fatti suoi divertentissimi e poi annunciava che ha scritto “Quattro righe e brutte, il libro non so se lo faccio”, con grande costernazione dello staff Mondadori ivi riunito. (E ho pensato che non deve essere facile essere uno molto molto molto bravo, perché quando sei molto molto molto bravo poi non puoi essere un po’ meno bravo, devi esserlo un po’ di più, ma la bravura non tende a infinito e insomma uno va in crisi.) E poi Roberto Saviano, sballottato dalla scorta, una delle poche persone che io abbia mai visto ad aver fatto a ventisette anni una scelta da cui non gli sarà possibile tornare indietro, mai. Io non conosco nessuno che non abbia potuto cambiare idea. Tutti cambiano idea. La gente fa dietrofront, scantona, svicola, aggira, si perde di continuo. Lui no, per il resto dei suoi giorni dovrà avvertire ogni volta che va a fare pipì, e ci saranno sempre gli stronzi che gli rinfacceranno di aver guadagnato con Gomorra, perché in Italia siamo tutti cattolici e gli unici buoni sono i poveri.

E tante altre cose, ho visto, che forse vi interessano meno perché erano solo per i miei occhi. Come quella lucertolina sotto la sedia, che poi si è infilata in un buco del pavimento ed è scomparsa.