Oggi le donne italiane – o meglio, le donne italiane che hanno aderito al movimento Se non ora, quando? – tornano in piazza. Io, questa volta, non ci sarò.
I motivi della mia (temporanea?) disaffezione al movimento non sono molto complessi, o forse lo sono e non ho finito di decodificarli: al momento, però, mi sembrano riassumibili nel fastidio che provo e ho sempre provato nei confronti del grazioso angolo arredato con gusto in cui ogni movimento femminista finisce per confinarsi, semplicemente per la sua incapacità o paura di parlare a tutti. SNOQ è partito, mi pare, in un momento di stizza collettiva in cui i cittadini ambosessi si sono uniti per protestare contro una smaccata, platealissima cultura della figa come commodity, che per carità, ognuna poi ci fa quello che vuole, ma non può essere che l’idea generale sia “Se sei racchia te ne devi stare a casa”. Andrà bene per le Terry De Nicolò, che si credono superiori per aver saputo attribuire al loro organo genitale un valore di mercato e che si agitano disperate all’idea che il sistema di cui sono parassiti possa subire degli scossoni. Le Terry De Nicolò campano solo finché ci sono uomini disposte a comprarsele: andrà bene per loro, va un po’ meno bene per noi che magari ci siamo scelte altri rami. Belle o racchie che siamo. E non ci va di essere ridotte all’attrattiva sessuale, allo stato civile, alla disponibilità a civettare e dimostrare compiacenza a tempo pieno.
Comunque.
Il mio problema attuale con SNOQ è che non posso e non voglio fare il passaggio da “Se non ora, quando?” a “Se non le donne, chi?” È un messaggio che mi pare intriso del peggior sessismo benevolo – ah, le donne, che esseri meravigliosi capaci di tenere in piedi famiglia e affetti [inserire a piacimento retorica mutuata da quello che io chiamerei il "maschilismo simpatico": quello che, invece di considerarti persona, ti considera incarnazione di ineffabilità e ti piazza su un piedistallo così alto che per scendere puoi solo schiantarti] e soprattutto che mi segnala il solito problema delle iniziative promosse dalle donne: e cioè che parlano solo alle altre donne. Quelle che si alzano in piedi per protestare hanno sempre più la tendenza a confinare il loro discorso al loro stesso genere: hanno paura, mi pare, di mettersi alla testa di un movimento rivolto a tutti, come sarebbe ormai ben più che possibile.
Sento puzza di nostalgia di tempi più gloriosi, della stagione in cui per una volta ci era concesso essere incazzate in pubblico. Adesso non si può, è poco fine. E non mi piace: la rabbia la condivido, la nostalgia per niente. Avverto anche una clamorosa assenza di senso dell’umorismo, che è sempre segnale di impotenza: se non puoi ridere in faccia a chi ti insulta è perché sei in una posizione debole. Incazziamoci, ok. Ma riserviamoci il diritto di ridere di noi, di ridere di tutto.
Il femminismo dei diritti l’abbiamo fatto: manca ancora qualcosa e tocca difenderne delle altre (tipo l’aborto), protestare contro altre ancora (a proposito, una cosa a Matteo Renzi la vorrei dire: con il part-time o le agevolazioni fiscali per le “mamme che lavorano” NON si fa la parità di niente. La parità si fa con pari diritti e doveri equamente distribuiti) e rinunciare ad alcuni privilegi ormai superati inscritti nel diritto di famiglia, che tende a favorire l’uscita delle madri dal mercato del lavoro, ché tanto una volta sposate c’è sempre l’assegno di mantenimento, qualunque cosa succeda. Queste sono cose di cui tenere conto, ma soprattutto bisogna smettere di parlare solo di noi a noi, e cominciare a parlare di società a tutti. La società, quel posto in cui anche noi viviamo insieme agli uomini. Essere femmine non ci impedisce di parlare a tutti, di fare discorsi generali che valgano per tutti, e di inserire i nostri diritti come persone in un quadro più ampio, in cui anche i maschi possano rimettere in gioco le regole a cui sono costretti. È finito il tempo dei discorsi parziali, ed è finito anche quello in cui il maschio parla per tutti e la femmina parla solo per sé.