C’è gente irritata, per la vittoria di Emma a Sanremo (e non stiamo parlando di Kekko dei Modà, che nel merito avrà pure le sue ragioni, ma ha perso un’occasione per fare un uso oculato dei social network). Gente irritata perché ha di nuovo vinto “uno dei talent”, di nuovo uno proveniente da Amici dopo Marco Carta e Valerio Scanu. Come se vincere Sanremo fosse un lasciapassare per la fama mondiale, la ricchezza, essere big in Japan e pure in altri posti, la presidenza di qualche piccolo paese sudamericano o dell’International Monetary Fund. Quando invece se ti va bene vendi un po’ di dischi, se ti va male manco quello. Con tanti saluti a Tiziana Rivale e a tutti quelli che Sanremo lo vinsero in anni in cui ancora ti faceva vendere dei dischi.
Il problema della vittoria di Emma (e di Carta, e di Scanu) è un disgusto implicito del pubblico nei confronti del sistema dei talent show, che ha sicuramente enormi difetti, ma al momento è anche una delle poche vetrine affidabili per gli interpreti. La figura dell’interprete ha una sua dignità nella musica internazionale: alcuni interpreti diventano leggendari (Frank Sinatra, Mina, The Supremes), altri no. Un interprete puro non è un autore: ha bisogno di canzoni di altri per poter esercitare la sua arte. Negli anni ’60, gli interpreti italiani andavano al Cantagiro, e venivano giudicati da una giuria popolare. Ora vanno ai talent show, e vengono giudicati con il televoto.
I difetti di Amici e X Factor e qualsiasi altro talent musicale sono evidenti. Alimentano l’idea che per fare musica basti avere una bella voce ed essere molto paraculi, favoriscono i cantanti rispetto ai gruppi musicali, non lasciano molto spazio alla sperimentazione sui generi e relegano la composizione (per chi compone: e sono pochi) a un paio di serate. Il talent show crea l’impressione che il pop possa essere solo questo, musica leggera per artisti parziali, cover di pezzi famosi e “Comprerei il tuo disco” detto a gente che non ne ha mai fatto uno e che canta solo grandi successi di altra gente. Però è anche una vetrina formidabile per il genere di voce che poi va a Sanremo, una manifestazione che ha perso da un pezzo ogni rilevanza per la cultura musicale italiana e si accontenta di riproporre le solite vecchiazze (o i soliti giovani vecchi), anno dopo anno. Tutti, o quasi, con canzoni scritte da altri.
Dai talent show, però, esce anche Pierdavide Carone, che se non per la tenera e tragica Nanì portata al festival di quest’anno con Lucio Dalla verrà quasi sicuramente ricordato per la frase “in tutti i luoghi, in tutti i laghi”, sulla quale non è necessario elaborare oltre. Carone è uno che ci prova davvero: canta e compone per sé e per gli altri. Non si inventa nulla, ma ci prova. Avrebbe avuto successo, se invece che passare per Amici avesse fatto il giro cosiddetto “tradizionale” dei concerti nei locali, dei demo, dei pezzi passati ai discografici che poi ti mandano in radio o a Sanremo? Forse no. Ma la sua canzone mi è rimasta in testa più di quella dei credibilissimi, testatissimi, onorevolissimi Marlene Kuntz: e in un festival in cui una canzone è tutto quello che hai, l’orecchiabilità mi pare fondamentale.
Veniamo a Emma.
La sua vittoria non è strana, considerato che dopo Amici non si è fermata ma ha continuato a fare musica e a coltivarsi un pubblico, nel vero senso della parola, popolare. Rispetto agli altri concorrenti di talent, la cui immagine viene sorvegliata e calcolata al millimetro (provate a leggere un’intervista della sua collega Alessandra Amoroso e a trovarci qualcosa che sia anche solo vagamente interessante), Emma Marrone ha la caratteristica di essere polemica, spesso politica, diretta e disponibile a mettersi in gioco molto al di fuori delle normali frivolezze che ci si aspettano dagli idoli per ragazzine. Dal punto di vista musicale, neanche lei si inventa nulla. Appartiene alla genìa delle urlone, quelle che prendono d’assalto la melodia a pieni polmoni, sempre, a prescindere (e il confronto con l’interpretazione cristallina di Arisa e il timbro originale di Noemi è impietoso). Non si sa cosa potrebbe fare con materiale meno tradizionale e arrangiamenti più interessanti di quelli che ha maneggiato finora, ma fra un talent e l’altro (ricordate Superstar Tour? No? Vabbe’, non siete i soli) è riuscita a rimanere a galla per più di otto anni.
Dalla sua vittoria ad Amici sono passati due anni: c’è gente che sparisce molto prima (Virginio? Annalisa? Ma soprattutto, ve lo ricordate Dennis Fantina?) In America, la provenienza da un talent show dopo un po’ cade in prescrizione: chiedetelo a Kelly Clarkson, oppure, se non ci credete, a Jennifer Hudson. O ce la fai con le tue gambe, o non c’è Simon Cowell che t’assista.
E comunque, chi volevate che vincesse, questo Sanremo senza infamia e senza lode, fatto di canzonette deboli, testi retorici sull’amore e il precariato che francamente li fa molto meglio Vasco Brondi, e Samuele Bersani in quota piri piri simpatia? Arisa, Noemi, Dolcenera, Giggi e Lori? Ha importanza? Tutto svanirà entro pochi giorni, e fra un anno tutto tornerà uguale.