Sole Cuore Algore
Il post intelligente su Al Gore all’Ambra Jovinelli lo faranno già gli altri che c’erano. Da me, come al solito, potete aspettarvi il contorno.
Amici uligani. Allora, lo dico subito, io in gita con Antonio Sofi e Zoro non ci vado più. A ogni affermazione del quasi-presidente (presidente intero per Luca Conti, colto forse da accesso di fantozzismo) prorompevano in barcampici “Daje!”, con grande imbarazzo mio e di Antonella, che ci scappava da ridere ma avremmo voluto mantenere il contegno. Achille, in mezzo, faceva il democristo e un po’ je dava un po’ no.
E’ la primaveeeeera! “Ma che caldo fa, a Roma?” “E’ maggio, Gianluca.” Alla buon’ora, aggiungerei anche.
Stile. Beccatevi gli stivali di Al Gore (la foto è di Giorgia).
Riscaldamento locale. L’Ambra Jovinelli era un forno, ma accendere l’aria condizionata con Al Gore presente sarebbe stato un po’ come accogliere l’Ayatollah Khamenei con un piattone di prosciutto di Parma.
Una pregunta. Ecco, vabbè user-generated, ma nessuno si è accorto che le quindici domande più votate chiedevano più volte la stessa cosa?
Ordine e disciplina. Alessio: “Sì, lo so che la mia giacca è troppo pesante, è che ho tutta la roba distribuita nelle tasche e mi ci è voluta una vita per trovare la distribuzione perfetta.”
Mimica. C’è un buon motivo per cui Marco Camisani Calzolari dovesse far pervenire la sua domanda in video, e nel video fare le facce?
Namedropping. E non li ho neanche detti tutti. Tipo: ho dato un euro e cinquanta a Luca Sofri, oggi.
Insomma. “Wow!”.
Hlp plz
Questo è un post antipatico, ma se non lo scrivo poi mi rimane sul gozzo. Parte da questo articolo, in cui si dice, in parole povere, che metà degli italiani non ha oltre la licenza media, e un decimo (quindi, se la matematica non mi inganna, circa sei milioni di persone: un’enormità, tutta la Svezia) non ha completato l’obbligo scolastico. Siamo fra gli ultimi in Europa per istruzione.
La cosa non mi sorprende affatto, e non credo sorprenda nessuno di voi. Sappiamo come scrivono i ragazzini italiani, e nemmeno solo i ragazzini: ne abbiamo fulgidi esempi ovunque, in rete, di gente che va ben oltre il non distinguere fra “po’” e “pò”, fra i quali si può annoverare anche il luminare che ha scritto il T9 in italiano. Gente che va anche oltre il (peraltro orrido, non finirò mai di dirlo) sostituire il “ch” e le “c” dure con le k: a questo, che è ormai un tic linguistico, è associata anche una totale incapacità di usare la punteggiatura, una sintassi a dir poco pericolante e un’ortografia generalmente vergognosa. La povertà del vocabolario completa il quadro.
C’è chi argomenta che quello dei ragazzini è un codice, e come tale ha valenza solo nel loro mondo: tempo fa, a una mia richiesta di scrivere in un italiano che non mi facesse venire il mal di testa, una giovane utentessa Internet mi rispose che lei scriveva come le pareva, perché quello non era mica “un tema in classe”. La dissociazione fra il linguaggio corretto - riservato alla scuola, una sorta di concessione benevola e scocciata alle assurde richieste del prof di turno - e linguaggio “vero”, abituale, mi ha lasciata senza troppi argomenti. I ragazzini, in fondo, hanno diritto a crearsi un mondo le cui regole siano diverse da quelle dei genitori.
Il problema non si pone finché questi giovani virgulti sono effettivamente in grado di padroneggiare entrambi i metodi di scrittura. Le difficoltà sorgono solo quando, una volta fuori dalla scuola dell’obbligo ed inseriti nel mondo universitario o lavorativo, la loro ignoranza diventa un handicap. Perché se è vero che un errore di ortografia in un cartello al supermercato è brutto ma ci può stare - dopotutto, lavori al supermercato, mica alla Corte di Giustizia dell’Aia - è anche vero che a poco serve il carico di nozioni apprese a scuola, se poi non si è in grado di stendere nemmeno una lettera di presentazione senza condirla di obbrobri linguistici. Perché puoi anche scrivere tutti i “ch” e perfino ricordarti che tra una “n” e l’altra di “nn” c’è una “o”, ma se non sai usare la punteggiatura (e usi i puntini di sospensione, meglio se cinque o sei per abbondare, al posto di qualsiasi altra cosa; oppure schiaffi punti esclamativi a caso ovunque), scrivi tutto in maiuscolo senza virgole, o se non sai usare i congiuntivi, quello è grave. Perché magari al supermercato ti prendono lo stesso: per caricar scaffali, la sintassi non serve. Ma altrove, semplicemente, non sei competitivo. Arriva uno spagnolo preparato, un francese, un portoghese, un olandese che ha studiato, e parla la tua lingua meglio di te, ne parla anche altre due, anzi. Sei fottuto. E neanche puoi andare all’estero tu, perché se l’italiano lo scrivi così male, figurarsi se ti sei sbattuto ad imparare bene un’altra lingua.
Peggio ancora: se tutti sono ignoranti come te, la gara è fra capre. E la qualità della comunicazione crolla.
Il problema dei ragazzi italiani è proprio questo: in assenza di qualcosa che leghi la preparazione scolastica al successo sul lavoro (che tanto non esiste, perché quasi tutti finiscono nel purgatorio del call center: che siano o meno laureati, bravi, preparati e in grado di mettere insieme una frase), la scuola diventa una sorta di compartimento stagno, un salotto dove atteggiarsi a comunicatori educati, come le signorine che andavano a scuola di portamento e si mettevano il fazzoletto in grembo. Ma fuori, nella vita, la comunicazione corretta nella propria lingua è diventata superflua.
Sembra una sciocchezza, ma se nell’era della comunicazione globale (passatemi l’espressione) la maggioranza degli adolescenti e ventenni italiani scrive peggio dei soldati analfabeti al fronte durante la Grande Guerra (fatevi un giro al Vittoriano per avere un’idea), l’impoverimento culturale del paese comincia ad essere troppo allarmante per non essere affrontato seriamente. Inutile cianciare di “Tre i” se fra queste tre “i” non c’è l’italiano. Chi parla male pensa male, e chi pensa male sarà sempre svantaggiato.
Old Guys on the Block
Nel 1990 avevo circa la metà degli anni che ho adesso, gli occhiali, e un viaggio-premio di fine anno scolastico in America da godermi. In America, i New Kids on the Block erano dappertutto: e se adesso non si riescono a concepire fan dei Tokio Hotel di età superiore ai quattordici anni, all’epoca non era strano che una diciassettenne (anche una un po’ indietro come la sottoscritta) si invaghisse di una boy band.
Erano perfetti, i New Kids on the Block, ce n’era uno per ogni gusto, come i Duran Duran quando ero più piccola. Anche le canzoni, alla fine, erano dignitose, pop-soul alla vaniglia per ogni palato, e sicuramente ottimo per il nostro. A scuola avevo amiche fra le fan del gruppo. Con una in particolare, Francesca, ci scambiavamo un quadernino su cui scrivevamo pensieri e messaggi, tipo un diario collettivo: adesso si chiamerebbe blog e lo leggerebbero tutti, allora era solo per noi. Si scriveva molto, all’epoca. Cosa credete, che le fanfic le abbiano inventate gli americani? C’eravamo prima noi. Le mie credo le abbia in blocco Marvy, che conoscevo da quando aveva tre anni e che ho perso di vista molto tempo fa. Vabbè, ma non è questo il punto. Il punto è che, dopo George Michael e i Duran Duran e prima dei Manic Street Preachers, ci sono stati loro. Molto più che un gruppo, una colla sociale.
Insomma, tutto mi aspettavo meno che si riunissero e mi affliggessero con questo. Il singolo più brutto di tutti i tempi, o quasi. Una roba sintetica, orrenda, senza tiro e senza grinta. Una roba che farebbe schifo a dei seminaristi in ritiro, cantata con l’entusiasmo di una gita aziendale a Busto Arsizio. Se questo è il primo singolo, non voglio proprio sapere come sarà l’album.
Grazie mille per aver calpestato la mia adolescenza. No, veramente, grazie, eh?
Attraversare con prudenza
C’è una signora anziana in mezzo all’incrocio.
Non cammina, proprio. Si può dire che deambula, alzando una gamba dopo l’altra, lentamente, le giunture troppo rigide per piegarle. Dondola, barcolla, ma attraversa. L’incrocio è grande e pericoloso, alla fine di una delle strade principali della Frosinone bassa, la via dello struscio e dello shopping, dove si affollano adolescenti in abiti chiassosi e ragazzoni con pettorali guizzanti sotto la maglietta Corona’s.
La signora anziana avrà sui settant’anni, forse di più. Si tinge i capelli, non ci stava ad essere una signora anziana, e quando il tempo ha tradito il corpo togliendole l’agilità è rimasta una signora anziana con i capelli tinti. Forse porta anche un po’ di rossetto, è difficile dirlo nei pochi secondi in cui la vedo passarmi davanti, a distanza. La macchina di fronte rallenta, il guidatore forse un po’ scocciato da quella signora in mezzo alla strada, lì dove neanche i giovani attraversano mai perché non ci sono strisce pedonali e tutti vanno veloci, complice una segnaletica stradale un po’ alla viva il parroco. Lei invece procede dondolando, un’espressione infastidita o forse solo affaticata sul volto, un passo dopo l’altro ed eccola sulle righe di mezzeria che circondano l’aiuola spartitraffico. Metà percorso è fatto, resta l’altra metà.
Deve essere nata quando le macchine non c’erano, questa signora, o ce ne erano molte di meno: questa parte della città deve esserle spuntata intorno quando era già adulta, e con essa le macchine, sempre più grosse e sempre più potenti. C’è una coppia in Porsche decappottabile nella corsia accanto alla nostra, capello lungo con codino lui, capello tinto piastrato nero e aria torva lei. Schizzano via nel traffico e arrivano all’incrocio forse molto prima che la signora cominci il suo periglioso attraversamento. Noi, invece, siamo costretti ad attendere che sia diventata il problema di quelli che arrivano dall’altra parte, da dietro la curva, sperando che non vadano troppo di fretta e non siano troppo distratti.
Autocritica maoista /2
Condivido anche le virgole di questo post di Irene.
Autttarchiaaaaaaa!
E meno male che doveva essere il Sindaco di Tutti e che aveva ringraziato Veltroni per l’ottimo lavoro. Manco insediato, Alemanno già piazza gli amici alla direzione della Festa del Cinema, e procede ad affossare una delle poche manifestazioni in grado di portare Roma all’attenzione del mondo, indicando che d’ora in poi “solo film italiani”. Perché se si dice cinema si pensa a Cinecittà. Ollivud? Ollivud che? Mavammoriammazzato ao’.
Antifascismo
Partiamo da un presupposto di base. Questo:
XII
È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.
E’ un dato di fatto, questo.
Il fascismo, in Italia, si è macchiato di crimini orribili. Centinaia di migliaia di persone morte, persecuzioni, Villa Triste, campi di sterminio. Ce n’è uno a un chilometro dalla mia ultima casa triestina, dietro lo stadio, perfettamente accessibile al pubblico. Il regime fascista istituì le leggi razziali, perseguitò ferocemente i cittadini di lingua slovena, spedì gli oppositori al confino, torturò i dissidenti. Chi scrisse la Costituzione aveva negli occhi questo orrore, lo aveva visto succedere, lo aveva combattuto in Italia o all’estero, in esilio, ed era tornato per impedire che si potesse ripetere. Quell’orrore era parte integrante dell’idea fascista, non una sovrastruttura imposta da un pazzo criminale: come nel nazismo, esattamente come nel nazismo, quella violenza era connaturata alla realizzazione della Nazione ideale, la Patria maschia, virile e vittoriosa.
Passano sessant’anni, e quelli che hanno scritto la Costituzione sono tutti morti, quelli che hanno visto il fascismo succedere sono quasi tutti decrepiti o morti, tranne Andreotti che fascismo o non fascismo sopravviverà anche agli scarafaggi, e Rita Levi Montalcini, che essendo ebrea due o tre cose le avrebbe, da dire, ma o non le dice, o non la stanno a sentire. Con i morti è morta la memoria, è morta la testimonianza. E il fascismo, l’idea del fascismo, è risorta. A scuola non si studiano i campi di sterminio. A scuola non si studia l’alleanza con la Germania nazista. Gente come Dell’Utri - Dell’Utri, porca puttana, Dell’Utri, uno che dovrebbe solo tacere per lo schifo che si porta addosso, e invece parla, parla, parla - va in giro a dire che bisogna riscrivere i libri di storia: eh già, perché la storia la scrive chi vince, e a sessant’anni di distanza sentono di avere vinto loro. Ragazzini con il cotone nel cervello scrivono “DVX” sugli zainetti e nei commenti ai blog. Non possono immaginare che sui carri bestiame diretti a Trieste o in Polonia potesse esserci la loro madre, zia, sorella. Non capiscono che senza le persecuzioni, la dittatura, la sopraffazione, le guerre, la retorica e il razzismo non c’è fascismo, che questi eventi sono parte dell’ideologia stessa. Il fascismo in Italia, ripetiamolo ché è importante, si è macchiato di crimini orribili. Ed è stato bandito per legge.
A questo punto arrivano quelli che il comunismo in Russia, in Cina, in Jugoslavia. OK. In Russia, in Cina, in Jugoslavia. In Italia, cosa ha fatto il comunismo? Cosa ha fatto il PCI, dalla sua fondazione alla sua morte? Da che parte è stato, per chi ha lottato, con chi si è schierato? Che cosa ha dato a questo paese? Domandiamocelo. Domandiamoci chi sono stati i comunisti in Italia, che contributo hanno dato alla costruzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, in guerra e nel dopoguerra. Si può credere o meno nell’idea del comunismo, ma è difficile negare che la sua impronta sulla politica italiana sia stata di segno quasi uniformemente positivo. Il rigore e la statura politica e morale di figure come Luigi Longo, Teresa Noce, Palmiro Togliatti, Nilde Iotti, Enrico Berlinguer - gente che s’è spesa, in vari modi, per costruire un’Italia più giusta e più equa - sono un fatto. Uno può anche non essere comunista. Ma i distinguo vanno fatti.
E’ per questo che io un sindaco con la celtica al collo, uno con il passato da picchiatore e il presente da fantasma di un’epoca buia e disperata, non solo non lo approvo, ma trovo che sia un presagio di sventura per tutto il paese. Vuol dire che l’orrore del fascismo non fa più paura a nessuno. L’orrore del fascismo si è risolto in un ignavo “vabbè”.
Liberi tutti
Questo post segue da questo.
Anche quest’anno, sebbene in sordina e in modo quasi dimesso, si è festeggiato il 25 aprile; facciamoci caso, a queste ricorrenze, perché fra qualche anno ce le toglieranno a forza di senatori autoproclamantisi fascisti alla faccia della Costituzione. La Costituzione, tanto, si può cambiare, mica è la Stele di Rosetta. Comunque. Il 25 aprile sono stata a fare un giro al Pigneto, che è vicino a casa mia ed è un quartiere un po’ strano, una specie di città nella città dove i bambini giocano per strada e le ricorrenze legate alla Resistenza si festeggiano con grandi grigliate, musica e il solito dibbbbattito. E’ così da sempre, e anche quest’anno non c’è differenza. Un po’ di mestizia, magari. Ma autocritica? Tentativo di fare le cose in modo diverso? No. E perché mai, dopotutto?
Il popolo della sinistra è così, ecumenico a parole, elitario nei fatti. Autoconsolatorio e autocelebrativo. Queste feste in piazza, queste grigliate con i banchetti di fave e pecorino bio (buonissimo) e di corsi di italiano gratuiti “Solo per donne” (ma perché? Gli uomini non hanno bisogno di imparare l’italiano? Le donne si possono integrare e gli uomini no? Che logica c’è, dietro questo “Solo per donne”? E’ questo che è diventato, il femminismo italiano?) servono a tirare su il morale ai militanti, a predicare al coro. Sono comprensibili, ed accessibili, solo a chi già la pensa come tutti i presenti. E’ un eterno ritrovarsi fra parenti senza allargare mai la famiglia.
Intendiamoci, le feste in piazza sono una gran bella cosa, piccole o grandi che siano. Al di là del significato politico. Ma la festa in piazza fra militanti è diventata l’unica modalità comunicativa della sinistra: predicare al coro è più facile che andare in missione. Si può sempre dire che gli italiani non capiscono perché sono stupidi e ignoranti e saltano sul carro del vincitore, e sentirsi a posto così. Sarebbe ora, invece, di dirsi: non ha funzionato. Abbiamo sbagliato. Abbiamo parlato solo ai “nostri”, agli ortodossi, a chi condivide la nostra visione del mondo in ogni suo dettaglio, e non ci siamo mai preoccupati di portare il messaggio fuori, a chi non lo conosce. Ci siamo sbrodolati addosso in dibattiti infiniti in cui avevamo sempre ragione. Non ci siamo mai misurati sul pratico e il concreto con chi la pensava diversamente. Ci siamo arroccati in un sentire esclusivo, che necessitava preparazione, studio, comprensione, cultura.
Nel frattempo, Bossi, Berlusconi, Fini e compagnia cantando andavano in piazza e arringavano la gente, andavano in televisione ed esponevano le loro teorie economiche, si facevano intervistare dai giornali cavalcando ogni sorta di indignazione popolare. Nel frattempo, la destra è diventata la voce della gente, e la sinistra un movimento per pochi solitari intellettuali.
“Si muore”
Vi piace il cinema ma non avete il tempo di andarci? Vi scoccia affittare i DVD? Il cinema in realtà vi annoia ma avete bisogno di sapere come finiscono i film per poter fare bella figura in una conversazione? E’ nato Spoilerin’, il blog che vi racconta i finali dei film così potete risparmiarvi di vederli.
Autocritica maoista
La sinistra ha perso. Ha perso clamorosamente, e ha perso al punto di vedersi ridotta all’irrilevanza. Non può essere un caso, né una questione di rincoglionimento a livello nazionale. I voti, come si diceva in precedenza, sono stati dati con una certa determinazione feroce, pro Berlusconi/Lega o contro Berlusconi, che non significa a favore di qualcos’altro, tranne che nel caso di pochi ultras del PD. A questo punto, urge - anzi no, è assolutamente necessaria - una disamina critica dei difetti e degli errori compiuti dalla sinistra, estrema e non, negli ultimi quindici anni della sua esistenza.
Questo è un post lungo. Potrebbe essere più lungo, ma cercherò di essere sintetica.
Assenza di idee unitarie
Se c’è una cosa che, in Forza Italia ma soprattutto nella Lega, si è delineato in maniera chiarissima, è l’idea di fondo: fare in modo che ognuno si metta in tasca più soldi possibile di quelli che guadagna ogni mese. Lasciamo perdere, per ora, la discussione giusto-sbagliato: è la chiarezza dell’idea che conta. Gli italiani sono cattolici di fondo, amano le affermazioni categoriche. Forza Italia e la Lega hanno detto agli italiani: faremo di voi gente più prospera. Diminuiremo le tasse, faremo in modo che ognuno possa disporre di quello che guadagna, a livello individuale e di micro-comunità. Quello che viene guadagnato dai veneti resta ai veneti, quello che viene guadagnato dai milanesi resta ai milanesi. Questo è chiarissimo. Giusto, sbagliato, non fa niente, si capisce molto bene. I soldi li capiscono tutti.
La sinistra cosa vuole?
Non si sa. No alla guerra, poi vota la guerra in Parlamento. La classe operaia che non si capisce quale sia. No alle tasse. Sì alle tasse. Le donne sì, ma con moderazione. La Chiesa no ma anche sì. Immigrati sì perché sono una risorsa, immigrati no perché lavano i vetri ai semafori e infastidiscono la gente. Politiche di integrazione sì per evitare che si formino ghetti e società parallele, politiche di integrazione no perché l’assimilazione forzata è da fascisti. Crocifissi sì crocifissi no crocifissi forse. Solidarietà al Tibet, alla Birmania, alle donne dell’Afghanistan, alle indiane che muoiono in “incidenti di cucina”, alla Palestina, a tutti meno che al vicino di casa che non sa come tirare la fine del mese, ma vota La Destra e quindi deve morire.
La sinistra degli ultimi quindici anni è stata la sinistra del “vediamo”. Spaventata davanti alla prospettiva di dire poche cose chiare, illustrandone i vantaggi e le metodologie, e adoperandosi per costruire un modo più sostenibile.
Troppe parole
Mettiamo a confronto un manifesto di estrema sinistra con un manifesto di estrema destra. Un manifesto di estrema sinistra conterrà quasi sicuramente un pamphlet di duecento righe, scritto in caratteri piccoli, su un argomento o l’altro, che nessuno leggerà tranne i militanti del centro sociale che lo hanno steso, in spregio alle più elementari regole della comunicazione.
Il manifesto di estrema destra conterrà tre frasi categoriche, un simbolo, forse un’immagine vagamente minacciosa tipo gente in orbace. Fine. Lo leggi tutto anche passandoci davanti con l’autobus. Poi magari dice delle cose aberranti, ma intanto te le ha dette. Il manifesto di estrema sinistra affatica perfino a guardarlo, e a leggerlo non è che poi uno si senta meglio.
L’estrema sinistra ha questa capacità di dire cose magari condivisibili in un modo che fa girare i coglioni perfino a chi le condivide.
Per esempio, io condivido l’idea di ridurre il servilismo dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti. Mi pare una cosa elementare, che ogni paese civile si riserva di mettere in atto. La Francia, la Spagna, la Germania decidono di volta in volta se aderire a un’iniziativa americana. L’Italia no, l’Italia si comporta sempre come il più magrolino della classe, quello con l’apparecchio ai denti che farebbe di tutto pur di compiacere il bulletto della scuola, solo perché il bulletto in questione una volta lo ha difeso contro altri bulletti che gli volevano rubare la merenda.
Io questa cosa la condivido, ma non ne posso più della retorica a base di “anti-imperialismo”, “boicottaggio dello sfruttatore” (i.e. non andare da McDonald’s) e avantipopolismo da quattro soldi. Come non ne posso più, e dico veramente essendo parte in causa, del vocabolario utilizzato dal femminismo di sinistra, con tutti quegli asterischi al posto dei maschili nelle parole e la distinzione fra “donne” e “lesbiche”, che ripeto, l’ultima volta che ci ho guardato le due cose coincidevano.
Troppe parole, quasi tutte roboanti e a cazzo, per nascondere una tragica incapacità di concepire un’alternativa pratica. Uno stile di vita che possa rendere felice più gente possibile.
Felicità
Guardate che non è una cosa da poco, questa della felicità. La destra di Berlusconi è celebrativa, ballerina, billionaira, AEIOU-Ypsilon! La Lega di Bossi è ringhiosa ma ha messo su Miss Padania. Non sto dicendo che la sinistra dovrebbe organizzare concorsi di bellezza e aprire discoteche. Sto dicendo che c’è della gioia nel progetto sociale della sinistra, e invece quello che emerge, da tipo vent’anni a questa parte, è solo la rabbia e la sofferenza per la continuata presenza degli altri.
Da quando c’è Berlusconi, la cultura di sinistra si è ridotta a un costante ululato a basso wattaggio, tipo prefiche con le pile scariche. Anche la satira di sinistra è triste, quando la satira di destra (vale a dire il Bagaglino) magari non fa ridere, ma neanche piangere quando ci ripensi dopo.
La destra ha una visione ottimista del mondo. L’ottimismo del cretino, si può dire, perché basato sull’idea di vivere già nel migliore dei mondi possibili. La sinistra, invece, dovrebbe tendere al miglioramento, al sol dell’avvenir: si impantana invece in diatribe di massima sugli errori e le mancanze del mondo in cui vive, che a parole vorrebbe rivoluzionare, e nei fatti lascia come sta, perché a certe comodità abbiamo fatto l’abitudine.
Dice giustamente Jacopo Fo (che mi trova spesso d’accordo, anche se il suo fricchettonismo è comprensibile ai più quanto i manifesti verbosi attaccati nelle pensiline dei tram) che il mugugno ormai l’abbiamo perfezionato. E’ ora di cominciare a proporre concretamente soluzioni ai problemi del paese dove viviamo. Gruppi d’acquisto di pannelli fotovoltaici, spesa collettiva, car sharing, pressioni sulle comunità locali perché passino alle fonti di energia rinnovabile. Cose concrete, appunto. Cose che danno gioia, rendono l’aria più respirabile, riuniscono le persone.
L’erba del terzo mondo è sempre più verde
In Iran si sta male. Anche in Iraq, in Palestina, in Pakistan, in Colombia se sei un bambino reclutato a forza nelle Farc, o in Afghanistan se sei una donna, o nello Yemen idem. Si sta male in un sacco di posti di cui è giusto occuparsi, perché se la peculiarità della destra è di dare l’illusione che il mondo finisca con il soggiorno di casa tua, il compito della sinistra è quello di ricordare che siamo tutti collegati, e che la libera circolazione delle idee e dei popoli rende il mondo un posto tendenzialmente migliore. E tuttavia, il terzomondismo della sinistra italiana è diventato progressivamente più balordo man mano che la situazione del paese diventava ingestibile. A sentire quelli dei centri sociali, sembra che siamo più collegati con il terzo mondo che con il nostro vicino di pianerottolo: in pratica, ora siamo il terzo mondo (date un’occhiata alle statistiche sulla libertà di stampa, o sull’occupazione femminile, o sull’analfabetismo), e ancora i centrosocialini organizzano manifestazioni in favore del Chiapas in cui fanno suonare agghiaccianti gruppi reggae o ska. Il Chiapas. Va bene. Ma di Termini Imerese ne vogliamo parlare? No, perché a furia di parlare del Chiapas, quelli di Termini Imerese hanno votato a destra. Cioè hanno votato quelli che in teoria rappresentano i loro padroni. No, complimenti, davvero.
Riprendersi il concetto di “libertà”
Facciamoci caso, per favore. La libertà è storicamente una cosa di sinistra. La destra non si è mai occupata di libertà. Di ordine, disciplina, tradizione, Dio, patria, famiglia, valori, quello che vuoi, ma non di libertà. La visione del mondo da destra non è libertaria, e infatti le leggi promulgate dalla destra propriamente detta durante il quinquennio di governo Berlusconi (la legge Fini sulle droghe, la Bossi-Fini sull’immigrazione, la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita) sono profondamente antilibertarie. Entrano nel privato dei cittadini pretendendo di regolarlo, impongono una visione rigida dell’assetto sociale e hanno provocato, dati alla mano, più danni che vantaggi. La legge sulle droghe è praticamente inapplicabile e largamente inapplicata; la Bossi-Fini sull’immigrazione ha aumentato il flusso dei clandestini e creato una sotto-classe di schiavi disperati nel sud dell’Italia, dove la manodopera clandestina è utilizzata abitualmente nel settore agricolo; la legge 40 ha semplicemente spinto le donne italiane all’estero, perché la fecondazione assistita in Italia è attualmente pericolosa per la salute.
La sinistra italiana ha avuto paura ad opporsi costruttivamente ai concetti che fanno da sostrato a questi provvedimenti, pronunciandosi senza ambiguità in materia di diritti umani, salute, dignità e libertà personale. Si è opposta in maniera generale, dicendo “No no no” come una Amy Winehouse qualunque, ma da lì ad essere chiari ce ne passa.
Alla fine, insomma
Abbiamo sbagliato. Abbiamo voluto essere tutto per tutti e abbiamo finito per non essere nulla per nessuno. Ci sono mancate la progettualità, la capacità di gestirci, di formare un pensiero coerente, di tagliare la fuffa e la chiacchiera, di agire organicamente e in maniera efficace per il bene di tutti, di far capire che essere di sinistra non significa volere un mondo triste in cui tutti sono livellati, un mondo senza creatività dove il singolo è destinato a morire. Essere di sinistra significa essere individui in una comunità più grande, significa desiderare che tutti abbiano la possibilità di vivere dignitosamente, anche gli anziani, i malati, i poveri, le persone sole. Significa non giudicare o discriminare in base alla razza, o alla provenienza geografica, o alla preferenza sessuale. Significa lavorare per costruire un mondo in cui mettere al mondo un figlio, studiare, trovare lavoro e mantenerlo non siano più un’impresa per pochi valorosi o privilegiati. Significa credere nel valore dell’istruzione e della fantasia. Significa riconoscere ad ogni credo il giusto valore nel privato delle persone, ma governare il paese secondo principi laici in cui ognuno possa scegliere come comportarsi secondo coscienza.
Questo, ci è mancato. Da qui, bisogna ripartire.



