C’era una volta un ragazzo che parlava con chiunque. Di Giovanni Fontana non so niente, se non questo: che un giorno si è seduto in Piazza del Popolo con un cartello che portava la scritta “Parlo con chiunque” e si è messo a parlare con la gente che si fermava. Una cosa che lui definisce una “scemata”, e invece è tutto meno che quello. È un atto rivoluzionario, quel “parlare con”, che è diverso da “ascoltare”, perché presuppone uno scambio: io parlo con te, non a te, non di te, non per te. Con.
Insomma, Giovanni Fontana un giorno si vede chiamare da Endemol, che gli dice che se vuole andare al Grande Fratello gli fanno saltare le selezioni. Gli mettono davanti un contratto in cui si parla di “cessione dell’immagine”, “trattamento dell’immagine”, mille clausole su cosa può e non può fare con la sua immagine dal momento in cui entra nel macchinone del GF. Giovanni si alza, restituisce la penna e dice no grazie, e se ne va. Lo dice anche lui che non lo fa per snobismo: ora ha altri progetti, magari in un altro momento avrebbe accettato, magari un altro lavoro per Endemol o la televisione l’avrebbe preso, ma cinque mesi da recluso a non far nulla proprio no, proprio non se la sente. Ma soprattutto, la faccenda dell’immagine.
La questione è abbastanza semplice. Grande Fratello nasce come esperimento di geniale voyeurismo e funziona perché dentro la casa c’è gente vera, che da questo esperimento non sa esattamente cosa aspettarsi. A partire dalla seconda edizione il gioco è già scoperto, si sa che chi esce da lì poi va a fare i programmi del pomeriggio di Canale 5, che un minimo di notorietà è assicurato, e che più a lungo resti nella casa più aumenta il cachet che puoi chiedere in discoteca per presentarti lì ad elevare il tono del locale. Di anno in anno, il gioco si fa sempre più ipertrofico, macchinoso, arrivano i casi umani al limite dell’imbecillità clinica, i freak, le gnocche pompate in cerca di visibilità a uso calendario o lavoro televisivo, le tristi macchiette, gente con la fame negli occhi: non fame vera, di cibo, ma fame di riscatto. Seminudi a ogni occasione e anche quando l’occasione non c’è, si ammucchiano in ogni angolo, si accoppiano sotto i piumoni facendo la telecronaca degli accoppiamenti ad uso e consumo dei microfoni aperti, si rivolgono agli “italiani” con l’enfasi di un Presidente della Repubblica, si vendono madri padri figli compagni nonni infermi, reclamano spazi e voce anche dopo che i loro quindici minuti di fama sono esauriti. Ne hanno tutte le ragioni: ci sono contratti che li tutelano, trasmissioni che li reclamano, e tutto intorno il paese delle occasioni morte. Immagine. Cosa vuoi che sia l’immagine, se in cambio ti danno i soldi?
Lo dice anche Giovanni, appunto, che in un altro momento chissà. Giovanni che è uno che parte con le ONG come volontario, quindi non esattamente uno senza idee e senza ideali, uno con l’orizzonte ristretto. Ma il suo rifiuto non mi sembra figlio di enorme integrità (il talebano integerrimo avrebbe riattaccato in faccia a Endemol a prescindere), quanto di sano calcolo di vita: voglio fare altro, questa cosa mi depisterebbe e mi priverebbe della possibilità di decidere molte cose sul mio conto. Per cui ciao, distanti saluti.
Mangiatevi qualcun altro.
(Via Il Fatto Quotidiano)